Andar Lontano

Andar lontano, lasciar che sul fondo
stian l’ombre, ormai compagne, forse amiche,
che portan energie piuttosto antiche,
da loro, in verità, più mi nascondo.

Ormai le stano ed è un gran girotondo
di grandi musiche, al tempo nemiche,
dolevano come ai piedi le vesciche,
per mio peregrinare lungo il mondo.

E dunque attendo che faccia il suo corso,
che l’onda mi sommerga e mi trascini,
che scenda anche la pioggia quando occorre;

non serve alcuna mano che soccorre,
ché l’acqua si ritira. Ecco i confini
espansi, duole meno questo morso!

Ritornare

Fa’ dunque del tuo meglio, fammi male,
avvolgimi ristretto alle tue spire,
un peso sul mio petto ora m’assale;

ormai conosco bene le tue mire,
mi lascio scivolar nella spirale,
finché non giunga l’or di risalire.

E ritornare infine a respirare,
scegliendo d’ascoltarti, darti spago,
e, dunque, così ucciderti, mio drago,
per scegliere di vivere e di amare.

Aprire

Ingolli vino, che i sensi stordisce,
lo sai che per amar devi dar fede
a chi ti s’avvicina e ciò non lede,
ma riempie? Eppur timor già s’inasprisce.

Che cosa, dunque ancora t’incupisce?
Perché fuggire via da chi ti chiede
chi sei, che nella porta infila il piede,
e del riserbo tuo già s’invaghisce?

È giunto il tempo di cedere, aprire,
distruggere quest’alte roccaforti,
deporre l’armi, di traversar l’uscio,

di romper questo soffocante guscio,
di respirare, spogliarti ed esporti,
di smettere ogni giorno di morire.

Finale

E dietro ogni timor v’è un desiderio
d’amare, d’esser liberi e volare
lontani da un padrone deleterio;

è tempo le catene di disfare,
lasciare questo grigio cimiterio,
riprendere la rotta, di salpare.

Ci si prepara all’uscita di scena,
ché la commedia può dirsi conclusa;
la luce si fa sempre più soffusa,
fuggi lontan, tu sei un’anima in pena!

Invano

E giunge, a volte, il tempo di fermarsi,
voltar lo sguardo a dolci rimembranze
sì pregne di fantasmi in viaggio, sparsi.

Ormai s’avanza soli e vecchie stanze
si svuotan, mentre giunge la catarsi
ch’appronta il nostro sprito a nuove danze.

E intanto corri sempre più lontano,
t’interroghi s’il viaggio avrà mai fine,
giacché a restar non fosti mica incline
e pace cerchi, attendi forse invano.

Domeniche Autunnali

È chiaro come il sole, assente in questa stagione, che l’Autunno ispira a chiudersi in casa e, di conseguenza, a buttar giù qualche riga, attingendo al pozzo nero e senza fine del mio inconscio. Anche quest’oggi la pace regna nel mio cuore ferito, ciò nonostante, farò uno sforzo per cercare di recuperare un po’ del mio sarcasmo, che ultimamente latita, sfugge, s’occulta, tramutandomi in svariate circostanze in una fichetta eccessivamente comprensiva. Dov’è finita la mia voglia di giudicare il prossimo, di sentirmi migliore degli altri, una moglie e un marito, una madre e un padre migliore di voi, ostentando la mia vita “gender fluid” e “childfree”, giusto? Com’è che dite voi, quando vi sperticate in anglicismi che servono a riempirvi la bocca quando basterebbe utilizzare la nostra amata lingua italiana? A suo tempo ebbi modo di dirvelo, ma ovviamente non mi avete ascoltato e sicuramente avete fatto bene: l’abbondanza di anglicismi in un discorso è direttamente proporzionale alla quantità di aria fritta che vi sta vendendo colui o colei che lo proferisce. È successo anche a me di essere colto in flagrante da un collega, mentre, ahimè, pronunziavo la parola “startup” in uno dei miei monologhi prodromici alla mia scalata alla ricchezza e al potere. È lì che ancora una volta ho capito qualcosa di me stessa: sono esattamente come voi, una venditrice di fumo, uno spot pubblicitario ambulante all’interno del quale vige il vuoto assoluto, un cioccolatino ben confezionato che sa di letame.

Ma non divaghiamo, quanto amo introdurre i miei articoli con qualcosa che non c’entra assolutamente nulla con il vero tema che intendo affrontare, con il suo nucleo fondante. Adoro temporeggiare con il solo scopo di ostentare la mia conoscenza della lingua italiana, il mio “usus scribendi”, del quale mi compiaccio, eccitandomi come una passerina al suo primo appuntamento con Nicolas, il rappresentante d’istituto degli anni del Liceo, nel momento in cui riesco a inserire qualche lemma poco noto nell’àmbito dei miei soliloqui. Certo, la mia “hỳbris”, la mia tracotanza e vanagloria, presto o tardi si ritorceranno contro di me, le “Idi di Marzo” giungeranno prima o poi, forse è già accaduto svariate volte, in fin dei conti, però, non siamo forse tutti resilienti? Non siamo tutti in grado di rialzarci, una volta caduti da cavallo? Non è così, manica di poveri stronzi che non siamo altro?

Ribadisco, non divaghiamo. Da un po’ di tempo rifletto sulla fatica dei cambiamenti. Gente, credetemi: cambiare a volte è necessario, ma sappiate che è faticoso e doloroso. Non parlo solamente del fatto che, a volte, per uscire da situazioni opprimenti e miserabili, a volte anche per vendicarsi di continui torti subiti e di promesse non mantenute, occorre stravolgere le proprie abitudini. Sappiate che questa è la parte meno impegnativa del lavoro. Accadrà, ahimè, una cosa ancor più meschina, quando deciderete di cambiare vita, qualsiasi sia la vostra scelta, ossia lasciare un lavoro, lasciare un partner, lasciare la vostra famiglia di origine, lasciare il vostro paese di origine: avrete quasi tutti i vostri presunti affetti più cari contro. Sappiatelo, cari utenti e care utentesse, sarà ben difficile che qualcuno vi appoggi nel momento in cui farete una scelta difficile di questo tipo. I vostri legami più stretti saranno destabilizzati, sbatterete loro in faccia il coraggio che è mancato loro per fare a suo tempo dei cambiamenti necessari, non messi in atto per vigliaccheria, pigrizia, attaccamento alle abitudini, seppur logoranti e corrosive, ma, soprattutto, per senso di colpa. Coloro che dicono di amarvi diverranno ostili, gelosi, invidiosi e faranno il possibile per boicottarvi sottilmente, muovervi come marionette affinché desistiate dalla vostra scelta e ritorniate sui vostri passi, dicendovi che lo fanno per il vostro bene, quando, ahimè, l’unico bene a cui pensano è il loro, terrorizzati come sono dallo spettro incombente dell’abbandono e della solitudine.

Ecco perché, quando leggo qui sulle reti sociali o sento parlare di buoni propositi, voglia di cambiamento, sogni ad occhi aperti, desiderio di libertà, so già che quasi nessuno troverà davvero il fegato di seguire realmente la propria vocazione, probabilmente neppure conosciuta, sommersa da una nebbia di giudizi altrui ed etichette da cui siamo, chi più e chi meno, eterodiretti. L’unico consiglio che mi sento di darvi è il seguente: se avete un piano, un’idea, se state meditando una rivoluzione, tenetevi la cosa per voi e iniziate a lavorarci senza condividerla con nessuno. Imparate a tenere per voi i vostri cazzi e le vostre fiche, senza aspettarvi l’appoggio di nessuno. Non arriverà nessuna spinta da chi vi conosce, ma cercate piuttosto una mano tesa inedita, usate questa occasione per tirarvi fuori da quella palude maledetta, quelle sabbie mobili dei vostri familiari e dei vostri amici storici, per andare verso nuovi scenari che costituiranno una boccata di ossigeno, vi daranno nuova esperienza e maggiore sicurezza in voi stessi.

E se proprio non ne avete voglia, non siete obbligati a cambiare nulla. Restate dove siete e campate sereni, esattamente come la sottoscritta, ormai ingrassata di venti chili, con due figli scrocconi a carico, in attesa di una carezza da parte di un marito ubriacone e cassaintegrato che stenta ad arrivare da ormai dieci anni.

Verso il Monte

Davvero pensi d’osservare il mare,
che lieve ti lambisce e si ritira,
che scuro un po’ t’inquieta, un po’ t’ispira
a prendere il coraggio d’affrontare?

Non credi sia terribile restare
a riva, mentre il suono che sospira
dell’onda, senza meta un po’ t’attira,
e attende che ti possa ormai tuffare?

E, intanto, all’orizzonte, v’è un tramonto
di giorni ormai remoti e di valori
vetusti, ch’ora pesan come scogli;

consigli, ch’assomiglian ad imbrogli,
già storni, e vai lontano da quei cori,
su il manto, verso il monte, da ogni affronto!

Tresca

In alto un manto grigio e resti al chiuso,
galleggi in una nebbia meno fitta
e non v’è più ferita un tempo inflitta
che dolga, ché il dolor non è più eluso.

Eppure, per timor, resti recluso,
quest’oggi l’alma tua è impigrita, afflitta,
di sé si prende cura e resta zitta,
ché a sprecar fiato ormai più non sei uso.

L’estate s’allontana, l’aria è fresca,
soffuso un lume riempie questa stanza
e liberi la mente dai ricordi;

comprendi, l’ire spente, non più mordi,
deluso, già riprendi la tua danza
e corri via, lontan da quella tresca!

In Quegli Occhi

Vedo in quegli occhi di donna introversa
quei desideri e quei sogni svaniti
di gioventù che è da tempo dispersa;

e t’assomiglio, nei modi compìti,
nell’ampio mondo ch’ormai m’attraversa,
di cui già più non temo i bui, schiariti.

Oggi ti penso con cuore sereno,
son molti i nodi sciolti e son assenti
sgradevoli ricordi e tradimenti;
nel sangue mio non scorre più veleno.

Settembre

Un altro padre ingombrante soppresso,
che gioca a fare Dio, seppur ometto,
il qual mai più farà di te un oppresso;

e provi pena per lui, del suo aspetto,
negli occhi suoi non brilla alcun riflesso
giacché di sé egli è privo di rispetto.

Son rotte le catene, adesso vola
con gli occhi al cielo e i piedi sulla terra,
va verso nuove mete, corri ed erra;
che resti nel suo fango chi s’immola.