Antiche ferite

D’alma sfregiata contrita ed inerme,
apre il suo cuore, traversa l’ignoto,
di vita sua presso un viso ch’è immoto,
si spoglia ‘gnuda, alla stregua d’un verme.

D’alma graffiata d’antiche ferite,
conta, tirata a diritta e a mancina,
de’ numi estranei che oscuran, bambina,
ori del mondo suo interno, pepite.

D’alma d’amor per poeti, poetessa,
narra passione profonda, incantata,
d’autori cerca risposte, spossata,
verbi che dentro le restino impressa

D’alma pentita d’aversi concessa,
poscia si cinge ad un volto maschile,
chissà, per colpa, per giuoco un po’ vile,
brama il potere per gioia repressa.

D’alma ch’è ricca di umbre e di luci,
ebbi l’onore d’un mondo esplorare,
torno al veliero, si possa salpare,
t’ascolto, Padre, che tutto conduci.

Messaggio nella Bottiglia

Scrivo, perché mi piace.

Scrivo, perché ho delle idee.

Scrivo, perché sento di avere qualcosa da dire.

Scrivo, perché, lo riconosco, mi sento davvero molto solo a volte.

Scrivo, perché ciò che scrivo sia segnale utile che prima o poi emerga da tanto rumore gaussiano.

Scrivo, perché ciò che scrivo sia un messaggio nella bottiglia, che viaggia nell’oceano dei nostri tempi dispersivi.

Scrivo, perché questo messaggio nella bottiglia, prima o poi raggiunga la riva della Terra Promessa.

 

 

Impotenza

Senti un senso di impotenza che ti schiaccia il petto, quando ti comunicano che qualcuno a te molto vicino si è ammalato.

Alzi la cornetta, ti sforzi di essere fermo e rassicurante, cerchi di vincere il profondo imbarazzo dovuto al fatto che non ti fai sentire praticamente mai.

Tenti di sviare il discorso e di parlare d’altro, addirittura di progetti futuri, di incontri.

Provi a essere rassicurante, ché non è accaduto nulla, ché tutto si risolverà con una piccola operazione, e magari andrà proprio così, mentre in realtà non sai davvero di cosa cazzo parlare e ti vergogni mortalmente perché lo sai anche tu che stai dicendo un mucchio di stronzate che non pensi, perché un tumore non è mai uno scherzo, né per chi se lo becca, né per i suoi familiari.

La verità è che non riesci a immaginare neppure come possa sentirsi la persona all’altro capo del telefono.

E ti senti impotente e in colpa, perché è così: non puoi farci veramente nulla. Non hai la minima briciola di potere per riuscire a guarire l’altra persona, per rassicurarla, niente di niente.

E c’è un’altra verità, ancora più difficile da riconoscere e da ammettere a se stessi: la persona che si ammala ti fa pure incazzare. Come si permette di ammalarsi e di farmi soffrire? Come osa distogliermi dai miei obiettivi, dai miei progetti, dai miei spazi? Come osa invadere il mio territorio ed esigere indirettamente le mie attenzioni, con la sua malattia?

E c’è di più. So già che, se nei prossimi giorni ci saranno momenti in cui non sentirò il dolore, e inizierò a sentirmi in colpa anche per questo.

Dio mio, ma quante altre sberle mi vuoi dare? Sono cinque anni che va avanti questa storia. Non è sufficiente? I novantenni non si ammalano più? Fai crepare qualche vecchio centenario ogni tanto, e che cazzo!

Amici, parenti, possibilmente giovani e sotto i quarantacinque anni: c’è qualcun altro di voi che deve beccarsi un tumore? Una leucemia? Chi sarà il prossimo? Fatemi sapere, avanti. Ammalatevi tutti. Coraggio, fatemi pesare il vostro dolore, mentre io sto bene e me la spasso, cazzo.

E il groppo in gola si fa di nuovo grosso e torna a soffocarmi.

Sono un uomo fortunato, nonostante tutto. La Vita mi ha dato e mi sta dando veramente tanto. Dopo tanti anni, non l’avrei mai detto, sono un uomo sereno e a volte anche felice.

Fa terribilmente male, però, vedere che le persone a cui vuoi bene e che ami soffrono.

Tutto ha un prezzo. E chi ami e ti ama, quasi mai ti segue.

 

 

 

Amare nel ricordo

Come mai mi manchi così tanto, amore mio?

Che cosa mi manca precisamente?

I tuoi occhi, forse? La tua riservatezza? Quel perderti silenziosa nei tuoi pensieri mentre ti abbracciavo da dietro e posavi le tue mani sulle mie braccia?

Sei stata importante, per me. E’ stato, dopo anni, l’amore dirompente, improvviso, che mi ha terrorizzato. Non mi ricordavo più come si facesse ad amare, non sapevo neppure da dove cominciare.

Sono sorpreso dalla mia stessa nostalgia. Come passi le tue giornate adesso? Ci vai ancora in palestra? Hai ancora l’entusiasmo della novità? Quella voglia di rimetterti in gioco, di uscire dal torpore di una vita rassegnata e monotona? O ti sei rassegnata all’infelicità?

Mi pensi? Senti anche tu la mia mancanza?

Credo di sì. Ho sempre pensato che la nostalgia, l’amore e la mancanza siano reciproci. Non posso credere al fatto che io non ti manchi, anche se magari lo negherai a te stessa.

Perché, a malincuore, hai deciso di andare a Granada? Speravi forse che avrei accettato la tua decisione?

L’ho accettata, alla fine. Con amarezza e rassegnazione. E ho deciso di non scriverti e di non chiamarti più.

E non ti chiamerò, non ti scriverò, anche se mi manchi da morire, amore mio.

E grazie, per tutto l’amore e la pazienza che mi hai dato. Quell’amore fatto di piccoli gesti, come quando mi sono commosso quando volevi rifare il letto della mia stanza d’albergo e te l’ho impedito.

E ricordo ancora con commozione quell’ultima domenica sera, in quel cinema scalcinato, mentre mi abbracciavi e mi guardavi negli occhi, con quel sorriso così genuino, così innamorato.

Grazie di tutto, amore mio. Chissà se leggerai mai queste parole, se un giorno troverò un modo per fartele pervenire.

 

Preghiera dell’Anno Nuovo

Ieri, una corsa nella nebbia milanese, per diradare le mie, di nebbie.

Domani, ultimo giorno dell’anno 2019, l’ultimo giorno di questi anni Dieci, preludio all’ingresso in un nuovo decennio, gli anni Venti.

Oggi, iniziamo a fare bilanci e a progettare, per l’anno 2020, verso il 2020.

E allora.

Andiamo avanti, in questo cammino di vigilanza e attenzione alla nostra voce interiore.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la libertà e la sicurezza, due aspetti diametralmente opposti da far lavorare in armonia, per la nostra gioia, serenità, pace e, soprattutto, dignità.

Andiamo avanti, in questo cammino di crescita, di tensione verso l’età adulta.

Andiamo avanti, in questo cammino di apprendimento al dono, in particolare al dono di noi stessi agli altri.

Andiamo avanti, in questo cammino di fiducia, fede, speranza, progettualità, ottimismo e realismo al contempo.

Andiamo avanti, in questo cammino di perdono e gratitudine verso chi ci ha dato la vita, avendo ben presente che le spinte esogamiche devono prevalere, perché solo confrontandosi con la diversità c’è crescita ed evoluzione, seguendo chi ha detto Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la bellezza.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la semplicità, verso l’essenziale.

Andiamo avanti, in questo cammino di individuazione, e non di individualismo.

Andiamo avanti, in questo cammino di bene per noi stessi, per il bene comune.

Andiamo avanti, in questo cammino di amore per noi stessi, per amare il prossimo nostro.

Andiamo avanti, in questo cammino verso l’Amore, in tutte le sue forme.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la Totalità, verso un unico Dio, a immagine e somiglianza dell’Uomo.

Andiamo avanti, in questo cammino.

Perché Telemaco, senza paura, sappia che suo padre Ulisse sta arrivando.

Amen

 

Parla

Parla, apriti, lasciati andare.

Non ce la puoi fare da solo, non più.

E’ arrivato il momento, ed è questo che ti fa opporre tanta resistenza, ti fa avere paura.

Te le perdonano tutte, renditi conto di questo. Te le hanno perdonate, te le perdonano e te le perdoneranno in futuro.

E’ arrivato il momento di ricambiare tutto questo amore.

Devi solo capire come si fa, da dove iniziare, perché non ne hai idea, e hai una paura matta, di non so cosa, e provi tanto dolore, di cui non conosci l’origine, ma abbi fede.

Parla, apriti, lasciati andare.

Un nuovo capitolo

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Mi è arrivata una telefonata qualche giorno fa.

Era sera, ho visto la chiamata persa di Peppe, un mio amico dei tempi del liceo. Non l’ho mai scritto, ma ho frequentato il Liceo Scientifico, Piano Nazionale Informatico. Non ci sentiamo molto spesso, Peppe e io. Sono io a non cercarlo di solito. I rapporti con i compagni delle superiori, essendo stati molto intensi in quegli anni, sono per me molto difficili da gestire. Ho sempre il timore che loro si aspettino da me cose che non mi interessano più e di sentirmi etichettato. Mi sento ormai molto lontano rispetto a quei tempi in cui non mi conoscevo minimamente e non avevo idea di chi fossi, e mi sento profondamente infastidito quando qualcuno cerca di attribuirmi nuovamente delle maschere del passato, forse per una sorta di operazione nostalgia a cui fondamentalmente non voglio partecipare. Non che io non provi nostalgia per il passato, sono umano anche io ed è sano non negare nessun tipo di emozione, e siamo alla seconda doppia negazione, ma sono così immerso nel mio presente, così impegnato in una progettualità autentica della mia vita, che a volte tendo a considerare la nostalgia come una zavorra, una palla al piede che mi appesantisce e non mi consente di muovermi agevolmente. Devo dire però che, negli ultimi tempi, almeno con alcuni di loro sono riuscito a trovare un nuovo equilibrio, sono stato in grado di far passare questo messaggio e sembrerebbero aver capito. Sono bastati in realtà dei silenzi, non ho dovuto neppure sprecare parole inutili, del resto Elle Elle me lo dice spesso che la scuola di Palo Alto insegna che non possiamo non comunicare, e siamo alla terza doppia negazione. In ogni caso, sono felice di questo, stiamo provando, con pazienza e cura, a ricostruire un rapporto nuovo, basato sul rispetto reciproco delle nostre esigenze.

Dicevo dunque. Rientro dal lavoro e trovo la chiamata persa di Peppe. Ho pensato subito a una brutta notizia. Di solito Peppe, negli ultimi anni, mi chiama unicamente per comunicarmi brutte notizie, ad esempio che un nostro conoscente comune è morto, o peggio ancora, che si è sposato. Forse la volta più tragica è stata quando mi ha chiamato per dirmi che si sarebbe sposato lui, povero figlio.

Apro una piccola parentesi, giusto per intenderci. Non sono generalmente contrario al matrimonio. Sono contrario al matrimonio inconsapevole, cosa ben diversa. Quel matrimonio voluto da qualcun altro che non sia il diretto interessato. Forse la maggior parte dei matrimoni.

Ma non divaghiamo. Stavo cenando e ho persino lasciato a metà la mia insalata con tonno e mais, come se a qualcuno possa interessare cosa stessi mangiando, per prendere il telefono e richiamarlo. Ero contento di farlo e non vedevo l’ora di sentirlo, cosa che non mi capitava davvero da tanto tempo, forse perché quel giorno, dopo averne parlato con un caro amico, avevo deciso di iniziare a coltivare la tenerezza e la compassione, di riconoscere i miei sensi di colpa verso la mia famiglia di origine e gli amici del mio paesino, dopo tanta rabbia che serviva unicamente a mascherarli e ad allontanarmi da loro sempre di più. Il bello è che l’amico in questione aveva concluso la mia presa di posizione con la seguente frase: “Da oggi, si apre un nuovo capitolo!”.

E infatti, si è aperto un nuovo capitolo, eccome se si è aperto.

– Come stai Dino, hai sentito Vincenzo negli ultimi tempi?

Capisco immediatamente che è successo qualcosa a Vincenzo, porca troia. Lo capisco dal tono di voce di Peppe, è senz’altro così. Mi mordo la lingua e mi trattengo dal chiedergli direttamente se sia morto.

– Sì, l’ho sentito a settembre, qualche giorno prima del tuo matrimonio, per chiedergli l’IBAN a cui farti il bonifico per il regalo, visto che non l’avevi messo nell’invito. Perché me lo chiedi? E’ successo qualcosa?

A questo punto Peppe, come previsto, mi invita a mettermi comodo e inizia a raccontarmi che Vincenzo è un donatore di sangue. Mi racconta che dopo le analisi di routine che precedono la donazione, fatte in estate, gli era stata negata la possibilità di donare in quanto erano stati riscontrati dei valori anomali di globuli bianchi. Ha dovuto pertanto ripetere le analisi, prima a cadenza mensile, poi a cadenza quindicinale, poi quasi giornaliera, per scoprire, di volta in volta, che i globuli bianchi continuavano ad aumentare. Peppe mi ha detto in realtà che stavano diminuendo, pezzo di ignorante che non è altro. Ovviamente, mentre raccontava, era visibilmente scosso dalla cosa ed emozionato, per cui, nonostante la mia severità di cui recentemente sto prendendo sempre più consapevolezza anche grazie a Elle Elle, lo perdono.

Morale: pochi giorni dopo la telefonata che gli avevo fatto a settembre, e questo lo scrivo mentre ascolto Private Investigation dei Dire Straits, Live at Hammersmith Odeon, London/1983, Vincenzo ha scoperto di avere la leucemia.

Leucemia. La parola stessa suona come una coltellata, rimbomba, mi fa venire la pelle d’oca. Mi è arrivata come un pugno nello stomaco, questa grandissima puttana.

Il primo ciclo di chemioterapia non è andato a buon fine purtroppo. Adesso è in ballo con il secondo ed è sotto osservazione in ospedale perché purtroppo anche una febbre dovrà essere monitorata con estrema cura. Se anche il secondo ciclo non dovesse andare a buon fine, oltre a una cura sperimentale che sta seguendo, l’anno prossimo dovrà fare il trapianto di midollo.

Mi viene da pensare a una cosa molto semplice, che non è giusto che un uomo di trentacinque anni possa ammalarsi di leucemia, per giunta di una forma acuta. Ho veramente sentito un profondo senso di ingiustizia e di impotenza in tutto questo.

L’ho detto anche a Peppe: dopo Marianna, Riccardo, Pasquale, dobbiamo perdere anche Vincenzo?

L’ho chiamato ieri pomeriggio e mi sono sentito rincuorato: l’ho sentito tranquillo e combattivo, sono molto contento di questo.

Non posso che fare il tifo per te, amico mio, tieni duro.

Posso fare molto poco per aiutarti, e questo mi fa sentire ancora più incapace, ma almeno permettimi di dedicarti il mio affetto e il mio sostegno tramite questo stupido blog, anche se probabilmente non lo leggerai mai.

E anche se sei in tournée da un ospedale all’altro lungo lo stivale, spero tanto di rivederti a breve per prendere un caffè insieme.

 

Vacanze

Vacanza, da vacante, il richiamo del vuoto.

Il vuoto fertile, come lo chiama Roberto Ruga.

In questi giorni, svuotiamoci allora, liberiamoci, un passo alla volta, da ciò che è futile, da ciò che è nocivo per noi, consentiamo alle piante e ai fiori di crescere, agli alberi di dare frutti maturi.

Facciamo spazio dunque.

A ciò che merita.

A chi lo merita.

Siediti lungo la riva del fiume

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.

Guarda l’acqua torbida che scorre e abbi pazienza, nessuna azione concreta può decontaminarla, ripulirla definitivamente. Sarebbero soluzioni temporanee. Quella che vedi è acqua che non può fare altro che fluire, e tu non puoi far altro che star lì a guardarla, a osservare la corrente che porta via con sé pesci morti, plastica, liquami, spazzatura, merda, a sopportare i miasmi e l’odore terrificante che sei l’unico a percepire, che prova a invischiarti, a travolgerti, che ti fa sentire solo, incompreso e arrabbiato verso un mondo che percepisci come giudicante e superficiale.

Tieni duro, aspetta, sopporta, osserva, non giudicare, respira. Lascia che accada, che l’acqua si ripulisca.

Forse una cosa potresti farla: raggiungere quel macchinario infernale in fondo al sentiero, che produce rifiuti e li versa nella sorgente, e provare a spegnerlo, anche se inciamperai e cadrai, anche se ti sbuccerai le ginocchia e i palmi delle mani e, soprattutto, anche se il vento lungo il cammino ti farà volare via come una foglia e ti riporterà spesso al punto di partenza. Non scoraggiarti, credici, riprovaci, entraci di nuovo, ogni giorno farai un pezzo di strada in più. E poi di nuovo.

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.