Pasqua

Mi chiedo per quale motivo tantissimi di voi si ostinino ad augurare buona Pasqua a chi vi circonda. A prescindere dalla fede di ognuno, questo augurio è un invito alla rinascita e al rinnovamento, totalmente fuori luogo da parte vostra, possessori di facce perennemente da morti, che a guardarle viene in mente solo il venerdì Santo e la commemorazione dei defunti, o per meglio dire “il giorno dei morti”. Ecco, vi guardo in faccia e vedo un perenne due novembre, senza alcuno scampo e via di fuga.

Davvero, posso anche augurarvi buona Pasqua, ma non avete alcuna speranza di resurrezione dalla vostra non vita, altro non siete che barche rimaste nel porto a consumarsi, mentre là fuori il mondo è pieno di opportunità e di treni che avete perso e che perderete ancora, ancora, ancora, fino a quando il tempo non sarà scaduto e in quell’ultimo istante la vostra intera non vita vi si parerà davanti e un acuto senso di rimpianto vi coglierà e vi perseguiterà in eterno.

Sarà questo il vostro inferno, un’eterna amarezza spesa a compiacere gli altri, schiavi del giudizio altrui, buoni cittadini repressi, cristallizzati nei loro ruoli che camminano appoggiati alle stampelle della loro autostima di cartapesta, identità fatte di castelli di carta pronti a crollare al primo soffio di vento.

Va bene, mi sembrava giusto scuotervi un po’, per iniziare bene la giornata, dopo una colazione ricca di fibre.

Pasqua Nera

Oggi la Luce sperata non sorge.
Tace, le tenebre tundono il petto,
pungono l’alma alla stregua d’insetto,
alla sua prole l’ausilio non porge.

Steso ed inquieto, mi pongo in ascolto,
nel nero mar mi ritrovo annaspare,
lascio quest’onde di pece invischiare
tutto l’intero mio spirito stolto.

Morte a cui manca la Resurrezione,
la Pasqua Nera m’inchioda al suo legno,
dei miei delitti pagare il mio pegno
devo, serbando le gesta in coazione

allorché l’ombra dall’Ade si scioglie
nel fiume salso del pianto che leva
l’animo attende ch’in dono riceva
musiche e danze e un amplesso ch’accoglie.

Venerdì

Uomo tradito, vessato, umiliato,
sette dì prima sovrano lodato,
lasci quel nugol d’ingrati, violenti,
che null’apprendono, gli impenitenti!

Urli sguaiato e deluso,
a quella Luce sì oscura,
s’infrange contro le mura
sorde, straziato da abuso.

Gli ultimi spiri, salato e grondante,
col sangue a stille sui bulbi calante,
dal gusto ferreo ch’impasta il palato,
sporco e tradito, hai or ora emanato.

L’ultimo soffio ora giunge,
già spazza l’atroce pena,
della dozzina alla cena,
ne resta uno e congiunge

quelle due donne che d’immenso Amore,
mute e contrite, ma senza timore,
ai piedi, da sangue e ruggine saldi,
a te si stringon, che pur morto scaldi.