I Consigli di Nonno Dino – Vuoto

Nonno Dino

Sono in vena di riflessioni personali questa sera, approfittando del fresco autunnale e del cielo nuvoloso, con l’orribile caldo finalmente in procinto di allontanarsi e le zanzare che lentamente periscono e ci lasceranno in pace per circa otto, forse nove mesi.

Davvero, mi domando come non possiate apprezzare l’autunno, il grigio, il freddo. Capisco che molti di voi abbiano bisogno di luce perché temono la propria ombra, per cui l’estate altro non è che l’archetipo decaffeinato della vostra felicità di plastica, mentre vi fotografate in spiaggia e in piscina, forzando i vostri sorrisi falsi e le vostre pose da seduttori e da seduttrici della domenica, atte a mascherare i vostri difetti, con i primi piani delle vostre facce di cazzo filtrate, sapendo che dentro di voi qualcosa si muove, qualcosa che vi sussurra costantemente la verità su di voi, ma guai ad ascoltarla, guai a venire a patti con voi stessi, meglio censurare tutto questo, meglio restare nella propria inconsapevolezza, ad attendere la prossima estate, ben sapendo che anche voi la odiate, detestate quel caldo insopportabile, quelle code interminabili in autostrada, quelle migliaia di euro di mamma e papà buttate nel cesso in lussuosi resort all-inclusive, senza un cazzo di progetto di vita, senza un ideale, una visione della vita, manica di pecoroni accaldati che non siete altro.

Eppure io vi capisco, vi guardo ormai come se fossi vostro nonno. Domani compio settantasette anni, il tempo è volato anche per me e, in fin dei conti, anche io anni fa ero esattamente come voi, tra l’altro sono stato tra i primi a iscrivermi a Facebook, avevo circa venticinque anni all’epoca. Dicevo, vi capisco, avete bisogno di tutto questo. Avete bisogno di sentirvi pieni, di riempire le vostre vite con l’apparenza, lamentandovi dei vostri genitori che vi invischiano continuamente nei loro battibecchi e cercate di fare da pacieri accumulando solo miseria e dolore, lamentandovi del vostro partner noioso, impigrito e dormiglione, mentre sbattete i vostri provoloni su Instagram cercando un diversivo, un uccellone alternativo che, nel momento in cui tenterà un approccio, sarà matematicamente respinto, scontrandosi inesorabilmente contro il muro granitico del vostro conflitto isterico ed eternamente irrisolto tra paura e desiderio, lamentandovi del vostro capo e dei vostri colleghi, i quali, lasciate che ve lo dica, giustamente non riconoscono nessun talento in voi, che vi sentite Steve Jobs pur avendo quasi quarant’anni e uno stage retribuito a cinquecento euro al mese.

Cari utenti e care utentesse, sapete cosa accadrebbe, se all’improvviso tutti questi problemi si risolvessero, se i vostri genitori non vi coinvolgessero più nelle loro risse, se trovaste il coraggio di lasciare il vostro partner per un pisellone fresco di stagione e a chilometro zero, se vi dessero realmente una promozione con un aumento? Vi trovereste faccia a faccia con il vuoto totale, con il nulla assoluto. Sareste costretti per la prima volta a fare i conti con voi stessi e con quello che avete ottenuto e a trovare un nuovo senso alla vostra vita, più costruttivo, più impegnativo, più difficile. In sintesi, sareste letteralmente terrorizzati, vi fottereste di paura all’idea che, oh cazzo, tutto quello che desideravate si è improvvisamente realizzato. E ora, porca troia?

Lasciate perdere, credetemi, ve lo dico dall’alto dei miei rimpianti, di tutti i treni che ho perso, della mia vita squallida passata a tollerare un impiego al comune, una moglie cicciona e petulante e dei figli disoccupati che mi prosciugano due terzi della pensione nonostante abbiano più di quarant’anni. Tenetevi le vostre sicurezze, le vostre vite mediocri, orribili, prive di stimoli.

Vi aspetto domani mattina al circolo di bocce e, dopo una bella partitina, venite con me a guardare qualche cantiere. La felicità è troppo faticosa, credetemi.

Tresca

In alto un manto grigio e resti al chiuso,
galleggi in una nebbia meno fitta
e non v’è più ferita un tempo inflitta
che dolga, ché il dolor non è più eluso.

Eppure, per timor, resti recluso,
quest’oggi l’alma tua è impigrita, afflitta,
di sé si prende cura e resta zitta,
ché a sprecar fiato ormai più non sei uso.

L’estate s’allontana, l’aria è fresca,
soffuso un lume riempie questa stanza
e liberi la mente dai ricordi;

comprendi, l’ire spente, non più mordi,
deluso, già riprendi la tua danza
e corri via, lontan da quella tresca!

Dettagli

Non ci avrei mai creduto se me l’avessero detto una ventina d’anni fa, eppure credo sia arrivato un momento estremamente importante della mia vita, forse sono in procinto di raggiungere il vertice della parabola e a breve si avvierà una lenta quanto inesorabile discesa, forse un giro di boa sta per compiersi, un grande cambiamento. Eppure, mi avvicino ai quaranta e accade che ascolto la gente e non do più alcun peso alle loro parole. Ogni volta che interloquisco con qualcuno, so benissimo che costui sta mentendo a se stesso e di conseguenza anche a me. Naturalmente, tutto ciò non costituisce alcun giudizio morale, è solo un divertente giuoco degli specchi, anche la sottoscritta non è da meno. Chissà quante balle racconto ancora a me stessa, quante menzogne proferisco, quante pillole addolcisco per far sì che questa esistenza sia meno amara, sopportabile, chissà quanti passi mi attendono ancora per continuare a tendere asintoticamente a una consapevolezza che non raggiungerò mai definitivamente.

Dunque sappiatelo, quando cammino al vostro fianco, quando siedo con voi al bar e sorseggio un caffè o una birra in vostra compagnia, mentre permango silente, abbozzando un sorriso con la mia faccia da gran simpaticona e da catechista infoiata, mentre annuisco e ascolto anche con profondo interesse quanto avete da dirmi, so benissimo che mi state raccontando un mucchio di balle, che ve la state raccontando per mostrarvi migliori di quello che siete ai miei occhi, razza di malandrini e malandrinesse che non siete altro.

Cari utenti e care utentesse, ho imparato sulla mia pellaccia che, ahimè, la verità traspare dai dettagli, dagli sguardi, dai gesti. Tutto questo esibizionismo adoperato per ostentare sicumera, tutta questa aggressività spacciata per forza d’animo, tutto questo cinismo utilizzato per celare al contrario una profonda sensibilità, tutta questa felicità magnificata per nascondere una ferocissima depressione latente, tutta questa gelosia e fedeltà messa in luce per fare ombra alla propria voglia di tradire e di trasgredire, tutto questo piacere per la solitudine che occulta un estremo desiderio di compagnia, tutta questa voglia di compagnia che dissimula una smania di solitudine, è solo un’inutilissima fatica sprecata.

In ogni caso, non preoccupatevi, sono esattamente così anch’io, anzi per certi versi sono molto peggio di voi, eppure forse sono proprio queste le cose che ci accomunano, che ci rendono uguali, sorelle e sorelli in una sorta di socialismo emozionale che dovrebbe unirci e renderci comunità, alleati, anziché dividerci in continue guerre tra poveracci, pedine di ideologie di carta e a consumo, messe in piedi dai media e dalle reti sociali stesse, che hanno tutto l’interesse a rendere l’individuo sempre più isolato e parcellizzato.

Chissà, dopo tanto tempo, forse potremmo iniziare a volerci anche un po’ di bene, sarà il tempo a darci una risposta.

Intanto, si fa sera e l’aria diviene più fresca. Quando andrete a letto, stringetevi in un caldo abbraccio sotto la coperta con il vostro partner. Magari, quella tenerezza inaspettata potrebbe tramutarsi gradualmente in una generosa scopata e potrete finalmente ritrovare l’antico ardore dei vecchi tempi, di quando vi siete conosciuti.

Chissà.

Tramonti

Erano forse mesi che non uscivo il venerdì sera. Il rientro in Italia di Angelo dalla penisola iberica ha fatto sì che sia io che l’ammogliato con prole Antonio, forse uno dei pochi uomini sposati che conosca a cui non è stato vietato di uscire con i suoi vecchi amici di tanto in tanto, partecipassimo a questa scarna rimpatriata. Adopero l’aggettivo scarna perché un tempo, forse quasi quindici anni fa, si era in tanti, si usciva più spesso, si beveva più spesso, mi accompagna sovente quella falsa sensazione che la vita ai tempi fosse più leggera e meno problematica di adesso, ma mi rendo conto che la nostalgia edulcora i ricordi e in quell’epoca ero fondamentalmente uno sporco alcolizzato, di conseguenza qualsiasi dolore esistenziale era totalmente anestetizzato da quantità ingenti di birra e di Negroni. Il giorno in cui il medico mi impose di smettere di bere fu un giorno assai duro: fu allora che, per la prima volta, dovetti fare i conti con la mia miseria, con i miei fantasmi orribili, guardarli in faccia a uno a uno evitando di farmi sopraffare, senza l’alcol, prezioso anestetico e amico di gioventù. Lentamente, realizzai che buona parte di quelle amicizie altro non erano che una buona compagnia, intrattenimento, accomunati unicamente dall’idea di buttare via il tempo alle ortiche, di zoppicare insieme e di sentirci meno soli, dandoci ragione nell’antico e mai defunto rituale dei bocchini vicendevoli. Ma questa è un’altra storia di cui non vi parlerò mai, o forse sì, chissà.

Va bene, ci diamo appuntamento alle ore 21 presso quello che un tempo era uno dei miei pub preferiti, ove godermi la mia rossa media e la mia piadina al crudo, mozzarella e rucola, per concludere quel pasto frugale con un bretzel e già una nota di amarezza ha cominciato a farsi strada in quella che doveva essere una serata di risa e rimembranze: il pub ha cambiato gestione da un anno, pur mantenendo lo stesso nome e, come nuova politica, non servono più piadine. Sono questi i lutti più difficili da elaborare. Quel pub era per me un luogo più sacro di una chiesa, porca troia, era il tempio presso cui incontravo casualmente il professor Miami, pronunciato all’americana, con il quale tra una sua sigaretta e l’altra, tra una sua birra media e l’altra, la sua lunga barba ingiallita dalla nicotina, si disquisiva amabilmente di modelli matematici, di filosofia, di psicologia, si discorreva insomma di massimi sistemi. Difatti sono quel tipo di persona, mi trovo a mio agio solo se si fanno discorsi profondi, ho sempre detestato parlare di convenevoli e della qualunque, piuttosto tengo la bocca chiusa e non proferisco verbo. In effetti, in una compagnia folta, mentre tutti parlano del più e del meno, noterete che sono il tipo taciturno che si guarda attorno e studia con l’occhietto acuto dello scienziato le dinamiche umane che si vengono a creare, cercando di tracciare profili psicologici con lo scopo di trarre vantaggio personale per la mia personale scalata al potere.

Ma non divaghiamo, amo sognare e dare sfogo, almeno qui, alla mia volontà di potenza di stampo Nietzschiano, ormai sempre più smussata dagli anni che passano e da una consapevolezza che si fa sempre più ampia e prepotente e vede ormai tutto questo come superfluo. Sedevo con Angelo e Antonio, rendendomi conto che erano solo le nove di sera e avevo già un sonno orribile e li ho guardati a lungo, quei due lì, che sono stati e forse annovero ancora tra i miei migliori amici. Li osservavo, Antonio con la pancia tipica del paparino che si avvicina ai quarant’anni e ha messo da parte lo sport, Angelo con la barba che si fa via via più bianca. Ascoltavo i loro discorsi e per la prima volta mi sono sentito davvero lontano da loro. Li osservavo e ho visto il passato, ho visto un tentativo maldestro di rievocare dei tempi palesemente finiti, ho visto tre strade diverse, quella di Antonio padre di famiglia, ormai stanziale e deciso a restare nel nostro Belpaese pieno di orrendezze, ma impossibile da odiare, quella di Angelo che raccontava le sue avventure lavorative e personali a Valencia, che fa coppia con Giulia e non vogliono figli e amano viaggiare per il mondo e giocare a beach volley sulla spiaggia. Sedevo, li osservavo e li ascoltavo, assonnato e già mezzo ubriaco dopo già un paio di medie, rendendomi conto di quanto sia puttano il tempo che avanza, di quanto io non sia più in grado di reggere l’alcol, di quanto stiamo divergendo e di quanto ormai vi siano ben pochi interessi comuni, pensando anche al mio di percorso e alle pieghe inaspettate che ha preso diverse volte la mia vita ridicola.

Perché scrivo questo, cari utenti e care utentesse? Diffidate da tutti quegli stronzi che raccontano quanto sia bello cambiare vita all’improvviso, che mollano tutto per trasferirsi in Australia e che finalmente hanno trovato la felicità. Cambiare fa bene, aiuta a scrollarsi la polvere di dosso e a tirarsi fuori da situazioni che non portano a nulla, ma costoro omettono un dettaglio molto importante, mentre magnificano sulle reti sociali quanto sia meravigliosa la loro vita: l’elaborazione del lutto. Gli addii silenti a contesti che non ci appartengono più sono comunque dolorosi e, ahimè, è necessario attraversarli.

– Ehi, Dino, questo post fa schifo, facci ridere, buffone del cazzo!

Oggi no, buon fine settimana.

Ode alla Mediocrità

Mi rendo conto che gli aggiornamenti del blog divengono sempre più sporadici. Forse questa avventura ha fatto il suo tempo, forse Dino ha raggiunto gli scopi che si era prefissato, forse ha cercato solo compagnia, è stato un rimedio come un altro alla solitudine esistenziale che ci accompagna, anche se ci circondiamo di gente inutile con la quale intrattenerci senza fondamentalmente creare nessun tipo di rapporto autentico, presi come siamo dalla nostra continua tensione al miglioramento, alla crescita personale e all’accrescimento delle nostre capacità di leadership, no? Com’è che dite voi? “No pain, no gain”, “Ciò che non uccide fortifica”, “Il Boss è impersonale, il Leader è empatico”, mentre citate Butkowski e Carl Gustav Jung, senza sapere chi siano e non avendo mai letto e inteso nessuno dei loro libri, fondamentalmente perché non avete capito voi stessi, non sapete assolutamente nulla di chi siate voi stessi in realtà, mentre a guisa di pecorelle smarrite vi lasciate imboccare dagli stereotipi patetici delle reti sociali e dei media, guidati unicamente dal senso di colpa, dall’ansia e dalla paura, senza fermarvi mai a riflettere, senza osservare realmente cosa vogliano dirvi queste emozioni. Sto parlando con voi, voi madri di figli che non avete mai desiderato, voi rampanti giovani in carriera che si ritrovano responsabili di area sottopagati per poter raccontare ai vostri genitori che ce l’avete fatta senza sapere che l’avete presa sonoramente nel culo. Forse altro non desideravate che divenire semplici panettieri, impiegati comunali, scrittori, poeti, pittori, musicisti. Invece no, eccovi lì, buoni cristiani di facciata, buoni progressisti dalla parte delle minoranze, buoni lavoratori, padri e madri di famiglia, nella vostra gabbietta dorata, mentre vi lamentate di una quotidianità noiosa solo perché, fondamentalmente, vi è mancato il coraggio di fare alcune scelte.

Guardo a tutto questo con invidia, in realtà. Io stessa bramo una vita normale, mentre sono lacerato dai rimorsi e dalla mia costante irrequietezza, dalla colpa dei continui abbandoni e tradimenti, dei dolori che ho causato, della scia di cadaveri che ho lasciato alle mie spalle, mentre penso che non avrei dovuto lasciare l’università per darmi alla libera professione, mentre rifletto sul fatto che forse avrei dovuto essere una pecora e campare tranquillo, sposarmi, sfornare un paio di pargoli, ingrassare sul divano e diventare un cicciobombo sedentario e scoreggione, incassando e somatizzando le lamentele di una moglie altrettanto grassa, con i capelli unti e sessualmente frustrata.

Oggi mi guardo allo specchio e finalmente vedo lo sguardo di un fallito, un miserabile perdente senza una laurea, senza una famiglia, senza neppure un gatto scroccone ad accoglierlo quando rientra a casa, un vagabondo senza meta, ramingo per il mondo, incapace di portare a compimento i propri obiettivi, incapace finanche di tenere in piedi uno stupido blog, ormai trascurato e divenuto alla stregua d’una vecchia capanna abbandonata, piena di topi, polvere e ragnatele.

È un bene che non abbia conosciuto personalmente nessuno di voi e che nessuno di voi sia venuto in contatto con me. Vi siete risparmiati l’orrore del mio sguardo spento e ambiguo, del mio volto mutevole ed ermafrodito. Vi siete risparmiati un trauma.

Togliete il “Mi Piace” a questo blog e segnalatelo.

Un Mare di Nostalgia

Non avrei mai detto che sarebbe accaduto, ma sto passando delle giornate impregnate di nostalgia, un sentimento che ho sempre rimosso, rifuggito, un’emozione considerata dalla sottoscritta alla stregua di un virus da cui proteggersi. La nostalgia è tipica dei falliti, solevo dire a me stesso qualche tempo fa, di coloro che guardano al passato per non fare i conti con un presente miserabile e un futuro privo di prospettive, la nostalgia vista come una vecchia casa, arredata di ricordi edulcorati di un passato idealizzato a cui sono stati rimossi gli aspetti negativi, i difetti.

Galleggio in questo mare di rimembranze, ripensando con intensità agli anni delle superiori, quando mi facevo beffe del grasso e sudaticcio Clemente per mettermi in mostra con quei pavidi eunuchi dei miei compagni, comportandomi da carnefice per evitare di diventare io la vittima. Mi viene in mente il mio trasferimento a Milano all’età di diciannove anni e alla mia lunga permanenza nel capoluogo lombardo, mi sovviene la quantità di gente che è entrata nella mia vita, a quanto fossi convinta che costoro sarebbero rimasti al mio fianco fino alla fine dei tempi, a come invero siano lentamente e inesorabilmente usciti dalla mia esistenza, per loro scelta, ma forse il più delle volte per mia scelta. È così che va, purtroppo è necessario chiudere tante parentesi, ma il più delle volte, ahimè, non abbiamo il fegato di farlo. Ci trasciniamo in situazioni stantie, amicizie e amori arrugginiti, finiti chissà quanto tempo fa, zoppi che vanno con altri zoppi che imparano a zoppicare sempre meglio, a odiarsi e a essere in perenne competizione tra loro, in un coacervo di dolore e di incomprensioni che in ogni caso fungono da riempitivo, perché oh, bisogna imparare a tollerare i difetti degli altri, bisogna essere comprensivi e indulgenti, altrimenti si rischia di rimanere isolati, quando la verità è che la maggior parte di noi altro non fa che ingoiare rospi tutti i giorni, in un continuo compromesso al ribasso con la famiglia, con il lavoro, con gli amici, mediocri circondati da altri mediocri.

Cari utenti e care utentesse, cambiare fa paura, anzi, vi dirò di più, cambiare causa letteralmente il panico, si rischia veramente di impazzire se non si ha la tempra giusta. Se sentirete la necessità di un cambiamento importante, vi piscerete e cagherete nei pantaloni. Tutti i vostri vecchi fantasmi saranno lì a solleticare i vostri timori più atavici, ricordandovi che state facendo una stronzata, che tutto sommato è bene che rimaniate dove siete, nella miseria e nello squallore, che tutto sommato presenta il vantaggio di trasmettere il calore asfittico di un contesto prevedibile e conosciuto.Insomma, ho usato questo blog per non mandarle a dire a nessuno e per mettere nero su bianco tutto il mio disprezzo nei vostri riguardi, ma mi sento di dire che, tutto sommato, un po’ vi capisco. Capisco che non sia facile mollare quella palla al piede di vostro marito e quell’isterica frigida di vostra moglie, capisco che il vostro odiato lavoro vi dà comunque uno stipendio alla fine del mese. Guardo a tutto questo e tutto sommato avete la mia comprensione, se vogliamo anche un po’ di tenerezza.

Forse dovrò cambiare il registro di questo blog, o forse no. Forse dovrei mostrare, di tanto in tanto, i miei reali sentimenti, ma non vorrei trasformarmi in una fichettina smielata e piagnucolona. Ne va della mia reputazione, perdiana!

Il Tuo Presente

Ebbro già vaghi, non sai dove andare,
rimani dove sei, non ti decidi,
e chi per via diritta va ora invidi,
mentre il passato continua a bruciare.

Ardono ancora, rimembranze amare
d’amori e d’amicizie andate, affidi
quel tuo fidato istinto ad altri lidi,
perché sol su di te potrai contare.

Ma adesso sprofondare vuoi soltanto
nel buio ardente del tuo caldo inferno,
l’oracolo ora tace, muto, assente;

e spesso a ricordare resti, affranto,
luce splendente, invero un freddo inverno
che gela ciò che conta, il tuo presente.

Liguria e Cantieri

È bello svegliarsi la mattina. Nient’altro da aggiungere a questa affermazione, visto che ieri sono stata sottoposta anch’io alla famigerata vaccinazione e nessun sintomo mi sta affliggendo, a parte un lieve indolenzimento al braccio, un po’ di debolezza e una lievissima dissenteria. Difatti, dopo aver fatto colazione, ho avuto un urgente bisogno di recarmi al gabinetto e, una volta terminata la mia seduta liberatoria, mi sono alzato e ho dato un’occhiata a quanto prodotto, trovandomi faccia a faccia con Andrea Scanzi. Certo, nei prossimi giorni i sintomi potrebbero aggravarsi e, in tal caso, forse occorre iniziare a cercare un erede che si assuma la responsabilità di portare avanti questo blog qualora passassi a peggior vita. D’altro canto, questo blog sta letteralmente cambiando il mondo, da quando ho deciso di dedicarmi alla scrittura, la politica e i principali mezzi d’informazione stanno letteralmente tremando, sono letteralmente terrorizzati dalla potenza di fuoco delle mie opinioni, supportate tra l’altro da una base di fan estremamente voluminosa. Naturalmente, spero che tutto questo mi porti come minimo a diventare direttore di qualche testata giornalistica importante, per poi entrare successivamente in politica e assicurarmi un posto da parlamentare, con l’unico scopo di poter pagare due euro per un pranzo completo e cinquanta centesimi per la messa in piega dal parrucchiere di Montecitorio, in modo da scatenare l’indignazione delle reti sociali, i quali pubblicheranno foto degli scontrini incriminati accompagnandoli con didascalie sgrammaticate pregne di indignazione, lo stesso popolo che se si trovasse davanti il politico contestato in carne e ossa sarebbe lì in ginocchio a baciargli il culo, tremante come una foglia.

Ma non divaghiamo. A quanto pare i miei desideri sono stati esauditi. Qualche giorno fa, ho espresso il mio disappunto nei confronti dei lombardi che si recano in Liguria nei fine settimana, intasando le autostrade e lasciandomi sola qui, circondato dal grigio, dal cemento, dal caldo soffocante e dalle zanzare. Questa notizia di oggi, secondo cui le autostrade liguri si sono trasformate in un eterno cantiere, non può far altro che deliziarmi e migliorare la mia giornata, che inizia con il piede giusto e conferisce un po’ di brio alla mia triste vita. Sono sicura che il Corriere ha pubblicato la notizia prendendo spunto dal mio post, ne sono convinta, ormai posso definirmi un’influencer affermata e a breve potrò iniziare a lucrare come una merda sui contenuti che propongo.

Mi fermo un momento a riflettere, odo gli uccellini cinguettare fuori dalla finestra del mio studiolo e realizzo al contrario un’amara verità: è molto probabile che se pubblicassi un libro, non lo leggerebbe neppure mia moglie.

E farebbe bene.

Vaccini e Fedez

Con molto rammarico prendo atto che tra pochi mesi saremo a piede libero. È stato alquanto curioso vivere alla stregua di un’eremita, qui nella mia piccola magione a Nosate, in un minuscolo monolocale in affitto di venti metri quadri con bagno cieco, insieme al mio bassotto Gramellino. Mi mancherà restare chiusa nel mio guscio, non dover esibire scusa alcuna per non frequentare le mie presunte amiche, poter passare giornate intere senza farmi il bidet, sapendo che nessuno sospetterà mai a cosa è dovuto l’odore di aringa affumicata a casa mia.

In questi lunghi mesi, e lo scrivo con le lacrime agli occhi mentre un nodo mi si stringe in gola, ho riscoperto finalmente l’Italia che sognavo da sempre: una comunità di gente rispettosa delle regole, salvo le dovute eccezioni naturalmente. Ripenso a quei lazzaroni dei tifosi interisti, che hanno rischiato di vanificare gli sforzi fatti dai nostri medici e infermieri eroi, ma soprattutto dai nostri amatissimi delatori, i quali leggo che, grazie a Dio, continuano a prodigarsi e a svolgere il loro sacro dovere nei confronti della nostra Repubblica, segnalando chiunque violi le regole e denunciando i propri vicini, seguendo l’esempio di Alessandro Gassmann, uomo dalla schiena dritta e rispettoso della legge. Sono sicuro che costoro si comporterebbero allo stesso modo qualora s’imbattessero in un furto d’auto, in una rapina o in una rissa, magari in qualche quartiere malfamato.

Intanto, mi diletto nell’osservare le avventure del nostro Fedez, questo rapper ribelle e talentuoso, divenuto d’un tratto, milionario sposato con una milionaria, rappresentante delle macerie della sinistra italiana, in prima linea per l’approvazione della legge Zan, baluardo dei diritti civili acclamati a gran voce da un elettorato eternamente adolescente e disoccupato, che usa genitori e nonni come welfare accontentandosi di stage non retribuiti per una paura fottuta della vita e dei possibili calci nel culo che questa è in grado talvolta di riservarti. Caro Federico Leonardo Lucia, sappi che hai trovato un’amica, sono dalla tua parte, picchia duro, soprattutto contro i partiti di opposizione. Gli artisti veri sono i “conformisti travestiti da ribelli”, come cantava il sottovalutatissimo Marco Masini. Dagliele sode a Matteo Salvini e a tutti quei razzisti della Lega, nessuna benevolenza nei confronti di un noto nazifascista, di un uomo che ha fatto del razzismo la sua bandiera e che alle prossime elezioni trasformerà sicuramente l’Italia in uno stato totalitario, magari decidendo tutto a colpi di decreti ministeriali, senza passare per il Parlamento e sfruttando i vuoti normativi della nostra Costituzione, magari chiudendo i confini non solo nazionali, ma anche regionali, costringendoci in casa a suon di varianti libiche, super varianti del Congo Belga, iper varianti cicciobombe della Somalia Italiana e giga-super-variantone dell’Antartide del Nord. Un momento, cazzo, questo è già successo se non ricordo male, o mi sbaglio?

Insomma, abbiamo vissuto un anno e mezzo di grande espressione di democrazia, finalmente tutti hanno diritti, pur agli arresti domiciliari, ma credo che occorra andare incontro anche ai feticisti, ai sadomasochisti e ai voyeur. Per quale motivo lo stato non riconosce i diritti dei cuckold? Perché non posso sposarmi in comune portando il mio schiavo al guinzaglio, magari terminando la cerimonia con una bella gang bang con tutto il consiglio comunale di Spernate Sul Volto, in un virulento baccanale fatto di “camsciotti” assieme a sindaci, sindache, assessori e assessoresse? Legalizzate ogni fantasia sessuale, porca puttana, voglio che lo stato riconosca il mio diritto di eccitarmi mentre guardo mio marito che mangia uova al tegamino nudo indossando unicamente un paio di mocassini!

Tutto questo finirà, tra non molto, cari utenti e care utentesse, tutta questa retorica da guerra, di quattro coglioni che si sentono soldati al fronte mentre si masturbano su Instagram in pigiama sarà a breve un lontano ricordo, ma state tranquilli: si inventeranno qualcos’altro per irritarci.

Noi, come soleva dire il mio professore di filosofia alle superiori, non possiamo fare altro che difenderci “con un bel pernacchio”.

Decidete voi, da dove farlo uscire.

Sic Transit Gloria Mundi

Sono davvero orgogliosa dei nostri giornalisti, che svolgono il loro mestiere in maniera esemplare, riportando le notizie con grande obiettività e rigore. Per questa ragione, nello specifico mi ha lasciato particolarmente perplesso questo titolo, che ha come incipit “Grillo e l’accusa di stupro”. Sicuramente il quotidiano in questione ha agito in buona fede, vedo molto difficile che una categoria seria, professionale e soprattutto autonoma e indipendente rispetto alla politica come quella dei giornalisti, commetta l’errore di riferirsi semplicemente al cognome con lo scopo di far suonare il titolo come un’accusa di stupro diretta a Beppe Grillo e non al figlio Ciro. I giornalisti sono fondamentalmente delle brave persone, dei coniglietti puccettini e coccolosi fatti di puro amore, per cui si tratterà senz’altro di una svista.

D’altronde, anche se fosse, anche se il figlio dell’istrione ligure fosse innocente, quest’ultimo è comunque finito, condannato dalla giustizia sommaria dell’opinione pubblica pecorona, che noleggia e fa propria l’offerta di opinioni di volta in volta presentata dai media, la quale si infiammerà quel tanto che basta per fare definitivamente fuori il megafono del Movimento Cinque Stelle e poi rivolgere la propria ondata di rabbia repressa, cagionata da matrimoni falliti e solitudini esistenziali, contro l’ennesimo cane maltrattato, contro la battuta sessista del vip di turno e contro il razzismo di chi non ha cambiato il proprio cognome da Bianchi a Neri.

È molto probabile che il povero Beppe non abbia più alcuna utilità nel crudele e cinico mondo della politica. Ripenso agli anni d’oro di Berlusconi, a come il Cavaliere l’abbia fatta sempre franca grazie alla prescrizione di buona parte dei processi in cui era coinvolto e poi, nel momento in cui la Merkel e Sarkozy hanno realizzato la sua inadeguatezza alla guida di un paese stremato da uno dei debiti più ciccioni d’Europa, i cui rendimenti sui titoli di stato decennali stavano schizzando a guisa d’un “camsciotto”, guarda caso gli è arrivata una condanna in via definitiva che lo ha costretto a cambiare i pannoloni di qualche vegliardo a Cesano Boscone per qualche mese.

A che conclusione voglio dunque giungere, con questa mia inutilissima riflessione, tra le tante che faccio per elemosinare la vostra attenzione e sentirmi meno sola? Forse c’è qualcosa di più grande di noi, un sistema complesso, intricato, kafkiano, qualcosa che si muove sul sottile confine tra l’umano e il divino, qualcosa che ben comprende le debolezze e le miserie di noi tutti e ci manovra, contro cui nulla è possibile. Neppure il più carismatico e motivato dei leader, animato da titanismo romantico, può qualcosa contro tutto ciò.

Detto ciò, fate una bella cosa: non schieratevi mai, smettetela di lottare per sentirvi parte di qualcosa perseguendo obiettivi in affitto. Continuate a fare la vostra vita, fatta di piccole cose, andate a fare la spesa, date una pulita alla vostra auto, alla vostra casa, e, soprattutto, scopate e masturbatevi con dedizione. Credetemi, è il massimo a cui potete ambire e, tutto sommato, non è neppure tanto male, no?

Sic transit gloria mundi, porca troia.