Piena

Ti lascio entrar, ché la porta ora è aperta,
se anche tu le armi ora riesca a deporre,
ché si ama solamente quando scorre
la vita, se diviene cosa incerta.

Travolgimi, si viaggia alla scoperta
di abissi e lungo i bordi ormai si corre,
che mi trascinan giù dalla mia torre
e non mi fanno stare sempre all’erta.

Non voglio più saper da dove arrivi,
neppur tu dica il nome del mandante,
mio caro ambasciator che porti pena;

sopprimi i desideri più lascivi
e mi distrai dalla folla adorante,
violento fiume di merda ormai in piena!

Stolto

Che sai di me, che ancora non conosco,
o tu, che spingi forte sul mio petto,
che stringi le tue mani al collo, stretto
in una morsa che fa tutto fosco?

Rimani occulto nel mio sottobosco
e spesso, pare quasi per dispetto,
appari, sol per farmi uno sgambetto
e indossi un manto nero, alquanto fosco.

Eppure so che debbo darti ascolto,
o demone, ché porti verità
a me, che tanto a lungo t’ho ignorato;

è l’ora che si chiuda col passato,
nel quale forse fuggo per viltà,
fingendo d’esser saggio essendo stolto.

Andar Lontano

Andar lontano, lasciar che sul fondo
stian l’ombre, ormai compagne, forse amiche,
che portan energie piuttosto antiche,
da loro, in verità, più mi nascondo.

Ormai le stano ed è un gran girotondo
di grandi musiche, al tempo nemiche,
dolevano come ai piedi le vesciche,
per mio peregrinare lungo il mondo.

E dunque attendo che faccia il suo corso,
che l’onda mi sommerga e mi trascini,
che scenda anche la pioggia quando occorre;

non serve alcuna mano che soccorre,
ché l’acqua si ritira. Ecco i confini
espansi, duole meno questo morso!

Aprire

Ingolli vino, che i sensi stordisce,
lo sai che per amar devi dar fede
a chi ti s’avvicina e ciò non lede,
ma riempie? Eppur timor già s’inasprisce.

Che cosa, dunque ancora t’incupisce?
Perché fuggire via da chi ti chiede
chi sei, che nella porta infila il piede,
e del riserbo tuo già s’invaghisce?

È giunto il tempo di cedere, aprire,
distruggere quest’alte roccaforti,
deporre l’armi, di traversar l’uscio,

di romper questo soffocante guscio,
di respirare, spogliarti ed esporti,
di smettere ogni giorno di morire.

Verso il Monte

Davvero pensi d’osservare il mare,
che lieve ti lambisce e si ritira,
che scuro un po’ t’inquieta, un po’ t’ispira
a prendere il coraggio d’affrontare?

Non credi sia terribile restare
a riva, mentre il suono che sospira
dell’onda, senza meta un po’ t’attira,
e attende che ti possa ormai tuffare?

E, intanto, all’orizzonte, v’è un tramonto
di giorni ormai remoti e di valori
vetusti, ch’ora pesan come scogli;

consigli, ch’assomiglian ad imbrogli,
già storni, e vai lontano da quei cori,
su il manto, verso il monte, da ogni affronto!

Tresca

In alto un manto grigio e resti al chiuso,
galleggi in una nebbia meno fitta
e non v’è più ferita un tempo inflitta
che dolga, ché il dolor non è più eluso.

Eppure, per timor, resti recluso,
quest’oggi l’alma tua è impigrita, afflitta,
di sé si prende cura e resta zitta,
ché a sprecar fiato ormai più non sei uso.

L’estate s’allontana, l’aria è fresca,
soffuso un lume riempie questa stanza
e liberi la mente dai ricordi;

comprendi, l’ire spente, non più mordi,
deluso, già riprendi la tua danza
e corri via, lontan da quella tresca!

Esperta Allieva

Infine, questo cuor trova la pace,
di giorni travagliati ad affrontare
arbusti pien di spine, attraversare
sentieri d’una mente assai mendace.

Rimorso e falsa colpa, o te, vorace,
rimordi di ricordi e sanguinare
lo fai fino a sentirti soffocare,
finché tutto finisce, tutto tace.

E splende finalmente questo sole,
e, guarda, infin per giunta si solleva,
già dopo il temporale, fresca brezza;

e dolce, questa pelle t’accarezza,
ormai, di tal dolore, esperta allieva,
sopporti stoicamente la sua mole.

Il Tuo Presente

Ebbro già vaghi, non sai dove andare,
rimani dove sei, non ti decidi,
e chi per via diritta va ora invidi,
mentre il passato continua a bruciare.

Ardono ancora, rimembranze amare
d’amori e d’amicizie andate, affidi
quel tuo fidato istinto ad altri lidi,
perché sol su di te potrai contare.

Ma adesso sprofondare vuoi soltanto
nel buio ardente del tuo caldo inferno,
l’oracolo ora tace, muto, assente;

e spesso a ricordare resti, affranto,
luce splendente, invero un freddo inverno
che gela ciò che conta, il tuo presente.

Volo

E torni a libertà tant’agognata,
ritorni nella tana mentr’osservi
color che del passato restan servi
e schiavi d’una vita soffocata.

È dunque cosa giusta esser fuggita,
per dare già sollievo a que’ tuoi nervi
seppur traverso andrai sentieri impervi,
padrona ancor sarai della tua vita.

E soffri, ché chi è libero è anche solo,
ché schiavo fa sentir chi sta in catene
sicuro e soffocato in gabbie d’oro.

E lasciali, che restino tra loro,
ch’il sangue ribollisca nelle vene,
che l’ira sia il motore del tuo volo.

Paradiso

E giunge anche per lei questo momento,
di lasciar tutto e andar per altri mondi,
e tu nel tuo dolore intanto affondi,
un canto del tuo cuor ora s’è spento.

Di quella sua Lisbona resta vento
che soffia, mentre soffri e ti nascondi,
bestemmi quegli dei crudeli, immondi,
e piangi; il tempo scorre adesso lento.

Eppur sono ricordi d’altri tempi,
di giovani speranze, di legami,
sbiaditi e nebulosi, del suo viso;

e serbali con te, non farne scempi,
mia quercia, anche se perdi alcuni rami,
è solo per entrare in Paradiso.