Ti Amo Mamma

Il vento sussurra
morbidi segreti d’estati
remote, su arbusti ingialliti
d’eterni ritorni autunnali
e vivo permane
lo sguardo tuo
perso
d’aromi agrodolci
il sapore.


Ho deciso di inaugurare questa mia missiva con uno scialbo e squallido poema da rete sociale, le cui regole si basano generalmente sulla totale assenza di metrica, enjambement adoperati con criteri del tutto aleatori e altrettanto casuali sentimenti che emergono da una certa inconcludente passione degli autori e delle autoresse nel fissarsi l’ombelico e nel restare a cuocersi nel brodo dell’indolenza e dell’inazione. Sia chiaro: qui si parla anche di me, forse le mie orrende poesie sono più strutturate, ma si tratta degli stessi inutili contenuti. L’utilizzo che faccio della metrica è un chiaro sintomo di un disturbo ossessivo compulsivo conclamato, per cui trovo nell’endecasillabo, nel sonetto e nel madrigale una sorta di senso di sicurezza, alla stessa stregua di chi ha bisogno di lavarsi le mani sette volte prima di pranzo o di controllare settanta volte sette di aver chiuso la porta di casa o dell’auto a chiave.


Ma non divaghiamo, ho bisogno di un chiarimento e mi rivolgo soprattutto a voi adolescenti di quarant’anni: si può capire che bisogno avete di avere vostra madre e vostro padre o peggio, i vostri suoceri come amici sulle reti sociali? Ma possibile che alla vostra età abbiate ancora la necessità di compiacerli e siate totalmente incapaci di mettere dei paletti e di farvi avvelenare il sangue dai loro continui inconsapevoli tentativi di venire a pisciare nel vostro territorio e di seminare zizzania tra voi e il vostro partner? Badate bene e lo sottolineo, il tutto è inconsapevole: i vostri vecchi lo faranno sempre in buona fede, la loro apprensione cronica sarà solo un maldestro tentativo di proteggervi dai mali del mondo che loro stessi hanno contribuito a causare e a perpetuare, mediocri che proteggono altri mediocri, oltre a una totale incapacità di accettare il fatto che siate diventati dei presunti adulti, ma tutto quell’amore che sa di cibo scaduto vi causerà solo irritazione e dolore, in quanto sarà il chiaro segnale che vi considerano giustamente ancora dei ragazzini incapaci e imbecilli, la prova evidente che non hanno alcuna fiducia nella vostra capacità di cavarvela da soli.


Cari utenti e care utentesse, forse la rete ha ragione, forse gli animali sono davvero meglio delle “perzone”, giusto? Com’è che dite voi? Personalmente non ho mai visto un fottuto gatto adulto obbligato a tornare a pranzo da mamma e papà gatto la domenica. Quei figli di puttana di felini hanno capito tutto e conquisteranno il mondo, con la loro calma olimpica e il loro incedere snob, con la loro autonomia e indipendenza e, ahimè, forse sono un esempio da seguire affinché questa squallida e nevrotica umanità faccia qualche passo in avanti. Mi rivolgo ora soprattutto agli utenti di sesso non femminile, ai quali tocca dare l’ennesima delusione: credetemi, non troverete mai più, in nessuna donna, i dolci occhi e il sorriso di vostra madre mentre vi rimboccava le coperte, vi preparava le lasagne, le stesse lasagne che hanno contribuito a rendervi dei grassi tricheconi sedentari, culacchioni e scoreggioni, non troverete più in nessuna donna quella signora che credeva in voi e vi faceva sentire unici e speciali, capaci di ogni impresa e di conquistare il mondo.


So che la pillola è molto amara, al massimo, nei primi tempi, troverete un’illusione di quell’antico amore con una nuova donna, finché l’incantesimo non si interromperà e sarete a quel punto declassati alla stregua di animali da compagnia e cavalieri serventi, donatori di sperma invischiati nel liquame color pece del senso del dovere e manipolati costantemente dal senso di colpa, bravi cristiani di facciata, bravi progressisti dalla parte delle minoranze, pronti a tramutarvi negli stalloni dal cazzetto piccolo e dal culo stretto che si imboscano nei cessi delle stazioni di servizio delle peggiori strade provinciali italiane scrivendo sulle porte, in un’orribile ortografia, il loro numero di telefono.

Dimenticatevi di vostra madre, di quell’ingombrante custode del focolare dalla fica dentata, disfatevi di questo cazzo di totem, imparate a cucinarvele da soli, le vostre lasagne del cazzo.

Credetemi, è doloroso, ma funziona di gran lunga meglio delle vostre adorate pillole blu.

Mal di Testa Autunnali

Rientro da una giornata lavorativa alquanto scialba, mentre ho uno di quei mal di testa simili a quelli che seguono a un lungo pianto, in verità non avvenuto. Non che io sia una di quelle fichette lì, eh, sia chiaro, che non si dica in giro che la sottoscritta versi sporadicamente delle lacrime, ne andrebbe della mia reputazione di uomo tutto d’un pezzo, disciplinato, austero e virtuoso, che ha trovato nel piacere della preghiera e della penitenza un ottimo sostituto a quello che voi chiamate “sesso”. Del resto, non fa forse un po’ schifo, questo cosiddetto “sesso”? Gente che mischia le proprie pelli, le proprie salive, i propri sudori con quelli altrui, impegnandosi in un’attività alquanto faticosa e dolorosa, visto che, nei casi peggiori, è contraddistinta da respiri affannosi e urla. Vogliamo poi parlare di queste cosiddette “tette”? Cosa diavolo sono queste orribili protuberanze a forma di provola che voi donne avete sul petto? Senza meno si tratta di un’anomalia evolutiva. Probabilmente, in un’ottica creazionista, l’unica possibile del resto, il Signore aveva realizzato delle gobbe di troppo rispetto al numero di cammelli previsti e ha deciso di montarle su alcuni esemplari di donne. Ciò nonostante, tutto questo “sesso”, tutte queste “tette”, senza meno sono ben lontane dal piacere che si prova nel momento in cui ci si cimenta anima e corpo nella recita di un bel Santo Rosario, contraddistinto da una sequela scandita di “Padre Nostro”, “Ave Maria” e concludendo il tutto con un bel terzetto di “Gloria al Padre”, una sorta di medley rap in cui vengono menzionati i pezzi più noti nel panorama cattolico, oserei definirli i “Greatest Hits” della preghiera.

Ma non divaghiamo, quest’oggi ci tenevo a fare una riflessione sull’umanità tutta, su quanto i tempi attuali possano dare vita a equivoci e fraintendimenti in merito alla nostra reale natura. Penso a queste benedette conquiste ottenute dal femminismo, dalla comunità LGBT, dagli animalisti, dai vegani, in generale da tutto questo mondo un po’ arcobaleno, politicamente corretto, ove regna il rispetto per voi tutti, fiorellini delicati da trattare con i guanti di velluto, così teneri e morbidoni da venir voglia di strapazzarvi di coccole, fragili e forti allo stesso tempo, resilienti, che vi piegate, ma non vi spezzate, no? È così che dite voi, così certi della vostra identità consolidata, ormai adulti, autonomi, indipendenti e realizzati mentre continuate a farvi pagare l’affitto di casa da vostro padre primario di oncologia, ché sarebbe anche ora di metter su famiglia e di comprarlo un appartamento, no? Quando vi deciderete a dare ai vostri vecchi un nipotino, rinunciando per sempre al vostro sogno di girare il mondo e di trovare una posizione di rilievo negli Stati Uniti? Insomma, mi si perdonino le divagazioni, d’altro canto questi sono solo flussi di coscienza, ma sembrerebbe che tutta questa correttezza e rispetto verso le minoranze abbiano reso migliore l’umanità. In qualche modo siamo cambiati, siamo diventati tutti più buoni e viviamo in un mondo migliore. Non vi sembra bellissimo cari utenti e care utentesse?

Ahimè, ancora una volta, bisogna prendere atto dell’amara e cruda realtà: tutto questo è solo una moda passeggera, altro non siamo che bestiacce manipolabili, foglie al vento, pronti in un istante a saltare sul carro dei vincitori. Siamo rimasti gli stessi che un paio di millenni fa accoglievano Cristo a Gerusalemme come un re e che lo avrebbero inchiodato su una croce come il peggiore dei criminali dopo pochissimo tempo. Siamo gli stessi che, tra gli anni venti e gli anni quaranta del secolo scorso, tendevano il braccio destro dinanzi all’effige di un signore pelato e mascellone, a compensare probabilmente delle gravissime disfunzioni erettili, per poi fare scempio del suo cadavere in Piazzale Loreto.

Non è cambiato nulla, cari pecoroni e care pecoronesse, l’umanità non è migliorata: stiamo solo seguendo l’ultima tendenza, guidati dal volubile e dispettoso pastore del conformismo, consumatori viziati e con la pancia piena, pigri aristocratici ignari di un possibile shock che, qualora dovesse arrivare, farà molto, ma molto male.

Ma anche in quel caso, state tranquilli, ci sapremo adattare: troveremo il prossimo idolo dinanzi al quale inginocchiarci, il prossimo vincitore a cui abbassare la patta dei pantaloni per estrarne il vigoroso barbagianni e farne laido banchetto, che imporrà il proprio pensiero tramutandolo in verità assoluta e tutti noi lo seguiremo, inconsapevoli del fatto che ci macchieremo di gravissimi peccati, ma nella convinzione di essere sempre e comunque dalla parte giusta.

Convinti di essere “i buoni”.

La Pandemia degli Psicochiacchieroni

Vi scrivo questa missiva da una stanza d’albergo nei pressi di un piccolo borgo umbro, caratterizzato da prestigiosi edifici di carattere religioso e civile e circondato da mura. Adoro, in quest’ultimo caso, l’idea che un cumulo di spesse pietre possa aumentare ulteriormente la separazione che sussiste tra me e voi. Vero, non posso che darvi ragione, cari eterni ragazzi e ragazze, i muri non hanno più senso, ormai viviamo in un mondo globalizzato, un mondo caratterizzato dalla cosiddetta “trasparenza”, una trasparenza che ci ha reso invisibili e inconsistenti, un mondo in cui il riserbo e il contegno costituiscono ormai valori vetusti, una società nella quale siamo quasi obbligati a sbattere in pasto alle masse i nostri cazzi, le nostre fiche, i nostri seni prosperi e i nostri culi sodi, i nostri figli, i nostri handicap, i nostri tumori e le nostre chemio, le nostre mascherine a celare i nostri orribili nasi e bocche, i nostri caschi per l’ossigeno, le nostre corone d’alloro a testimoniare l’accesso al mondo della disoccupazione, dello stage non retribuito e della cassa integrazione, i nostri nonni incartapecoriti che amiamo in quanto unico welfare del nostro paese, i nostri malesseri psicologici alla ricerca di quella carezza e di quella parolina giusta che non giungeranno mai.

In merito a quest’ultimo punto, osservo come le reti sociali pullulino ultimamente di psicochiacchieroni da scuola materna, che occupano preziosi “bytes” pubblicando buoni consigli su come stare bene con il nostro partner, su come raggiungere la felicità, su come prenderci cura di noi stessi e ricucire le nostre ferite infantili, su come coltivare buone relazioni evitando quelle “tossiche”, stando alla larga dai cosiddetti “narcisisti patologici”. Mi riferisco a quelle braccia rubate all’agricoltura che mettono nero su bianco esattamente ciò che vogliamo sentirci dire, confermando esattamente le balle che raccontiamo a noi stessi, che contribuiscono a mantenerci in un perenne stato adolescenziale, continuando a farci proiettare sugli altri, su genitori, fratelli, sorelle, amici, colleghi, capi, ministeri, governi, multinazionali, il marcio che in realtà alberga solo ed esclusivamente in noi.

Cari utenti e care utentesse, lasciate che sia io per questa volta a darvi un mite consiglio, affinché impariate davvero a prendervi cura di voi stessi: ogni volta che qualcuno dirà qualcosa che vi ferisce, sappiate che per trovare l’unico colpevole della vostra rabbia e del vostro dolore è sufficiente che vi rechiate in bagno. Lì dovrebbe esserci uno specchio, giusto? Bene, ponetevi di fronte e guardate molto bene in faccia il volto che ne viene riflesso, fatto? Coraggio, osservate attentamente i suoi lineamenti corrucciati, le lacrime che sgorgano dagli occhietti di bragia contriti, i denti digrignati, serrati in una morsa atta a contenere l’ira. Ci siete? Benissimo! Il responsabile del vostro dolore è proprio quella faccia di cazzo lì, quel volto orripilante che tanto speciale crediate che sia.

Mi spiace, care vittime e care vittimesse del mondo, ma sarà proprio quella la faccia di cazzo, il viso putrescente e sconfitto dalla vita e dagli Dei con cui dovrete fare i conti tutta la vita.

E, per smentire il buon Sartre, ahimè, l’inferno non sono gli altri.

L’inferno siete voi.

La Festa di Ognissanti

Volge ormai al termine il giorno di tutti i Santi. Il sole è già tramontato da un pezzo e non manca molto all’arrivo della commemorazione dei defunti. Penso che possiate ben immaginare come quest’ultimo sia uno dei miei giorni preferiti, popolarmente definito come “il giorno dei morti” e, difatti, è proprio domani che dovrebbero farvi gli auguri. In verità, debbo dire che, guardandovi bene in faccia, temo che gli auguri in tal senso dovrebbero farveli quotidianamente: la giornata di domani non avrà alcuna differenza con le altre trecentosessantaquattro del vostro miserabile anno. Credetemi, non vedo alcun segno di vita vissuta sui vostri volti filtrati, glabri e lisci come palloncini. Avete quasi quarant’anni e nessuna ruga solca il vostro viso e questo la dice lunga sul fatto che siete la peggiore generazione mai vista, con l’aggravante che vi sentite tutti unici e speciali, eternamente giovani e migliori dei vostri genitori. Bene, mi spiace darvi una delusione, ma non lo siete affatto. Continuate a vivere da adolescenti, a definirvi “ragazzi”, quando alla vostra età eravamo uomini e donne fatti e finiti, dato che lavoravamo i campi da quasi trent’anni. Ricordo le sveglie all’alba con i miei fratelli, per recarci nelle campagne lucane con quel rozzo analfabeta di mio padre, uno di quei contadini coriacei che parlava esclusivamente in vernacolo, morto gloriosamente all’età di ottantuno anni, cadendo dal carro trainato dal cavallo che lo stava conducendo presso le sue terre.

Quest’oggi sarò breve, mi sembrava giusto mandarvi un saluto affettuoso, un rituale che dovrebbe in qualche modo consolidarsi, giusto per distruggere periodicamente le speranze fantoccio di voi ragazzacci, alla ricerca del grande amore della vita, del lavoro dei sogni, una volta trovato il quale ve la prenderete sonoramente in culo perché sarà proprio questa la leva con cui noi “vecchi”, inchiodati alle nostre confortevoli poltrone, vi assegneremo una montagna di responsabilità pagandovi il meno possibile, quando vi andrà bene. Sorrido quando penso a quanto siamo stati abili nel convincervi che siate più liberi e più scaltri di noi, quando in verità abbiamo solo affinato le nostre tecniche di manipolazione, i fili con cui vi controlliamo sono divenuti sempre più sottili, ci siamo convertiti in burattinai discreti, che dissimulano solidarietà nei vostri riguardi, ma dentro vi detestiamo con tutto il cuore, il vostro ingenuo idealismo ci fa orrore, siete quanto di più lontano possibile dalla nostra esperienza e dal nostro cinico e disincantato realismo, siete permalosi, sentimentali, irritanti e non perdete mai occasione per umiliarvi.

Sia chiaro, io mi sono appena pisciato addosso e la mia badante sta venendo a cambiarmi il pannolone, ma ciò che conta è che anche farsela nelle mutande, scorreggiare sonoramente in una riunione con le alte sfere di un’azienda, scaccolarsi impunemente alla fermata di un autobus, si può fare con un rigoroso contegno e con una grande dignità.

Contegno e dignità: valori che, ahimè, da quando le reti sociali hanno dato a tutti l’opportunità di mostrare al mondo i propri cazzi e le proprie fiche, sono andati ormai perduti.

Va bene così, vi dissolverete anche voi, cari inconcludenti millenials, puzzette, particelle di cacca allo stato gassoso che si disperderanno nel vento della vita, senza aver mai lasciato un segno, un’impronta in questo mondaccio un po’ cane, in questo sordido teatrino, in questa squallida mascherata di nome vita.

Domeniche Autunnali

È chiaro come il sole, assente in questa stagione, che l’Autunno ispira a chiudersi in casa e, di conseguenza, a buttar giù qualche riga, attingendo al pozzo nero e senza fine del mio inconscio. Anche quest’oggi la pace regna nel mio cuore ferito, ciò nonostante, farò uno sforzo per cercare di recuperare un po’ del mio sarcasmo, che ultimamente latita, sfugge, s’occulta, tramutandomi in svariate circostanze in una fichetta eccessivamente comprensiva. Dov’è finita la mia voglia di giudicare il prossimo, di sentirmi migliore degli altri, una moglie e un marito, una madre e un padre migliore di voi, ostentando la mia vita “gender fluid” e “childfree”, giusto? Com’è che dite voi, quando vi sperticate in anglicismi che servono a riempirvi la bocca quando basterebbe utilizzare la nostra amata lingua italiana? A suo tempo ebbi modo di dirvelo, ma ovviamente non mi avete ascoltato e sicuramente avete fatto bene: l’abbondanza di anglicismi in un discorso è direttamente proporzionale alla quantità di aria fritta che vi sta vendendo colui o colei che lo proferisce. È successo anche a me di essere colto in flagrante da un collega, mentre, ahimè, pronunziavo la parola “startup” in uno dei miei monologhi prodromici alla mia scalata alla ricchezza e al potere. È lì che ancora una volta ho capito qualcosa di me stessa: sono esattamente come voi, una venditrice di fumo, uno spot pubblicitario ambulante all’interno del quale vige il vuoto assoluto, un cioccolatino ben confezionato che sa di letame.

Ma non divaghiamo, quanto amo introdurre i miei articoli con qualcosa che non c’entra assolutamente nulla con il vero tema che intendo affrontare, con il suo nucleo fondante. Adoro temporeggiare con il solo scopo di ostentare la mia conoscenza della lingua italiana, il mio “usus scribendi”, del quale mi compiaccio, eccitandomi come una passerina al suo primo appuntamento con Nicolas, il rappresentante d’istituto degli anni del Liceo, nel momento in cui riesco a inserire qualche lemma poco noto nell’àmbito dei miei soliloqui. Certo, la mia “hỳbris”, la mia tracotanza e vanagloria, presto o tardi si ritorceranno contro di me, le “Idi di Marzo” giungeranno prima o poi, forse è già accaduto svariate volte, in fin dei conti, però, non siamo forse tutti resilienti? Non siamo tutti in grado di rialzarci, una volta caduti da cavallo? Non è così, manica di poveri stronzi che non siamo altro?

Ribadisco, non divaghiamo. Da un po’ di tempo rifletto sulla fatica dei cambiamenti. Gente, credetemi: cambiare a volte è necessario, ma sappiate che è faticoso e doloroso. Non parlo solamente del fatto che, a volte, per uscire da situazioni opprimenti e miserabili, a volte anche per vendicarsi di continui torti subiti e di promesse non mantenute, occorre stravolgere le proprie abitudini. Sappiate che questa è la parte meno impegnativa del lavoro. Accadrà, ahimè, una cosa ancor più meschina, quando deciderete di cambiare vita, qualsiasi sia la vostra scelta, ossia lasciare un lavoro, lasciare un partner, lasciare la vostra famiglia di origine, lasciare il vostro paese di origine: avrete quasi tutti i vostri presunti affetti più cari contro. Sappiatelo, cari utenti e care utentesse, sarà ben difficile che qualcuno vi appoggi nel momento in cui farete una scelta difficile di questo tipo. I vostri legami più stretti saranno destabilizzati, sbatterete loro in faccia il coraggio che è mancato loro per fare a suo tempo dei cambiamenti necessari, non messi in atto per vigliaccheria, pigrizia, attaccamento alle abitudini, seppur logoranti e corrosive, ma, soprattutto, per senso di colpa. Coloro che dicono di amarvi diverranno ostili, gelosi, invidiosi e faranno il possibile per boicottarvi sottilmente, muovervi come marionette affinché desistiate dalla vostra scelta e ritorniate sui vostri passi, dicendovi che lo fanno per il vostro bene, quando, ahimè, l’unico bene a cui pensano è il loro, terrorizzati come sono dallo spettro incombente dell’abbandono e della solitudine.

Ecco perché, quando leggo qui sulle reti sociali o sento parlare di buoni propositi, voglia di cambiamento, sogni ad occhi aperti, desiderio di libertà, so già che quasi nessuno troverà davvero il fegato di seguire realmente la propria vocazione, probabilmente neppure conosciuta, sommersa da una nebbia di giudizi altrui ed etichette da cui siamo, chi più e chi meno, eterodiretti. L’unico consiglio che mi sento di darvi è il seguente: se avete un piano, un’idea, se state meditando una rivoluzione, tenetevi la cosa per voi e iniziate a lavorarci senza condividerla con nessuno. Imparate a tenere per voi i vostri cazzi e le vostre fiche, senza aspettarvi l’appoggio di nessuno. Non arriverà nessuna spinta da chi vi conosce, ma cercate piuttosto una mano tesa inedita, usate questa occasione per tirarvi fuori da quella palude maledetta, quelle sabbie mobili dei vostri familiari e dei vostri amici storici, per andare verso nuovi scenari che costituiranno una boccata di ossigeno, vi daranno nuova esperienza e maggiore sicurezza in voi stessi.

E se proprio non ne avete voglia, non siete obbligati a cambiare nulla. Restate dove siete e campate sereni, esattamente come la sottoscritta, ormai ingrassata di venti chili, con due figli scrocconi a carico, in attesa di una carezza da parte di un marito ubriacone e cassaintegrato che stenta ad arrivare da ormai dieci anni.

Il Senato affossa il ddl Zan

Quest’oggi ho pianto come una fichetta e, facendo un giro per le reti sociali e per le pagine amiche, mi rendo conto di non essere l’unica ad aver bisogno di una cremina lì dove non batte il sole. L’odierno affossamento al Senato del ddl Zan dimostra in maniera lapalissiana che, ora più che mai, il rischio che in Italia faccia ritorno un’era gravemente oscurantista è sempre più elevato. Viviamo in un paese in cui la prevenzione e il contrasto della discriminazione per sesso, genere e disabilità costituiscono ormai un’emergenza nazionale, ben più grave, lasciatemi dire, dei posti di lavoro che vanno persi, delle attività imprenditoriali chiuse, delle terapie intensive a rischio collasso e di una scuola pubblica con sempre meno strumenti a disposizione per garantire ai docenti di fare bene il loro lavoro. L’approvazione di questa legge avrebbe tramutato la nostra nazione in una Repubblica colorata e cucciolosa. Avremmo avuto un perenne carnevale per le strade, ricco di carri allegorici arcobaleno, in una festa senza fine, carica di febbrile entusiasmo per la vita e per la sessualità, naturalmente da non mettere assolutamente in pratica per evitare di incappare in un’accusa di molestie, ma celebrarla semplicemente come idea astratta. Avremmo abolito una volta per tutte le discriminazioni, avremmo cancellato per sempre l’odio, nel nome di una nuova umanità perennemente polarizzata verso i buoni sentimenti, ricacciando il male e dimostrando un’azione molto più efficace di quella perpetuata dalla Chiesa Cattolica, che per anni non ha fatto altro che minacciarci con lo spauracchio del peccato e del senso di colpa, costringendo noi donne, eroine multitasking, madri, operaie, imprenditrici e manager, a sposarci e a metter su famiglia.

Ciò nonostante, mi rivolgo a tutti voi, che mi seguite e che avete condiviso questa battaglia: non abbiamo bisogno di nessuna legge, su di essa vincerà sempre l’amore. Codesto è un insegnamento analogo a quello messo in pratica da Nostro Signore Gesù Cristo, debbo dire eccellentemente trascritto nei quattro Vangeli, che, ai tempi, quando furono pubblicati, sorpassarono letteralmente l’Antico Testamento nella classifica dei best-seller, con uno stile di scrittura assolutamente provocatorio e innovativo, nel narrare le gesta e le avventure scalmanate “on the road” in Galilea di quel mattacchione del Nazareno.

Cari utenti e care utentesse, non abbiate timore alcuno, mi sento di consolarvi in questo giorno molto triste anche per voi, che avete combattuto al mio fianco per questa battaglia di libertà, pace e democrazia: ove prevale l’amore, non vi sono codicilli e burocrazie che tengano. Quello che conta sono sempre e comunque i nostri sentimenti e credo che abbiamo comunque una gran fortuna a vivere in un’epoca che sta letteralmente superando quei vetusti sistemi di pesi e contrappesi. Grazie a Dea, la vita virtuale ha soppiantato completamente quella reale e, difatti, il potere legislativo, ahimè, quest’oggi ha fallito. Non è stato capace, in questo caso, di portare avanti una battaglia di verità assoluta, con un atto antidemocratico basato sul voto dei nostri parlamentari che riporta l’Italia indietro di almeno novant’anni. Se fosse dipeso dai nostri cosiddetti “likes”, quest’oggi avremmo avuto un paese più aperto, più inclusivo, più democratico.

Non preoccupatevi, cari amici e care amichesse, forse i tempi non sono ancora maturi, ma presto o tardi saranno sufficienti “Mi Piace” e condivisioni, per far approvare le leggi che piacciono a noi.

Sarà quello il momento in cui potremo finalmente costituire un nuovo ordine mondiale e abolire per sempre il male.

Presidenza della Repubblica

Photo by Emma Fabbri on Unsplash

L’elezione del Presidente della Repubblica è sempre un emozionante rituale e vedo che la cosa non manda in sollucchero solo la sottoscritta, ma vedo che altrettante passere umide e golose fanno a gara nel proporre le candidature più disparate. Mi deliziano, in particolar modo, coloro che propongono petizioni affinché al Quirinale ci vada una persona di spiccato valore morale, ma senza preparazione politica e giuridica alcuna, non perché costoro ci credano davvero, ma perché hanno bisogno di un archetipo, di un simbolo, di un santo laico nel quale rispecchiare il loro ego ipertrofico e saturo di buoni sentimenti, per sentirsi buoni dinanzi ai loro lettori e ai loro seguaci, mentre nei bassifondi, ahimè, nelle loro viscere gorgoglia in verità la lava incandescente dei loro lati oscuri malamente repressi, in attesa di prorompere e di eruttare improvvisamente, tramutando i nostri paladini zuccherosi in mostri crudeli.


Non farò nomi, non sta a me giudicare chi sarà il prossimo Capo dello Stato, ci mancherebbe altro. Chi cazzo sono io? Sul serio, ma davvero seguite questa fogna di blog? Davvero pensate che quattro porcate frutto della mia mente malata scritte in un italiano pedante e totalmente fine a se stesso possa avere un’influenza sull’opinione pubblica o sulla politica italiana? Ecco, a proposito di questo, vorrei far presente a questi signori che il Presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento e che, per grazia di Dio, nessun blog, nessuna petizione online, nessuna pagina Facebook, nessun account Twitter, avrà mai il potere di eleggere la prima carica dello Stato.


Detto questo, siete liberi di rendervi ridicoli come vi pare, esattamente come me, che faccio l’anticonformista per non guardarmi dentro, sapendo che anche io sono un po’ sentimentale e, in sporadiche occasioni, un cucciolone soffice e morbidone esattamente come voi. Proponete pure chi vi pare, esprimete a gran voce il vostro desiderio, ma è bene che qualcuno ve lo dica: avete già bruciato il vostro candidato.


Infatti, in questo sta il fascino dell’elezione del Capo dello Stato, quel mistero che sfiora quasi il divino: è sempre un’avventura esilarante e scoppiettante, ricca di colpi di scena, è la massima espressione della meravigliosa complessità della nostra politica, un compromesso che ha il sapore di un’opera d’arte, la massima espressione di democrazia.
Anche questa volta ne vedremo delle belle, chiunque sarà il successore di Mattarella. Dunque, cari utenti e care utentesse, riponete nel cassetto i vostri sogni: il Presidente della Repubblica non rappresenta solo la nazione, non è solo un simbolo, ma ha più poteri di quelli che pensate. Abbiamo avuto in passato Presidenti molto interventisti, altri sono stati più discreti, più dietro le quinte e tutto questo è perfettamente lecito: rientra nell’interpretazione del ruolo ed è uno dei motivi per cui il nostro sistema parlamentare funziona bene, perché è flessibile ed estremamente democratico.


Dunque, rassegnatevi: serve una persona politicamente preparata e che conosca bene la nostra Costituzione. È un duro lavoro e richiede un notevole equilibrio interiore.


E non occorre che ve lo dica, cari spippacchioni da reti sociali: sapete bene che nessuno di voi diventerà mai Presidente della Repubblica.


Ora, smettetela di toccarvi il barbagianni e andate a dormire.

Giovani Rampanti in Carriera

Mi piace sovente visitare i profili sulle varie piattaforme sociali presenti qui in rete, costituite da un “mare magnum” di fotografie e di biografie di individui e individuesse che formano parte di questa buffa congrega di esseri viventi, questo circo un po’ malandrino e truffaldino di nome “umanità”, un agglomerato di cellule nevrotiche alla ricerca di un posto in questo mondaccio un po’ zuzzurellone, che compie un moto di rotazione attorno a se stesso in ventitré ore, cinquantasei minuti e quattro secondi. È forse proprio questo girotondo giornaliero che vi causa quei giramenti di testa, quell’ebbrezza, quell’euforia che vi fa sentire così unici, speciali, migliori degli altri, che vi dà l’illusione di essere degli dei, quando, ahimè, la dura realtà è che altro non siete che carne da macello, corpi in prestito, manodopera sottopagata a cui basta qualche lusinga, qualche medaglietta di bigiotteria al valore, qualche titolo del quale possiate fregiarvi con mamma e papà per farvi recuperare quell’euforia posticcia, quell’adrenalina da cui siete ormai totalmente tossicodipendenti, una pera di entusiasmo patologico che vi torna utile per non pensare al vostro dolore esistenziale, ai vostri demoni che vi solleticano i piedi e vi lambiscono i lobi delle orecchie, per indurvi in tentazione e, forse, proprio per condurvi esattamente nel posto in cui dovreste essere.

Ma non divaghiamo. Osservo i vostri profili, anche su quelle reti sociali che hanno scopi più di carattere professionale: Cristo Santo, che carrierona fulminante che avete fatto! Avete meno di trent’anni e siete già diventati tutti manager. Sono convinta che all’età di quarant’anni sarete già amministratori delegati di qualche grande multinazionale. Non pensavo che i tempi fossero mutati in tal guisa, che il mondo del lavoro al giorno d’oggi fosse così ricco di opportunità e di possibilità per voi giovani. Ordunque le notizie che vengono diffuse dai nostri media sono fasulle! Come si permettono, questi felloni, di diffondere tali falsità e di contribuire a creare un clima negativo? Sono colpito dal vostro spirito di condivisione, dal modo in cui sapete fare squadra, dalle vostre capacità di leadership. È davvero incredibile constatare come siate tutti leader. Mi immagino quanto i vostri colleghi più anziani, ma che dico, i vostri capi, i vostri titolari pendano dalle vostre labbra! Posso percepirlo da qui, il vostro magnetismo, il vostro carisma, la vostra capacità di saper influenzare il prossimo, di cambiare il mondo con la vostra parlantina sbarazzina, mi viene proprio voglia di spogliarmi dinanzi al vostro cospetto, mostrarvi i miei prepotenti seni prosperi, le mie provole affumicate in cima alle quali fanno capolino, alla stregua di una piccola vedetta, dei puntuti capezzoloni marroni che ben si abbinano alla mia carnagione olivastra, e concedervi il mio frutto proibito. Santo Dio, quanto siete seducenti e affascinanti, con la vostra postura autorevole, mentre mettete le mani sui fianchi, le braccia conserte, perennemente positivi, resilienti, no? Com’è che dite voi, quando volete magnificare la vostra capacità di rialzarvi dopo ogni caduta, di andare controvento, contro ogni avversità? La vostra grinta mi fa davvero strillare come una scolaretta che ha appena incrociato lo sguardo di Matthias, il pluriripetente bello e dannato della terza B.

Eppure, sappiate che c’è qualcosa che stona in tutto questo, posso invero percepire qualcosa che non quadra. Purtroppo, cari leader e cari leaderesse, ancor glabri lì ove non batte il sole, traspare tutto. Non occorre neppure un occhio troppo attento per percepire le sfumature delle vostre voci tremanti, della vostra incapacità di stare ben eretti in piedi, dei vostri occhietti lucidi ed emozionati, che tradiranno la vostra insicurezza, la vostra fragilità, la ricerca di approvazione nei confronti dei vostri colleghi più anziani, ma che dico, dei vostri capi, dei vostri titolari, in pratica, la ricerca di quell’approvazione che vi è mancata da parte di vostro padre il quale, è bene che qualcuno ve lo dica, è giustamente profondamente deluso e preoccupato dal fatto che vi facciate spremere come limoni da quattro vecchi disillusi e logorati da guerre per il potere che hanno causato solamente odio e rancore reciproci.

Cari ragazzoni e care ragazzone, posso solo augurarvi di non dover mai affrontare l’acuto dolore del risveglio, di non dover mai e poi mai sollevare il cosiddetto “velo di Maya”, di togliervi davvero le fette di salame dagli occhi e di vedere le cose esattamente per ciò che sono perché, tocca dirlo, le alternative non sono moltissime. Ahimè, o deciderete di chiudere nuovamente gli occhi e continuare imperterriti nella pantomima della vostra mediocre e squallida vita, fatta di automatismi indotti e di pacchetti preconfezionati ben incartati da parte di quella ragnatela invischiante del vostro Super-io, oppure vi toccheranno dei viaggi periodici attraverso il tunnel strettissimo della consapevolezza, una galleria soffocante, pregna di miasmi asfittici, irta di spine e di svariate insidie, ma soprattutto di specchi, implacabili specchi che mostreranno il vostro orribile volto, la vostra orribile vita, in tutta la sua nudità e crudezza, esattamente per ciò che è. Eppure, forse ne uscirete sporchi, puzzolenti e sanguinolenti, ma c’è una grande ricompensa che vi attende all’uscita di questa galleria merdosa: la libertà.

Una libertà che vi farà paura, dato che quella stessa libertà vi darà delle vertigini così forti che vi causerà solo panico e tornerete a inginocchiarvi davanti al prossimo idolo, che vi propinerà l’ennesimo pacchetto preconfezionato ben incartato, un’altra ragnatela invischiante che diverrà parte del vostro Super-io.

Restate dove siete, è meglio per voi, la consapevolezza può rivelarsi una vera croce.

Saluti Settimanali

Photo by Mimi Thian on Unsplash

Mi rendo conto che non riesco a far passare troppo tempo senza darvi mie notizie e questa sera sento la necessità di buttar giù qualche riga per porvi un cordiale saluto. Non mi sono dimenticato di voi, cari utenti e care utentesse. Innanzitutto, essendo un signore di nobili origini, mi preme sapere come stiate. Naturalmente mi auguro che stiate molto male, annegati nella vostra quotidianità, sognando un cambiamento che sarà puntualmente spento dai sensi di colpa, dal richiamo ai doveri sociali, all’omologazione, sogni di una vita migliore che si tramutano in una placida, pigra, rassicurante, tiepida, inesorabile rassegnazione.


Per quanto mi riguarda, anche se nessuno me l’ha chiesto, e direi giustamente, il periodo non è dei migliori. La mia agenda è fitta di impegni, non avete idea di quanto sia dura la vita di un esorcista libero professionista, di quanto sia difficile al giorno d’oggi stanare il maligno, soprattutto nelle vostre anime corrotte dalle vostre felicità di facciata. Siete abili dissimulatori, la vostra coltre di menzogne occulta bene il lavoro ai fianchi del demonio, che silente, trama e briga nei bassifondi e prima o poi sferrerà il suo attacco, facendovi venire un attacco di panico che puntualmente placherete con qualche goccia di valium o xanax. Mai sia interrogarsi su quei segnali, meglio anestetizzare il tutto e tornare a sorridere fino a farsi venire una dissenteria, una gastrite o un’orticaria.


Ogni tanto osservo qui sulle reti sociali le vostre foto di gruppo, mi colpiscono soprattutto quelle in cui siete con i vostri colleghi in ufficio. Santo Dio, mi viene da strillare come una fica quando penso a che squadra affiatata che sembrate in quelle immagini, voi giovani promettenti di primo pelo, forse glabri lì ove non batte il sole. Cristo se siete davvero un gruppo di vincenti, mentre vi mettete nelle pose più imbarazzanti fingendo di essere grandi amici, il tutto finché uno di voi emergerà, dimostrerà di essere più bravo di voi, o magari sarà solo abile nell’utilizzo della sua sapiente linguetta nei confronti dei propri superiori. Preparatevi, perché sarà proprio quello il momento in cui comincerete a percepire un crescente bruciore in prossimità del buco del culo. Come si è permesso, quel figlio di puttana di Mitch, di fare carriera e di abbandonare il gruppo? Come si è permesso, quel mediano un tempo in panchina, di diventare capitano della squadra, allenatore, o “coach”, com’è che dite voi, quando vi riempite la bocca con i vostri inglesismi?


Cari utenti e care utentesse, non ho altro da raccontarvi per stasera. Al solito vige la solita raccomandazione: smettete immediatamente di fare sesso e incanalate la vostra libido verso la Vergine Madre con un bel Santo Rosario. Immagino che per voi sia molto difficile, visto che l’epoca in cui viviamo è ricca di opportunità in questo senso, opportunità che si concretizzano solo in casi rarissimi, perché è semplice sbattere qui sulle reti sociali i vostri cazzi e le vostre fiche, le vostre chiappone e le vostre provole affumicate mentre porgete le labbra a culo di gallina verso la fotocamera, usando il sesso come strumento di affermazione e di potere, ben sapendo che buona parte delle vostre gesta sono solo frutto della vostra fantasia e, nel momento in cui davvero qualcuno o qualcuna avrà il coraggio di farsi avanti e di invitarvi a bere qualcosa, comincerete a pisciarvi e a cagarvi nelle mutande, perché dovrete venire allo scoperto, senza filtri, senza pubblicità. Veri, autentici, nudi, imperfetti e, soprattutto, puzzolenti.


In sintesi, non prendetevela a male, ma fate del bene a voi stessi, dato che qui, sulla rete, troverete solo delle maschere: disinstallate Tinder, uscite di casa e, possibilmente, cercate da pisellare altrove.


Magari la donna, l’uomo della vostra vita è in fila al supermercato, alle poste, di fronte a voi.


E vi ha appena sorriso.

Ricordo di un Amore Passato

Ripenso alla mia adolescenza e mi tornano in mente gli antichi ricordi di quando ero una ragazzaccia scapestrata, di quando esibivo con sicumera e sfrontatezza i miei capezzoli puntuti nei corridoi della scuola, per dare sottilmente false speranze ai miei compagni di sesso maschile, brufoloni e segaioli. A quei tempi, ricordo che le mie compagne di scuola andavano matte per Leonardo DiCaprio e una sera ci recammo in uno dei primi “multisala”, come solete menzionare voi giovani i cinematografi che dispongono di molteplici spazi per la visione di più pellicole, per la prima proiezione di “Titanic”. Correva l’anno 1997 o giù di lì. In una delle scene iniziali, non dimenticherò mai un primo piano del protagonista che magnificava la sua espressione intensa, uno sguardo che aveva fatto urlare di bramosia gran parte della sala, riempita per lo più da giovani donne che ardevano di desiderio, sognando un giorno di essere uccellate da quella promettente e giovane star statunitense.

Ricordo ancora quel momento, le mie compagne, sedute al mio fianco, lanciavano urletti isterici mentre io me ne restavo impassibile come una statua di sale. Guardavo gli occhi vitrei dell’attore californiano, che a quanto pare avevano il potere di far bagnare le fichette delle mie amiche e, al contrario, non sentivo assolutamente nulla. È viva ancora in me la sensazione della mia passera asciutta più del fiume Po e intanto, mentre con i miei occhietti guardinghi sbirciavo a destra e a manca affinché non lasciassi trapelare alcuna aria di turbamento verso quelle oche delle mie compagne, serbavo il mio inconfessabile segreto, che ai tempi nessuna di quelle stronzette avrebbe mai dovuto conoscere.

Cari utenti e care utentesse, a distanza di tanti anni, con l’età che avanza e, forse, con un barlume di saggezza che inizia a farsi strada nel mio animo corrotto, non ho più alcuna vergogna nel confessare qualcosa che ai tempi mi faceva arrossire, forse la vera ragione per cui usavo la fica come forma di potere, mentre incedevo vanitosa con il mio harem di mezzi uomini nei corridoi del Liceo per far credere alla mia migliore amica Mariarita, la bruttina che ora è diventata un tipo e si fa delle signore scopatone con Maicol, bruttarello anch’egli, ma molto pisellone, di essere una mangiauomini. Forse è questo il motivo per cui per anni ho sofferto di frigidità, reprimendo un’attrazione sessuale fortissima che ho negato per anni a me stessa perché succube delle convenzioni sociali, mentre amavo ancora mio padre ed ero invidiosa di mia madre.

Cari utenti e care utentesse, la verità è che sono sempre stata attratta sessualmente da Pippo Baudo. Tutte le volte che guardavo le vecchie edizioni di Sanremo a casa con i miei genitori, le mie gote si facevano di bragia e, all’improvviso, dovevo alzarmi dalla poltrona del soggiorno con una scusa e correre in bagno per placare il mio ardore nei confronti del Pippo nazionale. So che molte di voi penseranno che sia strana, ma ho sempre trovato in quel suo piglio autorevole nel presentare, in quel suo parrucchino, in quell’eleganza sobria e misurata, una figura paterna che mi ispirava protezione, una protezione che sapeva di abbracci, di orecchie mordicchiate, di baci sul collo, di miele e di paprika, intanto che quelle fantasie si facevano di volta in volta più piccanti e raggiungevano il culmine nel momento in cui fantasticavo di essere posseduta dal presentatore catanese sul palco dell’Ariston, dinanzi a un pubblico in visibilio. Quella sì che sarebbe stata un’edizione del festival di Sanremo con i contro cazzi, altroché!

Sapete perché vi dico questo, cari amici e care amichesse? Perché siete come me. Avrete senza meno delle fantasie bizzarre, alcune di voi si sentiranno attratte da uomini molto più anziani, molto più giovani e stesso discorso vale per gli utentessi. Bene, non c’è nulla di male. Vi piacciono uomini con due nasi e tre testicoli? Siete normali. Vi piacciono donne con un capezzolo al posto dell’ombelico? Siete normali. E potrei andare avanti all’infinito.

State tranquilli, non sentitevi in colpa per le vostre fantasie, ma fatemi un piacere: piantatela di sposarvi con un partner verso cui non vi si sentite attratti sessualmente, solo per mostrare ai vostri amici che state con un bell’uomo o con una bella donna.

Ma soprattutto, piantatela di sposarvi con vostra madre e con vostro padre, cazzo!