L’Esilarante Variante Omicron

da corriere.it

Complice un abbondante bicchiere di “Dolcetto d’Alba” gentilmente donatomi da un mio caro amico del club dei gentiluomini, questa domenica mi sento vagamento brillo e dunque sfrutterò il momento per dare sfogo alla mia creatività con una delle mie missive al vetriolo e senza peli sulla lingua. A quanto pare la storia si ripete: siamo di nuovo a caccia del “paziente zero”, questo ragazzaccio un po’ malandrino che è andato in giro tra Caserta, Roma e Milano e avrà sicuramente contaminato taluni dei nostri beneamati concittadini, rendendo vano lo sforzo della scienza nel produrre vaccini che sconfiggano per sempre questo virus malandrino e subdolo, “il nemico invisibile”, no? Com’è che dicevate voi lo scorso anno, mentre cantavate l’inno di Mameli sui balconi delle vostre orribili case, menestrelli improvvisati nella speranza di trovare un senso di comunità nei vostri vicini di casa, esperimento durato tre giorni e terminato inesorabilmente nel momento in cui avete realizzato che la signora Liliana, la consigliera, ha magnificato esponenzialmente la sua tendenza a farsi i cazzi vostri, chiedendovi quotidianamente se la vostra caldaia a condensazione ha dei problemi con i polifosfati e se può entrare in casa vostra a darvi qualche consiglio non richiesto, magari anche sull’arredamento e, a quel punto, la sbatterete fuori di casa a calci nel culo e sognerete una casa su un atollo in mezzo all’oceano, pur di non avere a che fare con assemblee, spese straordinarie e altre perdite di tempo che vi toccheranno qualora decideste di vivere in queste “comunità” di vecchi rottinculo, impiccioni e fancazzisti.

Ma non divaghiamo, sarò breve quest’oggi, cari utenti e care utentesse, forse è bene che qualcuno ve lo dica: non andrà tutto bene, siamo fottuti, questo è il mondo in cui dovremo vivere da qui in avanti. Un mondo fatto di arresti domiciliari periodici e di terrorismo mediatico costante, dato che la sovrappopolazione mondiale sta diventando la vera emergenza, le risorse sono limitate, i cambiamenti climatici sono in agguato e dunque dobbiamo star distanti, dato che il piano ormai è chiaro come il sole: vogliono impedirci di scopare e di accoppiarci, di mettere al mondo altri mocciosi untori che andranno a ridurre ulteriormente la quantità di risorse disponibili su questo pianeta anomalo chiamato “Terra”.

Ecco perché occorre fare un appello alle utentesse, affinché lascino perdere le inconcludenti velleità femministe tanto di moda negli ultimi tempi, che hanno l’unico scopo di darvi l’illusione di avere potere e rendervi schiave del senso del dovere in modo che possiate dire a mamma e papà di avercela fatta. Fidatevi: l’unico atto davvero rivoluzionario è quello di andare a caccia seriamente di uccelloni turgidi e neri, di capocchione violacee e pulsanti e di dare il via a una scopata di livello mondiale, la vera espressione di un’orgasmica globalizzazione, in cui non vi saranno più differenze di razza, orientamento sessuale, religione, fichette strette penetrate da cazzoni duroni, in un impavido e coraggioso valzer di scroti e perinei ritmicamente schioppettanti, “allegro ma non troppo”, che cancellerà completamente ogni tipo di timore di contagio e ridarà finalmente speranza a questa umanità costantemente condizionata dalla cultura imposta dal potere del momento.

Iniziate da adesso, care utentesse, uscite di casa, magari il salsiccione marrone che tanto bramate è lì che vi aspetta.

E vi ha appena sorriso.

Ti Amo Mamma

Il vento sussurra
morbidi segreti d’estati
remote, su arbusti ingialliti
d’eterni ritorni autunnali
e vivo permane
lo sguardo tuo
perso
d’aromi agrodolci
il sapore.


Ho deciso di inaugurare questa mia missiva con uno scialbo e squallido poema da rete sociale, le cui regole si basano generalmente sulla totale assenza di metrica, enjambement adoperati con criteri del tutto aleatori e altrettanto casuali sentimenti che emergono da una certa inconcludente passione degli autori e delle autoresse nel fissarsi l’ombelico e nel restare a cuocersi nel brodo dell’indolenza e dell’inazione. Sia chiaro: qui si parla anche di me, forse le mie orrende poesie sono più strutturate, ma si tratta degli stessi inutili contenuti. L’utilizzo che faccio della metrica è un chiaro sintomo di un disturbo ossessivo compulsivo conclamato, per cui trovo nell’endecasillabo, nel sonetto e nel madrigale una sorta di senso di sicurezza, alla stessa stregua di chi ha bisogno di lavarsi le mani sette volte prima di pranzo o di controllare settanta volte sette di aver chiuso la porta di casa o dell’auto a chiave.


Ma non divaghiamo, ho bisogno di un chiarimento e mi rivolgo soprattutto a voi adolescenti di quarant’anni: si può capire che bisogno avete di avere vostra madre e vostro padre o peggio, i vostri suoceri come amici sulle reti sociali? Ma possibile che alla vostra età abbiate ancora la necessità di compiacerli e siate totalmente incapaci di mettere dei paletti e di farvi avvelenare il sangue dai loro continui inconsapevoli tentativi di venire a pisciare nel vostro territorio e di seminare zizzania tra voi e il vostro partner? Badate bene e lo sottolineo, il tutto è inconsapevole: i vostri vecchi lo faranno sempre in buona fede, la loro apprensione cronica sarà solo un maldestro tentativo di proteggervi dai mali del mondo che loro stessi hanno contribuito a causare e a perpetuare, mediocri che proteggono altri mediocri, oltre a una totale incapacità di accettare il fatto che siate diventati dei presunti adulti, ma tutto quell’amore che sa di cibo scaduto vi causerà solo irritazione e dolore, in quanto sarà il chiaro segnale che vi considerano giustamente ancora dei ragazzini incapaci e imbecilli, la prova evidente che non hanno alcuna fiducia nella vostra capacità di cavarvela da soli.


Cari utenti e care utentesse, forse la rete ha ragione, forse gli animali sono davvero meglio delle “perzone”, giusto? Com’è che dite voi? Personalmente non ho mai visto un fottuto gatto adulto obbligato a tornare a pranzo da mamma e papà gatto la domenica. Quei figli di puttana di felini hanno capito tutto e conquisteranno il mondo, con la loro calma olimpica e il loro incedere snob, con la loro autonomia e indipendenza e, ahimè, forse sono un esempio da seguire affinché questa squallida e nevrotica umanità faccia qualche passo in avanti. Mi rivolgo ora soprattutto agli utenti di sesso non femminile, ai quali tocca dare l’ennesima delusione: credetemi, non troverete mai più, in nessuna donna, i dolci occhi e il sorriso di vostra madre mentre vi rimboccava le coperte, vi preparava le lasagne, le stesse lasagne che hanno contribuito a rendervi dei grassi tricheconi sedentari, culacchioni e scoreggioni, non troverete più in nessuna donna quella signora che credeva in voi e vi faceva sentire unici e speciali, capaci di ogni impresa e di conquistare il mondo.


So che la pillola è molto amara, al massimo, nei primi tempi, troverete un’illusione di quell’antico amore con una nuova donna, finché l’incantesimo non si interromperà e sarete a quel punto declassati alla stregua di animali da compagnia e cavalieri serventi, donatori di sperma invischiati nel liquame color pece del senso del dovere e manipolati costantemente dal senso di colpa, bravi cristiani di facciata, bravi progressisti dalla parte delle minoranze, pronti a tramutarvi negli stalloni dal cazzetto piccolo e dal culo stretto che si imboscano nei cessi delle stazioni di servizio delle peggiori strade provinciali italiane scrivendo sulle porte, in un’orribile ortografia, il loro numero di telefono.

Dimenticatevi di vostra madre, di quell’ingombrante custode del focolare dalla fica dentata, disfatevi di questo cazzo di totem, imparate a cucinarvele da soli, le vostre lasagne del cazzo.

Credetemi, è doloroso, ma funziona di gran lunga meglio delle vostre adorate pillole blu.

Mal di Testa Autunnali

Rientro da una giornata lavorativa alquanto scialba, mentre ho uno di quei mal di testa simili a quelli che seguono a un lungo pianto, in verità non avvenuto. Non che io sia una di quelle fichette lì, eh, sia chiaro, che non si dica in giro che la sottoscritta versi sporadicamente delle lacrime, ne andrebbe della mia reputazione di uomo tutto d’un pezzo, disciplinato, austero e virtuoso, che ha trovato nel piacere della preghiera e della penitenza un ottimo sostituto a quello che voi chiamate “sesso”. Del resto, non fa forse un po’ schifo, questo cosiddetto “sesso”? Gente che mischia le proprie pelli, le proprie salive, i propri sudori con quelli altrui, impegnandosi in un’attività alquanto faticosa e dolorosa, visto che, nei casi peggiori, è contraddistinta da respiri affannosi e urla. Vogliamo poi parlare di queste cosiddette “tette”? Cosa diavolo sono queste orribili protuberanze a forma di provola che voi donne avete sul petto? Senza meno si tratta di un’anomalia evolutiva. Probabilmente, in un’ottica creazionista, l’unica possibile del resto, il Signore aveva realizzato delle gobbe di troppo rispetto al numero di cammelli previsti e ha deciso di montarle su alcuni esemplari di donne. Ciò nonostante, tutto questo “sesso”, tutte queste “tette”, senza meno sono ben lontane dal piacere che si prova nel momento in cui ci si cimenta anima e corpo nella recita di un bel Santo Rosario, contraddistinto da una sequela scandita di “Padre Nostro”, “Ave Maria” e concludendo il tutto con un bel terzetto di “Gloria al Padre”, una sorta di medley rap in cui vengono menzionati i pezzi più noti nel panorama cattolico, oserei definirli i “Greatest Hits” della preghiera.

Ma non divaghiamo, quest’oggi ci tenevo a fare una riflessione sull’umanità tutta, su quanto i tempi attuali possano dare vita a equivoci e fraintendimenti in merito alla nostra reale natura. Penso a queste benedette conquiste ottenute dal femminismo, dalla comunità LGBT, dagli animalisti, dai vegani, in generale da tutto questo mondo un po’ arcobaleno, politicamente corretto, ove regna il rispetto per voi tutti, fiorellini delicati da trattare con i guanti di velluto, così teneri e morbidoni da venir voglia di strapazzarvi di coccole, fragili e forti allo stesso tempo, resilienti, che vi piegate, ma non vi spezzate, no? È così che dite voi, così certi della vostra identità consolidata, ormai adulti, autonomi, indipendenti e realizzati mentre continuate a farvi pagare l’affitto di casa da vostro padre primario di oncologia, ché sarebbe anche ora di metter su famiglia e di comprarlo un appartamento, no? Quando vi deciderete a dare ai vostri vecchi un nipotino, rinunciando per sempre al vostro sogno di girare il mondo e di trovare una posizione di rilievo negli Stati Uniti? Insomma, mi si perdonino le divagazioni, d’altro canto questi sono solo flussi di coscienza, ma sembrerebbe che tutta questa correttezza e rispetto verso le minoranze abbiano reso migliore l’umanità. In qualche modo siamo cambiati, siamo diventati tutti più buoni e viviamo in un mondo migliore. Non vi sembra bellissimo cari utenti e care utentesse?

Ahimè, ancora una volta, bisogna prendere atto dell’amara e cruda realtà: tutto questo è solo una moda passeggera, altro non siamo che bestiacce manipolabili, foglie al vento, pronti in un istante a saltare sul carro dei vincitori. Siamo rimasti gli stessi che un paio di millenni fa accoglievano Cristo a Gerusalemme come un re e che lo avrebbero inchiodato su una croce come il peggiore dei criminali dopo pochissimo tempo. Siamo gli stessi che, tra gli anni venti e gli anni quaranta del secolo scorso, tendevano il braccio destro dinanzi all’effige di un signore pelato e mascellone, a compensare probabilmente delle gravissime disfunzioni erettili, per poi fare scempio del suo cadavere in Piazzale Loreto.

Non è cambiato nulla, cari pecoroni e care pecoronesse, l’umanità non è migliorata: stiamo solo seguendo l’ultima tendenza, guidati dal volubile e dispettoso pastore del conformismo, consumatori viziati e con la pancia piena, pigri aristocratici ignari di un possibile shock che, qualora dovesse arrivare, farà molto, ma molto male.

Ma anche in quel caso, state tranquilli, ci sapremo adattare: troveremo il prossimo idolo dinanzi al quale inginocchiarci, il prossimo vincitore a cui abbassare la patta dei pantaloni per estrarne il vigoroso barbagianni e farne laido banchetto, che imporrà il proprio pensiero tramutandolo in verità assoluta e tutti noi lo seguiremo, inconsapevoli del fatto che ci macchieremo di gravissimi peccati, ma nella convinzione di essere sempre e comunque dalla parte giusta.

Convinti di essere “i buoni”.

La Pandemia degli Psicochiacchieroni

Vi scrivo questa missiva da una stanza d’albergo nei pressi di un piccolo borgo umbro, caratterizzato da prestigiosi edifici di carattere religioso e civile e circondato da mura. Adoro, in quest’ultimo caso, l’idea che un cumulo di spesse pietre possa aumentare ulteriormente la separazione che sussiste tra me e voi. Vero, non posso che darvi ragione, cari eterni ragazzi e ragazze, i muri non hanno più senso, ormai viviamo in un mondo globalizzato, un mondo caratterizzato dalla cosiddetta “trasparenza”, una trasparenza che ci ha reso invisibili e inconsistenti, un mondo in cui il riserbo e il contegno costituiscono ormai valori vetusti, una società nella quale siamo quasi obbligati a sbattere in pasto alle masse i nostri cazzi, le nostre fiche, i nostri seni prosperi e i nostri culi sodi, i nostri figli, i nostri handicap, i nostri tumori e le nostre chemio, le nostre mascherine a celare i nostri orribili nasi e bocche, i nostri caschi per l’ossigeno, le nostre corone d’alloro a testimoniare l’accesso al mondo della disoccupazione, dello stage non retribuito e della cassa integrazione, i nostri nonni incartapecoriti che amiamo in quanto unico welfare del nostro paese, i nostri malesseri psicologici alla ricerca di quella carezza e di quella parolina giusta che non giungeranno mai.

In merito a quest’ultimo punto, osservo come le reti sociali pullulino ultimamente di psicochiacchieroni da scuola materna, che occupano preziosi “bytes” pubblicando buoni consigli su come stare bene con il nostro partner, su come raggiungere la felicità, su come prenderci cura di noi stessi e ricucire le nostre ferite infantili, su come coltivare buone relazioni evitando quelle “tossiche”, stando alla larga dai cosiddetti “narcisisti patologici”. Mi riferisco a quelle braccia rubate all’agricoltura che mettono nero su bianco esattamente ciò che vogliamo sentirci dire, confermando esattamente le balle che raccontiamo a noi stessi, che contribuiscono a mantenerci in un perenne stato adolescenziale, continuando a farci proiettare sugli altri, su genitori, fratelli, sorelle, amici, colleghi, capi, ministeri, governi, multinazionali, il marcio che in realtà alberga solo ed esclusivamente in noi.

Cari utenti e care utentesse, lasciate che sia io per questa volta a darvi un mite consiglio, affinché impariate davvero a prendervi cura di voi stessi: ogni volta che qualcuno dirà qualcosa che vi ferisce, sappiate che per trovare l’unico colpevole della vostra rabbia e del vostro dolore è sufficiente che vi rechiate in bagno. Lì dovrebbe esserci uno specchio, giusto? Bene, ponetevi di fronte e guardate molto bene in faccia il volto che ne viene riflesso, fatto? Coraggio, osservate attentamente i suoi lineamenti corrucciati, le lacrime che sgorgano dagli occhietti di bragia contriti, i denti digrignati, serrati in una morsa atta a contenere l’ira. Ci siete? Benissimo! Il responsabile del vostro dolore è proprio quella faccia di cazzo lì, quel volto orripilante che tanto speciale crediate che sia.

Mi spiace, care vittime e care vittimesse del mondo, ma sarà proprio quella la faccia di cazzo, il viso putrescente e sconfitto dalla vita e dagli Dei con cui dovrete fare i conti tutta la vita.

E, per smentire il buon Sartre, ahimè, l’inferno non sono gli altri.

L’inferno siete voi.

Il Senato affossa il ddl Zan

Quest’oggi ho pianto come una fichetta e, facendo un giro per le reti sociali e per le pagine amiche, mi rendo conto di non essere l’unica ad aver bisogno di una cremina lì dove non batte il sole. L’odierno affossamento al Senato del ddl Zan dimostra in maniera lapalissiana che, ora più che mai, il rischio che in Italia faccia ritorno un’era gravemente oscurantista è sempre più elevato. Viviamo in un paese in cui la prevenzione e il contrasto della discriminazione per sesso, genere e disabilità costituiscono ormai un’emergenza nazionale, ben più grave, lasciatemi dire, dei posti di lavoro che vanno persi, delle attività imprenditoriali chiuse, delle terapie intensive a rischio collasso e di una scuola pubblica con sempre meno strumenti a disposizione per garantire ai docenti di fare bene il loro lavoro. L’approvazione di questa legge avrebbe tramutato la nostra nazione in una Repubblica colorata e cucciolosa. Avremmo avuto un perenne carnevale per le strade, ricco di carri allegorici arcobaleno, in una festa senza fine, carica di febbrile entusiasmo per la vita e per la sessualità, naturalmente da non mettere assolutamente in pratica per evitare di incappare in un’accusa di molestie, ma celebrarla semplicemente come idea astratta. Avremmo abolito una volta per tutte le discriminazioni, avremmo cancellato per sempre l’odio, nel nome di una nuova umanità perennemente polarizzata verso i buoni sentimenti, ricacciando il male e dimostrando un’azione molto più efficace di quella perpetuata dalla Chiesa Cattolica, che per anni non ha fatto altro che minacciarci con lo spauracchio del peccato e del senso di colpa, costringendo noi donne, eroine multitasking, madri, operaie, imprenditrici e manager, a sposarci e a metter su famiglia.

Ciò nonostante, mi rivolgo a tutti voi, che mi seguite e che avete condiviso questa battaglia: non abbiamo bisogno di nessuna legge, su di essa vincerà sempre l’amore. Codesto è un insegnamento analogo a quello messo in pratica da Nostro Signore Gesù Cristo, debbo dire eccellentemente trascritto nei quattro Vangeli, che, ai tempi, quando furono pubblicati, sorpassarono letteralmente l’Antico Testamento nella classifica dei best-seller, con uno stile di scrittura assolutamente provocatorio e innovativo, nel narrare le gesta e le avventure scalmanate “on the road” in Galilea di quel mattacchione del Nazareno.

Cari utenti e care utentesse, non abbiate timore alcuno, mi sento di consolarvi in questo giorno molto triste anche per voi, che avete combattuto al mio fianco per questa battaglia di libertà, pace e democrazia: ove prevale l’amore, non vi sono codicilli e burocrazie che tengano. Quello che conta sono sempre e comunque i nostri sentimenti e credo che abbiamo comunque una gran fortuna a vivere in un’epoca che sta letteralmente superando quei vetusti sistemi di pesi e contrappesi. Grazie a Dea, la vita virtuale ha soppiantato completamente quella reale e, difatti, il potere legislativo, ahimè, quest’oggi ha fallito. Non è stato capace, in questo caso, di portare avanti una battaglia di verità assoluta, con un atto antidemocratico basato sul voto dei nostri parlamentari che riporta l’Italia indietro di almeno novant’anni. Se fosse dipeso dai nostri cosiddetti “likes”, quest’oggi avremmo avuto un paese più aperto, più inclusivo, più democratico.

Non preoccupatevi, cari amici e care amichesse, forse i tempi non sono ancora maturi, ma presto o tardi saranno sufficienti “Mi Piace” e condivisioni, per far approvare le leggi che piacciono a noi.

Sarà quello il momento in cui potremo finalmente costituire un nuovo ordine mondiale e abolire per sempre il male.

Presidenza della Repubblica

Photo by Emma Fabbri on Unsplash

L’elezione del Presidente della Repubblica è sempre un emozionante rituale e vedo che la cosa non manda in sollucchero solo la sottoscritta, ma vedo che altrettante passere umide e golose fanno a gara nel proporre le candidature più disparate. Mi deliziano, in particolar modo, coloro che propongono petizioni affinché al Quirinale ci vada una persona di spiccato valore morale, ma senza preparazione politica e giuridica alcuna, non perché costoro ci credano davvero, ma perché hanno bisogno di un archetipo, di un simbolo, di un santo laico nel quale rispecchiare il loro ego ipertrofico e saturo di buoni sentimenti, per sentirsi buoni dinanzi ai loro lettori e ai loro seguaci, mentre nei bassifondi, ahimè, nelle loro viscere gorgoglia in verità la lava incandescente dei loro lati oscuri malamente repressi, in attesa di prorompere e di eruttare improvvisamente, tramutando i nostri paladini zuccherosi in mostri crudeli.


Non farò nomi, non sta a me giudicare chi sarà il prossimo Capo dello Stato, ci mancherebbe altro. Chi cazzo sono io? Sul serio, ma davvero seguite questa fogna di blog? Davvero pensate che quattro porcate frutto della mia mente malata scritte in un italiano pedante e totalmente fine a se stesso possa avere un’influenza sull’opinione pubblica o sulla politica italiana? Ecco, a proposito di questo, vorrei far presente a questi signori che il Presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento e che, per grazia di Dio, nessun blog, nessuna petizione online, nessuna pagina Facebook, nessun account Twitter, avrà mai il potere di eleggere la prima carica dello Stato.


Detto questo, siete liberi di rendervi ridicoli come vi pare, esattamente come me, che faccio l’anticonformista per non guardarmi dentro, sapendo che anche io sono un po’ sentimentale e, in sporadiche occasioni, un cucciolone soffice e morbidone esattamente come voi. Proponete pure chi vi pare, esprimete a gran voce il vostro desiderio, ma è bene che qualcuno ve lo dica: avete già bruciato il vostro candidato.


Infatti, in questo sta il fascino dell’elezione del Capo dello Stato, quel mistero che sfiora quasi il divino: è sempre un’avventura esilarante e scoppiettante, ricca di colpi di scena, è la massima espressione della meravigliosa complessità della nostra politica, un compromesso che ha il sapore di un’opera d’arte, la massima espressione di democrazia.
Anche questa volta ne vedremo delle belle, chiunque sarà il successore di Mattarella. Dunque, cari utenti e care utentesse, riponete nel cassetto i vostri sogni: il Presidente della Repubblica non rappresenta solo la nazione, non è solo un simbolo, ma ha più poteri di quelli che pensate. Abbiamo avuto in passato Presidenti molto interventisti, altri sono stati più discreti, più dietro le quinte e tutto questo è perfettamente lecito: rientra nell’interpretazione del ruolo ed è uno dei motivi per cui il nostro sistema parlamentare funziona bene, perché è flessibile ed estremamente democratico.


Dunque, rassegnatevi: serve una persona politicamente preparata e che conosca bene la nostra Costituzione. È un duro lavoro e richiede un notevole equilibrio interiore.


E non occorre che ve lo dica, cari spippacchioni da reti sociali: sapete bene che nessuno di voi diventerà mai Presidente della Repubblica.


Ora, smettetela di toccarvi il barbagianni e andate a dormire.

Saluti Settimanali

Photo by Mimi Thian on Unsplash

Mi rendo conto che non riesco a far passare troppo tempo senza darvi mie notizie e questa sera sento la necessità di buttar giù qualche riga per porvi un cordiale saluto. Non mi sono dimenticato di voi, cari utenti e care utentesse. Innanzitutto, essendo un signore di nobili origini, mi preme sapere come stiate. Naturalmente mi auguro che stiate molto male, annegati nella vostra quotidianità, sognando un cambiamento che sarà puntualmente spento dai sensi di colpa, dal richiamo ai doveri sociali, all’omologazione, sogni di una vita migliore che si tramutano in una placida, pigra, rassicurante, tiepida, inesorabile rassegnazione.


Per quanto mi riguarda, anche se nessuno me l’ha chiesto, e direi giustamente, il periodo non è dei migliori. La mia agenda è fitta di impegni, non avete idea di quanto sia dura la vita di un esorcista libero professionista, di quanto sia difficile al giorno d’oggi stanare il maligno, soprattutto nelle vostre anime corrotte dalle vostre felicità di facciata. Siete abili dissimulatori, la vostra coltre di menzogne occulta bene il lavoro ai fianchi del demonio, che silente, trama e briga nei bassifondi e prima o poi sferrerà il suo attacco, facendovi venire un attacco di panico che puntualmente placherete con qualche goccia di valium o xanax. Mai sia interrogarsi su quei segnali, meglio anestetizzare il tutto e tornare a sorridere fino a farsi venire una dissenteria, una gastrite o un’orticaria.


Ogni tanto osservo qui sulle reti sociali le vostre foto di gruppo, mi colpiscono soprattutto quelle in cui siete con i vostri colleghi in ufficio. Santo Dio, mi viene da strillare come una fica quando penso a che squadra affiatata che sembrate in quelle immagini, voi giovani promettenti di primo pelo, forse glabri lì ove non batte il sole. Cristo se siete davvero un gruppo di vincenti, mentre vi mettete nelle pose più imbarazzanti fingendo di essere grandi amici, il tutto finché uno di voi emergerà, dimostrerà di essere più bravo di voi, o magari sarà solo abile nell’utilizzo della sua sapiente linguetta nei confronti dei propri superiori. Preparatevi, perché sarà proprio quello il momento in cui comincerete a percepire un crescente bruciore in prossimità del buco del culo. Come si è permesso, quel figlio di puttana di Mitch, di fare carriera e di abbandonare il gruppo? Come si è permesso, quel mediano un tempo in panchina, di diventare capitano della squadra, allenatore, o “coach”, com’è che dite voi, quando vi riempite la bocca con i vostri inglesismi?


Cari utenti e care utentesse, non ho altro da raccontarvi per stasera. Al solito vige la solita raccomandazione: smettete immediatamente di fare sesso e incanalate la vostra libido verso la Vergine Madre con un bel Santo Rosario. Immagino che per voi sia molto difficile, visto che l’epoca in cui viviamo è ricca di opportunità in questo senso, opportunità che si concretizzano solo in casi rarissimi, perché è semplice sbattere qui sulle reti sociali i vostri cazzi e le vostre fiche, le vostre chiappone e le vostre provole affumicate mentre porgete le labbra a culo di gallina verso la fotocamera, usando il sesso come strumento di affermazione e di potere, ben sapendo che buona parte delle vostre gesta sono solo frutto della vostra fantasia e, nel momento in cui davvero qualcuno o qualcuna avrà il coraggio di farsi avanti e di invitarvi a bere qualcosa, comincerete a pisciarvi e a cagarvi nelle mutande, perché dovrete venire allo scoperto, senza filtri, senza pubblicità. Veri, autentici, nudi, imperfetti e, soprattutto, puzzolenti.


In sintesi, non prendetevela a male, ma fate del bene a voi stessi, dato che qui, sulla rete, troverete solo delle maschere: disinstallate Tinder, uscite di casa e, possibilmente, cercate da pisellare altrove.


Magari la donna, l’uomo della vostra vita è in fila al supermercato, alle poste, di fronte a voi.


E vi ha appena sorriso.

Ricordo di un Amore Passato

Ripenso alla mia adolescenza e mi tornano in mente gli antichi ricordi di quando ero una ragazzaccia scapestrata, di quando esibivo con sicumera e sfrontatezza i miei capezzoli puntuti nei corridoi della scuola, per dare sottilmente false speranze ai miei compagni di sesso maschile, brufoloni e segaioli. A quei tempi, ricordo che le mie compagne di scuola andavano matte per Leonardo DiCaprio e una sera ci recammo in uno dei primi “multisala”, come solete menzionare voi giovani i cinematografi che dispongono di molteplici spazi per la visione di più pellicole, per la prima proiezione di “Titanic”. Correva l’anno 1997 o giù di lì. In una delle scene iniziali, non dimenticherò mai un primo piano del protagonista che magnificava la sua espressione intensa, uno sguardo che aveva fatto urlare di bramosia gran parte della sala, riempita per lo più da giovani donne che ardevano di desiderio, sognando un giorno di essere uccellate da quella promettente e giovane star statunitense.

Ricordo ancora quel momento, le mie compagne, sedute al mio fianco, lanciavano urletti isterici mentre io me ne restavo impassibile come una statua di sale. Guardavo gli occhi vitrei dell’attore californiano, che a quanto pare avevano il potere di far bagnare le fichette delle mie amiche e, al contrario, non sentivo assolutamente nulla. È viva ancora in me la sensazione della mia passera asciutta più del fiume Po e intanto, mentre con i miei occhietti guardinghi sbirciavo a destra e a manca affinché non lasciassi trapelare alcuna aria di turbamento verso quelle oche delle mie compagne, serbavo il mio inconfessabile segreto, che ai tempi nessuna di quelle stronzette avrebbe mai dovuto conoscere.

Cari utenti e care utentesse, a distanza di tanti anni, con l’età che avanza e, forse, con un barlume di saggezza che inizia a farsi strada nel mio animo corrotto, non ho più alcuna vergogna nel confessare qualcosa che ai tempi mi faceva arrossire, forse la vera ragione per cui usavo la fica come forma di potere, mentre incedevo vanitosa con il mio harem di mezzi uomini nei corridoi del Liceo per far credere alla mia migliore amica Mariarita, la bruttina che ora è diventata un tipo e si fa delle signore scopatone con Maicol, bruttarello anch’egli, ma molto pisellone, di essere una mangiauomini. Forse è questo il motivo per cui per anni ho sofferto di frigidità, reprimendo un’attrazione sessuale fortissima che ho negato per anni a me stessa perché succube delle convenzioni sociali, mentre amavo ancora mio padre ed ero invidiosa di mia madre.

Cari utenti e care utentesse, la verità è che sono sempre stata attratta sessualmente da Pippo Baudo. Tutte le volte che guardavo le vecchie edizioni di Sanremo a casa con i miei genitori, le mie gote si facevano di bragia e, all’improvviso, dovevo alzarmi dalla poltrona del soggiorno con una scusa e correre in bagno per placare il mio ardore nei confronti del Pippo nazionale. So che molte di voi penseranno che sia strana, ma ho sempre trovato in quel suo piglio autorevole nel presentare, in quel suo parrucchino, in quell’eleganza sobria e misurata, una figura paterna che mi ispirava protezione, una protezione che sapeva di abbracci, di orecchie mordicchiate, di baci sul collo, di miele e di paprika, intanto che quelle fantasie si facevano di volta in volta più piccanti e raggiungevano il culmine nel momento in cui fantasticavo di essere posseduta dal presentatore catanese sul palco dell’Ariston, dinanzi a un pubblico in visibilio. Quella sì che sarebbe stata un’edizione del festival di Sanremo con i contro cazzi, altroché!

Sapete perché vi dico questo, cari amici e care amichesse? Perché siete come me. Avrete senza meno delle fantasie bizzarre, alcune di voi si sentiranno attratte da uomini molto più anziani, molto più giovani e stesso discorso vale per gli utentessi. Bene, non c’è nulla di male. Vi piacciono uomini con due nasi e tre testicoli? Siete normali. Vi piacciono donne con un capezzolo al posto dell’ombelico? Siete normali. E potrei andare avanti all’infinito.

State tranquilli, non sentitevi in colpa per le vostre fantasie, ma fatemi un piacere: piantatela di sposarvi con un partner verso cui non vi si sentite attratti sessualmente, solo per mostrare ai vostri amici che state con un bell’uomo o con una bella donna.

Ma soprattutto, piantatela di sposarvi con vostra madre e con vostro padre, cazzo!

Recensioni Mattacchione – Nicholas Meyer – The Day After (1983)

L’esilarante scena del bombardamento di Kansas City

Per chi se lo fosse perso, consiglio questo spassosissimo film d’azione, forse un po’ datato, ma che oserei definire precursore di altre pellicole più recenti, quali “The Avengers” o “I Fantastici 4”.

La storia si svolge nel Missouri, nell’ipotesi che i rapporti tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica siano sempre più tesi. L’escalation tra le due superpotenze è tale da condurre i sovietici a sganciare numerose atomiche sul territorio americano, radendo completamente al suolo Kansas City. All’olocausto sopravviverà il dottor Russell Oakes (Jason Robards), il quale, a seguito delle radiazioni dovute al fallout, subirà delle mutazioni genetiche che gli conferiranno dei super poteri, mediante i quali si prenderà cura dei sopravvissuti al bombardamento, meditando vendetta nei confronti dell’arcinemico comunista. Non mancano scene spassose e battute esilaranti da parte di un altro dei protagonisti di questa avventurosa pellicola, il simpaticissimo aviatore Billy McCoy (William Allen Young) che farà sfoggio nel corso del film di un fine umorismo alla Eddie Murphy. Notevole anche l’interpretazione comica di John Cullum, nei panni di Jim Dahlberg, un fattore conservatore alle prese con gli sbalzi ormonali della figlia Denise (Lori Lethin), che, a causa della quarantena forzata nella cantina dei Dahlberg dovuta al fallout e avendo perso il futuro sposo Bruce (Jeff East) nell’esplosione, cadrà in una profonda crisi d’astinenza da uccelloni.

Consiglio la visione a grandi e piccini, per una serata frizzante e adrenalinica da passare in famiglia.

Ilario e il Passaggio di Consegne

– A fine anno, Dino ci lascia, ha trovato un cliente in Belgio disposto a pagarlo il doppio.

Ilario strabuzzò gli occhi fissando Michele, intanto che il ventre gli si infiammava, a seguito di quella inaspettata notizia. Lanciò un’occhiata attonita a destra e a sinistra, più volte, con la coda degli occhi, pensando a quale frase ad effetto utilizzare per uscirne pulito e non lasciar trapelare sentimenti ostili e replicò: – Cavolo, è un fulmine a ciel sereno, mi spiace sempre quando una persona in gamba ci lascia!

Si congedò dal suo collega e percorse lentamente i corridoi aziendali, con il capo leggermente chino e fissando il pavimento, rimuginando su quella notizia che poteva finalmente dargli la grande opportunità di succedere al suo mentore, di prendere il suo posto di responsabile su quell’ambito e prestigioso progetto di manutenzione di un database che raccoglieva i dati sui consumi dei clienti di un grosso fornitore di energia elettrica. La bocca gli si riempì di saliva e deglutì voluttuosamente, intanto che la sua volontà di potenza, la sua brama di essere il numero uno lo aveva invaso.

– Dino va via, quel posto dev’essere mio… – pensava Ilario, mentre gli si formava un nodo alla gola, sintomo di un entusiasmo delirante.

Pensò a quale potesse essere la strategia migliore per poter conquistare l’ambito posto, quella piccola poltrona mediante la quale avrebbe potuto farsi bello con i suoi famigliari e con i suoi amici, strumento da adoperare con lo scopo di vendicare finalmente le angherie subite alle scuole elementari, con cui avrebbe potuto finalmente trovare un posto nel suo piccolo mondo borghese di certezze di plastica, raggiungendo lo status di lavoratore, buon padre di famiglia e buon marito, per quanto sua moglie Martina stesse continuando a sfiorire e a ingrassare. Era trascorso ormai più di un anno dall’ultima volta in cui avevano fatto l’amore per via dell’impotenza di Ilario, dovuta al suo lavorare alacremente e incessantemente, causata da una libido concentrata tutta sulla produttività e sul desiderio di rivalsa. Mentre a passi lenti proseguiva nella sua lenta passeggiata lungo il corridoio, gli sovvenne quanto letto mesi prima su uno dei suoi numerosi manuali di auto-aiuto, secondo il quale era opportuno non mostrarsi mai interessati a un posto di comando, ma bisognava ingraziarsi prima il leader, miscelando adeguatamente compiacenza e spirito critico, in modo da lusingare, ma mostrarsi al contempo aperti al confronto. Sì, pensava Ilario, era quella la strategia giusta. Avrebbe contattato Dino sulla chat aziendale con una scusa, certo del fatto che lo stesso Dino avrebbe riconosciuto il suo talento come leader e avrebbe senza meno passato il testimone a lui. D’altro canto Ilario, oltre a ritenersi un tecnico informatico molto valido, diceva di se stesso di essere un eccellente comunicatore. Generalmente, rientrato a casa dall’ufficio, salutava svogliatamente Martina e i suoi figli, per chiudersi immediatamente in bagno e passare ore davanti allo specchio a ripassare ogni tipo di discorso, ogni possibile situazione con i propri colleghi e responsabili, cercando di adoperare un italiano corretto e imponendosi una postura autorevole, nella convinzione che con quella patetica recita avrebbe ottenuto il rispetto degli altri.

Ilario raggiunse la sua postazione. Dino non era in ufficio in quei giorni, in quel momento si trovava in una stanza d’albergo a Vasto. Approfittando della possibilità di lavorare da remoto, aveva deciso di fare comunque un salto al mare, sapendo che nel giro di un paio di mesi, avrebbe dato il ben servito ai suoi vecchi clienti per una nuova avventura all’estero.

Ilario aprì la chat aziendale e gli inviò il primo messaggio:

– Buongiornissimo Dino, posso disturbarti un secondo?

Dino ricevette una notifica sulla sua chat, lesse quel buongiornissimo e capì immediatamente dove voleva andare a parare il suo giovane e ingenuo collega. Un sorriso sornione solcò il suo volto, ben sapendo che, ancora una volta, gli si era presentata l’occasione per spezzargli sottilmente il cuore. Si concesse una grassa e sincera risata, fresco e riposato come si sentiva, dato che l’aria di mare gli faceva bene e amava passare giornate intere per fatti suoi senza vedere nessuno. A quel punto, fece un profondo respiro e replicò:

– Ciao Ilario, dimmi tutto.
– Ascolta, innanzitutto volevo farti i complimenti per come hai tenuto testa al responsabile tecnico del nostro cliente, nella riunione di tre giorni fa. Ho davvero apprezzato l’autorevolezza e la diplomazia con cui sei riuscito a chiudere la prima fase del progetto e a ottenere il primo pagamento. Volevo farti però un piccolo appunto: dal mio punto di vista, mi sembra giusto inserire nella minuta dell’incontro la proposta fatta da Giuseppe in merito al possibile miglioramento delle prestazioni del database. Lo dico naturalmente perché è giusto, quando si fa un lavoro di squadra, riconoscere i meriti dei singoli.

Dino lesse quella ridicola recita e scoppiò nuovamente a ridere. Aveva previsto mesi prima che quel piccolo stronzetto avrebbe cercato di ingraziarselo per cercare di prendere il suo posto, dato che aveva tentato più di una volta, invano, di fargli le scarpe con quell’inutile metodo manipolatorio. Ora che stava per andar via, quel piccolo sciacallo non vedeva l’ora di saccheggiare tutto quello che Dino aveva costruito in quei cinque anni. Dino fece un respiro ancora più profondo e rispose:

– Grazie mille dei suggerimenti Ilario, sono davvero lusingato, ma soprattutto terrò in debito conto il tuo punto di vista. Correggo subito la minuta e la mando al cliente. Non so come farei senza di te.

– Figurati, per me è un piacere! – replicò Ilario, nell’illusione di aver fatto breccia nel cuore di Dino.

– Ah, Ilario – fece ancora Dino – a questo proposito, forse lo avrai saputo, ma credo sia giusto che te lo faccia presente, anche perché è una novità che ti coinvolge significativamente: a fine anno vado via.

– Ah…non lo sapevo Dino, mi dispiace tantissimo! Sicuramente lascerai un grande vuoto! – rispose Ilario, fingendo stupidamente di non sapere nulla.

– Mah…siamo tutti sostituibili, soprattutto il sottoscritto. – Dino amava fare sfoggio della sua falsa modestia, che utilizzava per mettersi in una posizione di vantaggio. Dino era uno stronzo che non lasciava nulla al caso. Poi proseguì:

– In ogni caso, ho pensato a lungo su chi possa prendere il mio posto di responsabile. Ho riflettuto molto anche sul modo in cui hai lavorato in questi cinque anni, oserei dire in maniera infaticabile e credo di doverti ringraziare, perché i risultati che hai prodotto sono stati notevoli. Forse in alcuni momenti, tra me e te, ci sono state delle incomprensioni e forse è giusto che una persona talentuosa come te non abbia bisogno di un angelo custode e di continui controlli da parte del sottoscritto.

Ilario gongolava, sentiva di aver fatto centro e cominciò a far viaggiare la fantasia. Già si immaginava fare sfoggio del suo presunto carisma, già fantasticava sulla prima riunione in cui avrebbe annunciato con tono di voce autorevole, ma al contempo amichevole, di essere il nuovo responsabile del progetto, già sognava una fila interminabile di colleghi presso la sua postazione, alla ricerca di una risposta a qualsivoglia dubbio, già concepiva con la sua fantasia di pianificare attività, budget, scadenze, sentendosi un riferimento per gli altri, una guida e un mentore. Sapeva che era finalmente arrivato il suo momento, era solo in attesa che Dino deponesse la corona per porla sul suo cranio. Mancava pochissimo ormai, tutto questo si sarebbe concretizzato in pochi istanti. Ilario chiuse gli occhi, respirò profondamente e attese che Dino concludesse il suo discorso.

– Ilario, forse in questi anni c’è stato qualche problema di compatibilità tra me e te il più delle volte, non credo di essere stato per te il responsabile più adatto, vista la tua autonomia e indipendenza nell’affrontare il lavoro. Di questo ti chiedo scusa, perché è mio compito capire l’indole e le attitudini dei miei collaboratori.

– Non dire così Dino – rispose Ilario servilmente – sei stato un ottimo responsabile, ad avercene di persone come te!

– Ed è per questo, Ilario – proseguì Dino – che serve un leader più adatto per questa attività. Ilario, ci ho pensato a lungo, ti ho osservato in questi anni e meriti che il tuo lavoro venga riconosciuto. Ho già parlato con Sorriso in merito.

Ilario non credeva ai suoi occhi, il suo più grande desiderio si stava per avverare.

– Sarà Paolo a prendere il mio posto, Ilario. Paolo ha l’autorevolezza giusta e anche una buona compatibilità con un carattere come il tuo. La cosa è stata già ufficializzata con il cliente.

Nel leggere quelle parole, l’entusiasmo e la gioia di Ilario si convertirono immediatamente in una fiammata che fece il suo volto di bragia. Una fitta atroce lo colpì all’altezza del fegato, intanto che, come raccontava spesso al suo psicanalista, presso cui aveva già scialacquato migliaia di euro, aveva la percezione che le carni gli si staccassero dalle ossa. Le mani cominciarono a tremargli ed ebbe a malapena la forza di digitare, in risposta al suo ex-mentore:

– Come preferisci…ciao Dino, in bocca al lupo…

– Ciao Ilario, grazie ancora di tutto! In gamba!

Dino chiuse il suo portatile e scoppiò in una fragorosa risata. Indossava già costume, ciabatte e una maglietta da pochi euro. Prese il suo telo, aprì la porta della sua stanza, scese in reception, consegnò le chiavi della stanza e si recò con passo leggero in spiaggia, con un largo sorriso. Si sentiva euforico come un ragazzino, pienamente quarantenne ormai, ma gli era tornata finalmente la voglia di vivere e di ricominciare.

Ilario rimase impietrito per circa venti minuti davanti al suo computer, intanto che i suoi occhi si erano riempiti di lacrime, come se una parte di lui fosse morta. Si sentiva svuotato, privo di vitalità, intanto che una rabbia dal sapore patricida si faceva strada. Stringeva i pugni tremanti, ripensando alle opportunità perse, ricordando i suoi vecchi compagni di scuola che lo prendevano in giro, ripensando a suo padre, palazzinaro toscano, che lo faceva sentire continuamente un fallito. Il bruciante fantasma dell’umiliazione tornò a fargli visita, mentre aveva la sensazione di rimpicciolirsi, di non contare più nulla. Non si era mai sentito così solo.

Rientrò a casa dall’ufficio, salutò svogliatamente Martina e i suoi figli, per chiudersi immediatamente in bagno. Sedette sul gabinetto, portò entrambe le mani sul volto, tentò di scoppiare in lacrime, ma non ci riuscì. Dopo quindici minuti, con il pianto fermo in gola, rassegnato e completamente sopraffatto dal dolore, si alzò in piedi, si mise davanti allo specchio e ricominciò a ripassare ogni tipo di discorso, ogni possibile situazione con i propri colleghi e responsabili, cercando di adoperare un italiano corretto e imponendosi una postura autorevole, nella convinzione che con quella patetica recita avrebbe ottenuto il rispetto degli altri.

Anche quella sera, lui e Martina non avrebbero fatto l’amore. Martina avrebbe compreso, pazientemente, ancora una volta, intanto che sfioriva e prendeva ancora un chilo in più.

Il giorno dopo, nulla sarebbe cambiato.

La recita sarebbe ricominciata.