Mediocrità e Potere

Spesso, nei corridoi aziendali di uno dei miei principali clienti, mi capita di fermarmi ad ascoltare i racconti dei cosiddetti “peones”, le sfere più in basso nella gerarchia, operai e impiegati, verso i quali nutro da sempre grande affetto e simpatia. Certo, tra costoro può annidarsi, di tanto in tanto, l’Ilario di turno, l’ambizioso figlio di buona donna che si è riempito la testa di libri motivazionali, che sembra volerti accoltellare alla schiena non appena dà fiato alla bocca, che mostra modi gentili ed elargisce sorrisi e pacche sulle spalle a tutti, che considera i colleghi e i capi solo come strumenti per la sua scalata al potere bramata a causa di un desiderio di rivalsa nei confronti di un ingombrante padre palazzinaro che lo ha fatto crescere in una campana di vetro facendogli credere che si ottengono fama, successo e denaro buttandola in culo al prossimo. Di fatto, il papà di Ilario ha capito tutto dalla vita e gli ha dato un pregevole insegnamento: contano gli agganci, le giuste amicizie, le spintarelle, la confezione a discapito del contenuto, essere fondamentalmente delle bolle d’aria, ma, più di tutto, conta il cinismo, conta l’individualismo e il mantenimento della propria famiglia, e, cosa ancora più importante, conta allinearsi quanto prima al volere dei vertici, in certi casi azionisti scoglionati che hanno ereditato la ditta di papà e la trattano come un conto deposito, spesso ignorando quale sia il reale valore delle attività che si svolgono all’interno, non avendo una minima idea di come si muovano i mercati, vivendo alla giornata senza pensare a una strategia di breve, medio e lungo periodo. Oltre a questo, chi comanda il vapore il più delle volte si sente onnipotente e intoccabile e non ama essere contraddetto ed è uno dei motivi per cui nei posti chiave della gerarchia si trovano dei mediocri e ruffiani, puri esecutori pagati anche profumatamente, disposti a fare carte false pur di raccontare fuori da quel piccolo mondo di essere persone importanti, senza sapere che, al netto di una prestazione sessuale forse assente in un contesto aziendale, non c’è molta differenza tra il loro mestiere e quello della prostituta. Guardo gli occhietti di questi puttanelli e, benché vestiti di tutto punto, scarpe lucide, incedere vanitoso ed eloquio vago, vedo in loro il dolore del dolore causato ai loro colleghi e sottoposti dalla loro nevrotica scalata al successo. In fin dei conti, la verità è che loro stessi sanno di aver preso un ruolo di comando senza esserne capaci, nella speranza che un giorno sarebbero stati rispettati e temuti, nella speranza di ottenere finalmente l’amore non ricevuto dai genitori, ma trovando solo disprezzo nei loro riguardi e solitudine. Mi viene in mente il vecchio Sorriso, dal sorriso ormai spento e dalle zampette di gallina che gli si formano quando strizza quegli occhietti tristi, mentre siede solo nel suo ufficio e pensa ai condizionamenti subiti da suo padre generale ispettore capo dell’aeronautica militare che non gli ha mai dato una carezza o un abbraccio e che gli ha imposto di diventare così, quando forse il vecchio Sorriso avrebbe voluto una vita semplice, ma soprattutto avrebbe voluto degli amici veri e provo tanta pena per questo signore che tutto sommato è devastato dal senso di colpa per aver acquisito una posizione di rilievo facendo a pezzi persone che si fidavano di lui. Un conto in banca pieno e una vita vuota.

Più discorro con le basse leve, più mi raccontano storie di questo tipo, dei loro responsabili e delle relative piccinerie e meschinità commesse, più mi rendo conto della gran fortuna che ho, nel non essere invischiato in queste dinamiche malate.

Cari amici, care amiche, lo ribadisco: il potere è una droga pericolosa e una troia capricciosa, statene alla larga se potete e, se proprio ve lo conferiscono perché siete tagliati per il comando e siete al contempo persone sagge, usatelo con moderazione e, soprattutto, non prendetevi troppo sul serio. Non siete indispensabili e, qualora vi riteniate tali, vi invito ancora una volta a farvi una bella passeggiata al cimitero.

Lo sguardo torvo e giudicante dei vostri avi, mi riferisco a quei baffuti “padri esemplari” morti nel 1920 che prendevano a cinghiate i loro figli e a sberle le loro mogli, vi farà cambiare senz’altro idea.

Inchiostro Marrone

La nostra mancanza di memoria ha un impatto non da poco sulla totale assenza di vergogna e di dignità dei nostri giornalisti. Il quarto potere, che dovrebbe per definizione pungolare i nostri governanti, al contrario si tramuta istantaneamente in megafono accondiscendente e scendiletto adulante dei potenti, soprattutto se in procinto di insediarsi o appena insediatisi. È imbarazzante il servilismo con cui Mario Draghi, senza meno al momento rispettabile signore e persona capace, è stato comunque accolto dalla stampa. Tutto questo mi rimanda al 2011, lo spread schizzava a guisa d’un eiaculazione sopraggiunta dopo mesi d’astinenza e giungeva a Palazzo Chigi il professor Mario Monti, dopo anni di Berlusconismo, di mancata rivoluzione liberale, di leggi ad personam, di nipoti di Mubarak e di puttanelle minorenni a caccia di soldi e di notorietà che ormai tenevano l’ex Cavaliere, fuor di metafora, letteralmente per le palle.

Ricordo bene quei giorni, curiosavo con il mio solito masochismo tra le varie testate online con lo scopo di irritarmi, avevo lasciato la facoltà di teologia da circa un paio d’anni, Silvio era in procinto di essere sbattuto temporaneamente nel dimenticatoio, intanto che del docente Bocconiano ne veniva esaltata la sobrietà. Sobrietà, era questo il termine con cui i primi giorni di governo gran parte dei giornali ci aveva asfissiato con il gas tossico della retorica servile. Sobrietà, mi si perdoni l’intollerabile anafora, con il suo capello tra il candido e il cinereo, con i suoi austeri occhiali e con il suo incedere felpato e imperturbabile, il tutto unito al cappottino di gran classe. Il professorone della Bocconi è in realtà, e mi ripeto, perdonatemi, un altro chiaro esempio di come la politica e il potere creino molta più assuefazione e dipendenza dell’eroina. Dopo averne assaggiato una piccola dose, il nostro sobrio docente non ha resistito al dolce sapore di quel ghiotto cioccolatino dal retrogusto amaro e, al termine della legislatura, ha commesso l’errore più madornale della sua vita: candidarsi alla Presidenza del Consiglio, fondando un ridicolo partito, con il solito progetto fallimentare e inutile di presentare una destra dalla faccia pulita, ottenendo come unico risultato di cadere rapidamente nel dimenticatoio pur entrando in parlamento, dando il colpo di grazia al già ammaccato Gianfranco Fini, uccidendolo una volta per tutte politicamente, con l’alleato Pierferdinando Casini entrato in Senato per il rotto della cuffia. Gran bella fine del cazzo, professor Monti, non ti si incula più nessuno e ci ricordiamo di te solamente per l’IMU sulla prima casa, per le lacrime ipocrite della Fornero e per gli esodati, un capolavoro di idiozia che probabilmente si sarebbe risparmiato persino Gasparri. È questo il ricordo intangibile che hai lasciato ai più, tu e la tua sobrietà osannata dalle nostre penne smidollate.

Vedremo di che pasta sarà fatto Super Mario, se al termine del suo mandato riuscirà a non farsi contaminare dal dolce veleno della gloria terrena e avrà il fegato di farsi da parte e di mortificare la sua volontà, magari ottenendo in premio una meritata Presidenza della Repubblica, o se si farà accecare dalle sirene del successo, vento di passaggio che, presto o tardi, si placherà come qualsiasi festosa salva di peti, anche dopo un abbondante pranzo a base di legumi, cipolle e prugne.

Sediamoci e ammiriamo il grande spettacolo, cari sudditi e care sudditesse, la birra la porto io.