All’amico Berto

Saltuariamente ripenso agli anni delle superiori e mi torna in mente il mio vecchio amico Berto, il quale è un gran bravo ragazzo, per carità, ma ogni volta che ho l’occasione di vederlo, a distanza spesso di mesi, se non anni, tenta in tutti i modi di riportare il discorso su antichi tormentoni, battute e situazioni avvenute oltre vent’anni fa. A volte ci penso a Berto, sposato e con prole, ma ho come la sensazione che per lui, come per molti altri, il tempo non sia mai passato. Vedo sempre nei suoi occhietti il rimpianto del tempo che fu, le scuole superiori considerate come una sorta di età dell’oro, un mondo ideale, un paese dei balocchi in cui il dolore sembra non esistere, in cui ci si accompagna, secondo Berto come per taluni altri, dei migliori amici che possano essere mai capitati in tutta la nostra squallida vita. Davvero, cari utenti e care utentesse, la vita per taluni di noi sembra essersi fermata ai diciotto anni, divenuta ormai un’orrenda minestra riscaldata, ma mai sia far saltare il tavolo e mandare a fare in brodo delle persone con cui forse non si ha più nulla da raccontarsi, che passano il tempo a punzecchiarsi sul passato per non pensare a un presente tutto sommato grigio e squallido e a un futuro che ci terrorizza, verso il quale ci avviamo sempre più ingrigiti, irrigiditi, ingobbiti, tristi e pieni di rimpianti.

Insomma, il povero Berto spera sempre di passare nuovamente una serata tutti quanti insieme, per invitarmi a prendere per il culo nuovamente il grasso e sudaticcio Clemente, oggetto del nostro bullismo, adoperato come capro espiatorio per non pensare a quanto noi facessimo schifo, a quanto tutt’ora facciamo schifo, nel patetico tentativo di rimettere su “il gruppo” ancora una volta, in una sorta di trapianto forzato di organi totalmente incompatibili in un corpo che, giustamente, si ribellerà e non potrà che causare reazioni di rigetto.

Insomma, cari utenti e care utentesse, liberatevi di quelle palle al piede dei compagni delle superiori, di quel nostalgico sentimentale e rompipalle di Berto, come della vostra migliore amica che però controllate sulle reti sociali, terrorizzate dall’idea che ci stia provando con il vostro ex.

Insomma, questa la dice molto lunga sulla qualità di queste amicizie, ma la cosa che mi stupisce di più è che il tono dei miei post si fa meno livoroso da un po’ di tempo a questa parte.

È proprio vero che la Germania mi sta trasformando definitivamente in una fica.

La Crisi della Pagina Bianca

Non che questo blog costituisca per la sottoscritta una forma di sostentamento, del resto occuparmi di esorcismi, nel tentativo spesso inutile di purificare le vostre anime dannate, mi reca ben altra soddisfazione, ma sovente capita anche a me di sedermi dinanzi allo schermo del mio calcolatore, di avere voglia di buttar giù qualche riga, qualche pensiero moderato dei miei, qualche parola di conforto nei vostri riguardi, prendendo atto che non emerge assolutamente nulla. Paradossalmente, l’unico modo per risolvere la mia crisi della pagina bianca è parlare della mia crisi della pagina bianca. Cerco fonte di ispirazione nelle notizie del giorno, nell’osservare i vostri profili, eppure nulla scaturisce, probabilmente perché osservare il nulla non può che farmi parlare del nulla. La politica, un tempo argomento di conversazione di questo blog, adoprato unicamente a guisa di esca per attirarvi qui, su questa brutta copia di pagine ben più seguite e divertenti, non suscita più nessun interesse. Si fa solo della stupida polemica, le reti sociali sono davvero una discarica dove le masse vomitano il peggio di loro, alla stregua di tifosi che commentano i risultati elettorali con lo stesso piglio di chi segue la serie A, pecoroni incapaci di integrare nelle loro personalità il male del mondo. “Queste elezioni le abbiamo vinte noi!”, ho sentito proferire una volta da un ragazzo di quasi quarant’anni, e credetemi, non sto scherzando! Era naturalmente uno di quei meridionali trapiantati al nord che non fa altro che rimpiangere sua madre, le teglie di riso, patate e cozze, che a Milano esce con lo stesso gruppo di amici di Cassano Murge che frequenta dalle scuole elementari, tanto che uno si chiede come cazzo abbiano fatto a finire tutti lì, insomma, uno di quei piantagrane lamentosi con l’accento nasale tipico della provincia di Bari, che incarna gli antichi valori della tradizione eccellentemente enunciati da moderni maestri dell’intrattenimento come Casa Surace, per citarne uno.

Insomma, penso a voi, penso soprattutto a me, penso all’attualità, penso alla nostra società e penso al nulla, al conformismo, alla tiepida consolazione del “mal comune mezzo gaudio”. Penso ai vostri sogni e ai vostri desideri, alle vostre ambizioni e alla vostra volontà di potenza soffocata dalle convenzioni. Riesco persino a sminuzzare nel dettaglio la sequenza di pensieri che spesso attraversa la vostra mente come un serpentello: avete un’idea, un’idea tutta vostra, unica, che vi causa entusiasmo, euforia, percepite finalmente la concreta possibilità di essere liberi, di uscire da situazioni opprimenti, lavori sbagliati, matrimoni infelici in cui siete diventati entrambi soci di una s.r.l., senza più sesso, senza più amore, ma solo doveri. L’euforia vi pervade, avete avuto quell’illuminazione che tanto aspettavate, avete l’opportunità di dare le dimissioni e lasciare quell’imbranato del vostro capo, avete incrociato lo sguardo di un bellone che vi ha sorriso e vi ha anche proposto di bere qualcosa, quello sguardo da togliere il fiato che vi rimanda a Laionel, il fusto della quinta B, che ai tempi vi faceva bagnare così tanto la passerina. Insomma, forse siete pronti all’azione e invece, ops! All’improvviso arriverà un altro pensiero, che vi richiamerà al dovere e vi rimetterà in riga, vi farà rientrare nei ranghi, quel pensiero che inizia con un “e se…”, quel dannatissimo pensiero che non fa altro che scatenare vergogna e senso di colpa, sentimenti capaci di anestetizzare eros e libido in un colpo solo. Del resto, come la prenderebbero i vostri genitori, i vostri fratelli, vostro marito, vostra moglie, i vostri figli, i vostri amici, il partito, il parroco, se davvero decideste di togliervi le fette di salame dagli occhi, di iniziare a non farvi soverchiare da questa vitaccia stronza e di andare davvero incontro a quello che quest’ultima ha da offrirvi?

È questo il motivo per cui siamo tutti fermi al punto di partenza, comodi nelle nostre tiepide prigioni, capaci di lamentarci con i nostri amici, con i nostri colleghi, qui sulle reti sociali, di quanto la politica, un altro squallido surrogato di mamma e papà, non faccia nulla per noi, non rispetti i nostri diritti, non ci renda felici.

Cari utenti e care utentesse, se pensate che Draghi, o Conte prima di lui, o chiunque altro abbia ricoperto la carica di Presidente del Consiglio possano essere responsabili della vostra felicità, lasciate che ve lo dica: siete messi male, molto male.

Infine, non aspettatevi nulla da questo blog, non aspettatevi nulla dalla sottoscritta, nessun buon consiglio, nessun suggerimento: quelle che trovate qui sono le memorie di un fallito, di un miserabile che alla veneranda età di quarant’otto anni non ha ancora perso la verginità, un ometto senza attributi che vive ancora con sua madre e ha perso ormai tutti i treni possibili e immaginabili.

Non ci meritiamo, ahimè, nessun tipo di libertà.