Cioccolata Calda

Una cioccolata calda in compagnia.

Seduto a quel tavolo, con Ale, sua moglie e suo figlio tra le mie braccia. Questo bambino dolcissimo mi fa sorridere e mi riempie il cuore di gioia, ma mi sbatte in faccia con crudezza che di tempo ne è passato davvero tanto. Mi si stringe il cuore in gola, oltre al fatto che è domenica sera e il buon Giacomo lo diceva che tristezza e noia, che al travaglio usato Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Perché siamo adulti ed è una diaspora, un paio sono spariti e neppure mi mancano. E Andrea a Febbraio parte per la Spagna per una nuova vita.

Non ho molto da dire, se non che mi si stringe il cuore in petto, perché mi mancate da morire ragazzi. Mi mancano quegli anni e quelle certezze, magari non sapere dove andare, ma sapere con chi andare.

Adesso mi trovo in pieno viaggio, in alto mare. Non vedo ancora nessuna casa, una nuova casa, una destinazione. Dove sto andando?

Questo viaggio mi dà gioia e dolore, mi fortifica e mi abbatte. Ma l’unica mappa a cui posso affidarmi sono i segni del Divino, che solo chi ha buon fiuto può seguire.

Dove sei, Terra Promessa? Qual è la direzione da seguire?

Dammi un segno Papà. E guida i miei amici verso la loro, di Terra Promessa. E fa’ che non ci dimenticheremo l’uno dell’altro e che resteremo fratelli fino alla fine.

E abbracciami e fammi piangere un po’ ora, perché non sempre ce la faccio.

Amen

Gomitolo nero

Ho un’immagine chiara nella mente: un grande gomitolo nero, pieno di nodi apparentemente inestricabili all’interno. La osservo, soffocante, opprimente palla intricata che mi stringe lo stomaco.

Non devo oppormi, non devo muovermi, posso solo osservare, con benevolenza, questi fili annodati, che mi fanno da maestri e mi insegnano qualcosa in più. Mi raccontano verità terribili e dolorose. Resisto, pazientemente, lascio che facciano severamente il loro lavoro.

A un tratto, avviene il miracolo. Qualcosa si muove, la stretta si allenta, i fili, come serpenti incantati si sollevano, si sciolgono. E’ questo il momento più critico. Bisogna pazientare ancora, osservarli in silenzio, senza giudicarli. Altrimenti tornano a stringere. Ecco, iniziano a mollarmi, allentano la presa, posso iniziare a districarmi lievemente. Ora mi volgono le spalle, sinuosi, e si allontanano, mi danno tregua. Torneranno a farmi visita, di sorpresa. E nuovamente, superato l’impatto iniziale, lascerò loro lo spazio di cui hanno bisogno, per raccontarmi qualcos’altro, per darmi le risposte di cui ho bisogno. Finché, ho fiducia, il gomitolo inizierà a ridurre il suo diametro, i nodi si faranno meno costrittivi e tutto si farà sempre più chiaro.

E al suono di un pianoforte, superata la notte, una notte piena di scoperte, potrò rialzarmi, fare un bel respiro, guardare il sole fuori dalla finestra, tornare alla vita, ricominciare a camminare.

Io sono un clown

Io sono un clown.

Inafferrabile e sfuggente, che gongola mentre destabilizza, ambiguo, inavvicinabile, imprevedibile, spaventoso, aggressivo, pericoloso, con un macigno sul cuore incapace di infrangersi.

Io sono un clown.

In attesa dell’attimo in cui l’amore fluisca liberamente, prima attraverso gli spiragli tra le rocce della razionalità, fino a diventare una forza inarrestabile che le devasti e le spazzi via una volta per tutte.

Io sono un clown.

Malinconico e addolorato, tradito e traditore, ferito e feritore, imprigionato, in gabbia con un cappio attorno al collo soffocante, in attesa di due occhi che lo guardino in profondità e trovino la chiave del suo cuore.

Io sono un clown.

Un buffone vigliacco, in fuga da se stesso, in fuga dall’amore, in fuga dal mondo, individualista, sfacciato, ambizioso e disperato allo stesso tempo.

Io sono un clown.

Un ossimoro vivente, una cazzo di contraddizione su due gambe, irrequieto, arrabbiato, in attesa di schiantarsi contro un muro, farsi male, curarsi, rialzarsi e ricominciare di nuovo, allo stesso modo e in modi diversi, fino alla fine del tempo, fino alla fine del tempo.

Io sono un cazzo di clown, un cazzo di clown patetico che si ama profondamente.

 

Promemoria sull’invidia

L’invidia è una frustata che ferisce profondamente, che stordisce e che a volte spaventa, soprattutto da chi non te l’aspetti, da chi ha sempre ribadito che gli manca l’ambizione, che gli interessa una vita tranquilla e serena, senza i fastidi e le fatiche che la voglia di migliorare la propria condizione e di mettere a frutto i propri talenti inevitabilmente causano.

Eppure, la gioia di un buon risultato, che spontaneamente a volte vogliamo condividere con gli altri, non è sempre cosa gradita. Qualcuno può sentirsi sminuito, inconsapevolmente. E velatamente te lo fa capire, magari sotto forma di una battuta ben mascherata, che però purtroppo a me non sfugge mai.

Non sono un santo: lo sono anch’io invidioso, lo sono stato, lo sarò, ma ormai prendo come regola ferrea il fatto che tutto quello che mi ferisce in fondo appartiene anche a me, che posso aver ferito a mia volta allo stesso modo o forse anche in maniera più crudele, che le ferite dell’anima sono uno squarcio da attraversare per uscirne rinati e più sereni. Non più forti, ma più in pace con il mondo, più centrati. Sicuramente però mi ricordo di un’altra cosa molto importante, ossia che ciò che invidiamo è quello che non ci appartiene. Ecco perché ormai, da un po’ di tempo a questa parte, mi concentro su quello che so fare, su ciò che è mio per davvero, e lo coltivo e lo faccio crescere. Chissà se riuscirò ad avere cura di questa pianta, se si svilupperà, chissà se sarà il caso o meno di fermarsi un attimo a pensare. Sicuramente sì, questo fine settimana sarà dedicato a tutt’altro.

Eppure fa sempre male, quando ti rendi conto che una persona che reputi amica e disinteressata, è in realtà invidiosa di un tuo successo. Fa male perché è una persona che hai perso, ed è un nuovo lutto da elaborare, perché d’ora in avanti, dovrai pensare anche a tutelarti e a difenderti da questa persona di cui un tempo ti fidavi, mantenendo una salutare distanza su certi temi.

D’accordo, galleggiamo in questa delusione, finché non arriverà la schiarita. Nel frattempo, visto che qualcuno ha aperto questa porta per me, mi accomodo in questa stanza buia e aspetto con pazienza e sopportazione che faccia giorno per vedere dov’è l’uscita, ma soprattutto dove si affaccia.

Che post strappalacrime, a volte so essere anche peggio di Massimo Gramellini e di Stella Pulpo, a cui, sotto sotto, voglio anche un po’ di bene.