Auguri di Buon Natale

Il Natale è alle porte e sono eccitata come una scolaretta per aver ricevuto in dono qualcosa che desideravo da tanto tempo: una bella influenza. Sono sulla via della guarigione, ma credetemi, cari utenti e care utentesse, indossare costantemente la mascherina igienica mi aveva privato di questo piacere da circa un paio d’anni. Ho finalmente rimembrato cosa significhi avere a che fare con un acuto mal di testa, accompagnato dall’occhietto destro languido e contratto, cosa voglia dire esser tormentati da una sequela di sternuti nel tentativo di disfarmi delle vischiose mucose che tutt’ora intasano le mie vie respiratorie. Ho ritrovato il piacere di osservare le mie urine e restare affascinato dal loro colore giallo-arancio, cagionato dalla disidratazione, intanto che, anche in questo momento, una leggera sete continua a tormentarmi. Insomma, cari utenti e care utentesse, ho ritrovato il piacere del Natale, una parvenza di normalità, dato che, almeno per la sottoscritta, non è un vero Natale senza influenza.

In fin dei conti, ho sempre apprezzato la febbre, è un momento di distacco obbligato, di lunghe dormite, un tempo in cui il mio gracile e rachitico corpicino deve scatenare quelle discolacce delle mie difese immunitarie per fronteggiare l’avanzata del nemico, un nemico invisibile forse meno insidioso e furbetto del Covid, ma comunque birbantello anch’esso. In questi momenti, mi ranicchio sotto le calde coltri del mio letto e attendo che la guerra abbia fine, una guerra che mi consente di riflettere sulla mia vita, di attendere la prossima evoluzione, la mia successiva trasformazione, mentre mi interrogo su cosa accadrà tra pochissimi giorni, dove mi porterà la mia vita contraddistinta da un’inquieta e incessante ricerca, mentre rifletto sul fatto che, cari utenti e care utentesse, il mio stile caustico è un patetico tentativo di occultare la mia sensibilità e la mia premura verso di voi, il mio insultarvi è un modo perché anche voi possiate trovare la forza di muovere il vostro culacchione flaccido e di tirarvi fuori da situazioni umilianti e denigranti. Ovviamente, non ditelo troppo in giro, non vorrei che si sparga la voce che sono una fichetta sensibile che ha a cuore il benessere altrui, mai sia.

Insomma, facciamola breve, Buon Natale, buon “Sol Invictus”, “anche se siete atei”, no? Com’è che dite voi, che vi divertite a fare gli spacconi e a sfidare Dio solamente perché fondamentalmente siete in buona salute e siete una manica di viziati incoscienti? Voglio proprio vedere se, sul letto di morte, qualcuno di voi avrà davvero il coraggio di non cercare un appiglio, una speranza per rendere quegli ultimi momenti meno angosciosi, meno terrificanti, manica di conigliazzi che non siete altro.

Insomma, il tempo stringe, datevi una mossa, rinascete, esattamente come ha fatto quel capellone rockettaro di Gesù, in grado di metter su una banda di dodici scalmanati mattacchioni, i cosiddetti “apostoli”.

Buone feste.

Deliri Prenatalizi

Il Santo Natale è ormai alle porte. Abbiamo ormai fatto una bella scorpacciata di retorica insopportabile relativa all’atipicità di queste festività, un Natale fatto di famiglie lontane, di figli ultratrentenni separati dai genitori a causa di questo crudele nemico invisibile che ha gettato tanto scompiglio nelle nostre vite, ormai da un anno a questa parte. Detto sinceramente, questa narrazione appare alquanto forzata e superficiale. È noto, difatti, che la gran parte di noi passerà la cena della Vigilia e il pranzo di Natale in videochiamata, per cui come al solito non perderemo occasione per lamentarci di quanto i nostri parenti siano degli impiccioni, anche se la cruda realtà è che siamo noi stessi a dar loro il consenso di intrufolarsi nelle vostre vite, incapaci di mettere dei sani limiti, a caccia della loro compiacenza e di una loro benedizione che non giungerà mai, alla stregua di pargoletti che hanno imparato da poco a camminare e vogliono mostrare ai cosiddetti adulti quanto sono bravi. Riesco a visualizzare bene le scene ridicole di domani: avrete preparato la vostra penosa pasta al salmone, magari con un’aggiunta di aneto e pepe, con delle belle tartine al tartufo, il tutto accompagnato dallo spumantino del discount, impiatterete il tutto sentendovi dei novelli Carlo Cracco e bombarderete di foto orribili i gruppi Whatsapp che avete messo su con i vostri familiari, nella speranza che vi dicano quanto siete carucci, ciccini e morbidini, ma facendo dipendere inesorabilmente la vostra autostima dal loro giudizio e non da un sano rispetto per voi stessi. Debbo dire che l’avanzamento tecnologico ha al contrario azzerato le distanze, per cui non è di fatto più possibile sparire del tutto, non farsi più trovare, darsi alla macchia. Si è rintracciabili in ogni momento, ma la grande amarezza risiede nel fatto che in fin dei conti siamo noi stessi complici di ciò. Pensiamo, solo per un istante, all’atto d’iscrizione a qualsiasi social network. La rete sociale in questione ci domanda se, con l’iscrizione e cliccando su ok, accettiamo di perdere una volta per tutte la nostra privacy e di conseguenza dignità. E noi neppure le leggiamo, quelle condizioni, e, inesorabilmente, diamo il consenso, pigiamo inesorabilmente sul tasto ok e andiamo avanti, mostriamo i nostri cazzi e le nostre fiche a chiunque, ci esponiamo continuamente, perché la parola d’ordine dei nostri tempi è trasparenza. Non bisogna nascondere più nulla, vietato occultare, vietato essere introversi, vietato avere momenti di solitudine, momenti per sé stessi, fuori dalle luci della ribalta. Di fatto, lo siamo diventati, trasparenti, praticamente invisibili, alla stregua di fantasmi di passaggio, ma che, inesorabilmente, non lasciano alcun segno.

Vorrei concludere al solito con un’opinione moderata e un punto di vista che senza meno condividerete: in base a quanto detto sopra, è giusto provare una certa invidia nei confronti di quella fortunatissima generazione che ha avuto il privilegio di combattere al fronte nel corso del secondo conflitto mondiale, per il semplice fatto che hanno avuto l’opportunità di sparire per anni e non far pervenire a parenti e affini nessuna notizia in merito al loro stato di salute. D’altro canto, se a questa pandemia deve far seguito un’altra catastrofe collettiva, ben venga una guerra. Il virus ci ha costretti in casa, ci ha resi sedentari e pigri. Un conflitto di proporzioni bibliche quanto meno ci costringerebbe a fuggire sotto fiumi di bombe, consentendoci anche di fare della sana attività all’aria aperta e rendendo lo scenario più dinamico e divertente.

Non voglio mancare di rispetto a chi ha perso la vita in circostanze di questo tipo, sia chiaro, d’altro canto anche io ho perso mio nonno al fronte.

E aveva appena compiuto tre anni. Tre anni.

Vacanze

Vacanza, da vacante, il richiamo del vuoto.

Il vuoto fertile, come lo chiama Roberto Ruga.

In questi giorni, svuotiamoci allora, liberiamoci, un passo alla volta, da ciò che è futile, da ciò che è nocivo per noi, consentiamo alle piante e ai fiori di crescere, agli alberi di dare frutti maturi.

Facciamo spazio dunque.

A ciò che merita.

A chi lo merita.

Si avvicina il Santo Natale

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Il Santo Natale è alle porte.

Si entra in sala. La tavola, ricoperta di tovaglie rosse su cui sono disegnate ghirlande, è imbandita di ogni ben di Dio. Il nucleo familiare si riunisce finalmente. Tre, in certi casi quattro, generazioni di piccolo-borghesi sedute attorno al tavolo. La generazione più giovane viaggia ormai tra i trenta e i quarant’anni, la generazione degli eterni adolescenti, degli eterni figli, guardata con disprezzo dalle precedenti, gli eroi, coloro che hanno fatto grande questo paese, pragmatici, duri, puri, bacchettoni, moralisti, polarizzati, dicotomici, giudicanti, morti dentro, noiosi.

L’odore dei formaggi e degli insaccati, del vino rosso, del timballo, del roast beef, dell’insalata, dei finocchi, della frutta fresca e secca, dei dolci, dello spumante, del limoncello e dell’amaro, insomma, di tutto il cibo che, servito in questo santo giorno sarebbe in grado di sfamare l’intera Repubblica Democratica del Congo, ha un unico scopo, quello di coprire l’odore pestilenziale dell’incesto psicologico, la puzza dell’invadenza, dei consigli non richiesti e delle domande inopportune e fuori luogo, causate da un sostanziale handicap emotivo che è alla base della totale incapacità di amare degli esseri umani.

Eccola, zia Antonina, che non vede l’ora che ti trovi una fidanzata da poter presentare a tutta la setta, a tutto il clan contorto nel rancore degli obblighi e delle norme non rispettate, degli inviti non ricevuti, delle eredità inique, succube delle spinte endogamiche causate dalla paura del diverso, dell’ignoto, del confronto. Zia Antonina, esatto. La stessa zia Antonina che porta avanti un matrimonio disastroso con un marito capriccioso e tiranno, che non ha mai avuto il coraggio di lasciare perché vittima della colpa e del giudizio degli altri, dell’incapacità di perseguire una vita propria e di far fruttare i propri talenti. La stessa zia Antonina che è talmente abituata all’odore di merda da non farci più caso e che ti invita in ogni caso ad immergerti, in quel bagno caldo fumante al cui olezzo pestilenziale non fa più caso. La stessa zia Antonina che vomita il suo rancore, la sua disperazione e la propria frustrazione sui propri figli, adducendo pretese da questi ultimi, caricandoli di un peso insostenibile e facendosi figlia della sua stessa prole, zia Antonina che non è mai cresciuta, zia Antonina che non è mai diventata adulta e pretende di dare lezioni di vita, zia Antonina che sta provando nuovamente a lasciare suo marito, ma non ne ha parlato con tuo padre che si è offeso perché in famiglia si condivide tutto. Sono alberi cresciuti male, alberi cresciuti storti, convinti di essere querce maestose. Non sanno quello che dicono, non sanno quello che fanno, non sanno chi sono.

La cena è terminata e il giorno seguente causerà inevitabilmente delle scariche di diarrea, nella migliore delle ipotesi, o, nel caso peggiore, una bella vomitata. Si è mangiato troppo, non si è abituati a farlo per tutto l’anno, ma è Natale. Si deve, bisogna, occorre farlo, cazzo. E’ il momento dei regali ora, ovviamente. Fiumi di soldi buttati nel cesso, tredicesime scialacquate, oggetti e capi d’abbigliamento che non verranno mai usati e mai indossati, doni che servono a coprire la colpa di essere stati totalmente inadeguati, che servono a sciacquarsi la coscienza, che servono a colmare un abisso, un vuoto invischiante e mortifero che non si ha il coraggio di guardare in faccia, che servono a rendere il proprio ego ancora più ipertrofico e a manifestare il proprio potere. Il regalo costoso, il regalo grande, il regalone, il guinzaglio, la catena, il potere che abbiamo su di te, o figlio, o nostro figlio, figlio della crisi economica, incapace di stare al mondo, fragile, sensibile, depresso, malato, che hai ancora bisogno di mamma e papà.

Eppure.

Qualcuno di recente mi ha detto di guardare a tutto questo con compassione, con dolcezza, con indulgenza. Loro non sanno, ma ti amano comunque. Non hanno idea di cosa tu abbia bisogno. Perché non ti riconoscono più, perché sei cambiato e non sanno più come prenderti, non sanno di cosa parlare, non sanno come parlarti, perché fondamentalmente sei difficile da interpretare, sei complesso, sei ambiguo, sei un ossimoro vivente.

E allora ci provo, faccio uno sforzo, sovrumano, ma lo faccio, a guardare questa tavolata di minchioni con un sorriso, senza abbassare troppo la guardia, mantenendo i confini sani che ho giustamente posto, ma guardando a tutto questo con affetto. Sono umani, fallibili, limitati, narcisisti, peccatori, vigliacchi, miserabili, imbecilli.

Imbecilli. Come te.

E per quest’anno, ho deciso, mi tiro fuori. Alla larga dal consumismo, alla larga dai miei fantasmi, alla larga dai miei carcerieri, ormai immaginari, ormai ininfluenti. Ce ne stiamo a meditare, al caldo, al chiuso, a leggere, a pensare, a rigenerarci, a tornare all’essenziale, a pregare a modo nostro, per noi e per chi soffre.

Ci proviamo, almeno, a imparare ad amare davvero, e, per dirla alla Erich Fromm, a farla diventare una vera e propria arte?

 

Dario

Dario.jpgVorrei dedicare poche righe di condanna a un gioco che evoca una delle pagine più oscure della storia del ventesimo secolo.

L’uomo in foto si chiama Dario. Il suo volto, come potete osservare, è paralizzato in una smorfia di stupore e dolore. Si evince in maniera lapalissiana che è sveglio e cosciente. Ciò nonostante, viene sottoposto a torture e operazioni chirurgiche senza alcuna anestesia. All’interno del suo corpo, vengono inseriti ed estratti oggetti aventi le forme più svariate. Tutto ciò viene fatto nel nome di un puro piacere sadico e per sperimentazioni sull’uomo che rimandano ai crudeli esperimenti medici svolti dal dottor Josef Mengele, l’Angelo della Morte, nel campo di concentramento di Auschwitz.

Per questo Natale, invito chiunque, allo scopo di salvaguardare i valori repubblicani e antifascisti della nostra Costituzione, a non regalare L’Allegro Chirurgo ai propri figli.