Ciao Milano

Non sono molto ispirata negli ultimi tempi, sarà che aver lasciato la nostra vecchia Italia mi ha concesso di staccarmi dai quotidiani online. Sul serio, cari utenti e care utentesse, non ho la più pallida idea di cosa stia accadendo nel nostro Belpaese, sono venuta indirettamente a conoscenza di un referendum sulla giustizia, sul quale vi è stata una massiccia astensione, ma questo distacco dalla politica nazionale mi consente in generale di ritrovare una certa pace dei sensi, che mi permette nuovamente di fichettare come se non ci fosse un domani, sculettando in questa gloriosa Repubblica Federale parlando un buffo tedesco maccheronico che suscita l’ilarità delle mie nuove amiche bavaresi, che ho già conquistato con i miei capezzoli puntuti e il mio italico brio. Sono nuovamente eccitata come una scolaretta alla vista di Hans-Dieter, con quel suo capello biondo e quel suo occhio azzurro teutonico, che faceva bagnare le passerine di noi tutte ai tempi del Gymnasium.

In verità, sovente provo nostalgia, in particolare mi manca Milano, che ho lasciato come si lascia una relazione che ormai ha esaurito il suo scopo, una città che ho molto amato, nonostante le torride estati, la puzza del Parco Lambro e le fottute zanzare, le zanzare più ingorde e ciccione mai comparse su tutto il territorio nazionale. L’ho voluta salutare degnamente lo scorso anno, ripercorrendola da cima a fondo, in auto di sera in Tangenziale Est con Radio Millenium in sottofondo, entrando poi in città da Rubattino, attraversando Lambrate, Piola, Loreto, Corso Buenos Aires, Corso Venezia, per poi svoltare a destra in Via Senato verso Brera, per perdersi sulla circonvalla, figa, in quella città deserta in una sera d’estate che da ragazzina mi sembrava una metropoli, una città che ho letteralmente divorato in compagnia delle mie amiche, a caccia di piselloni neri tra l’Alcatraz, il Bobino, quel buco di culo del Birrificio di Lambrate e ritrovarla così piccola, così svuotata del suo scopo, con i locali chiusi a causa del covid, io sempre più vecchia e sola, lasciata in balia dei miei fantasmi anche dalla fedele Mariarita, convolata a nozze con Maicol pisellone, in una città divenuta sempre più invivibile per via di un costo della vita sempre più elevato e dei salari che continuano a comprimersi, una città che ho divorato per quasi vent’anni, ma dove lentamente ho perso pezzi importanti della mia vita, amici che prendono strade diverse, promesse non mantenute sul posto di lavoro, aspettative deluse, situazioni idilliache che diventano sempre più soffocanti e ingabbianti, amori profondi, scappatelle, temporanei ritorni di fiamma e amori di passaggio.

Insomma, cari utenti e care utentesse, non esiste un’unica ragione per cui si decide di cambiare vita, a volte va fatto e basta, per andare altrove e guardare con maggiore distacco alle cazzate che si fanno nella vita, per farsi sempre un po’ più schifo e rendersi conto, solo dopo, di essere stati patetici ed esagerati in certe circostanze, di aver commesso una valanga di errori, che, a Dio piacendo, non commetteremo più in futuro, ma ne commetteremo senz’altro di nuovi, forse addirittura peggiori dei precedenti, ma sempre sculettando e fichettando a destra e a manca, non conoscendo vergogna e perdendo rigorosamente e inconsapevolmente la nostra dignità.

Cambiare è difficile e c’è davvero da cagarsi nei pantaloni quando si decide di mollare tutto. I giorni prima della partenza ho provato momenti di acutissimo terrore, mi sono fatta più volte la cacca addosso, sovente piango ancora come una puttanella per la nostalgia e mi rendo conto che bisogna guardare con comprensione a chi decide di restare quarantadue anni nello stesso posto di lavoro del cazzo, tutta una vita in un matrimonio fallimentare dove le scappatelle sono l’unico momento di evasione, perché le nostre potranno essere anche delle prigioni, ma il problema è che sono comode.

Non so che altro dire, potrei minacciare per la terza o quarta volta di chiudere il blog, solo per il gusto di sentirmi dire che qualcuno di voi potrebbe sentire la mia mancanza.

Milano

Quanto mi manchi, mia vecchia Milano,
adesso sol fantasmi per le strade
bendati; o Piazza Duomo, non t’invade
lo scalpitare del consorzio umano.

Loreto, Buenos Aires, torno invano,
la Feltrinelli è vuota, il cuor mi cade;
giro in via Lincoln, di colpo, contrade
a un passo da San Babila, che strano!

S’arriva all’arco di Porta Romana,
mentre una fame crescente s’affaccia,
è tempo in vial Bligny d’un bel boccone;

ma solo d’asporto concedon razione,
su una panchina alfin ci s’accovaccia,
consuma l’unto pasto e torna in tana.

Sfigo Ricky – Capitolo 4 – Il Richeo Umorismo

Il richeo, in svariate occasioni, si rende conto della sua condizione di sfigo studente universitario e della sua dignità ormai travolta e tenta, in talune circostanze, di porre rimedio all’agghiacciante posizione da egli stesso creata. In qualche occasione, cerca di recuperare la sua scalfita immagine, cimentandosi in patetiche esibizioni comiche, allo scopo di compiacere invano e di mutare l’altrui opinione, oramai consolidata tenacemente, a cause delle innumerevoli sfighità contraddistinguenti il nostro.

Svariati e innumerevoli sono i tentativi principali che spingono il richeo alla disperata ricerca di un onore ormai irrecuperabile. In talune circostanze, il soggetto si cimenta in battute che solitamente rimandano all’ultima lezione universitaria affrontata, rasentando il ridicolo e ottenendo come unico risultato l’autodevastazione della sua reputazione. Talvolta, anche per accentuare di proposito un ruolo che ormai considera tutto sommato consolidato, dimostra titubanza quando gli si pone dinanzi il problema di affrontare la per lui annosa scelta di farsi una generosa scopata o di risolvere un’equazione differenziale.

Il fiore all’occhiello del richeo umorismo sono sicuramente le sue imitazioni, o presunte tali. Il nostro, in più di una circostanza, usa cimentarsi nel riprodurre vocalmente personaggi buffi del mondo dello spettacolo, ad esempio Maurizio Costanzo o Luca Giurato, con scarsissimi risultati qualitativi, esibendosi generalmente dinanzi ad una folla attonita, che è solita guardarsi negli occhi, mentre in ognuno corre il medesimo pensiero in testa: – Ma che cazzo vuole questo qui? –

In linea di massima, il richeo umorismo è estremamente pesante, con una spiccata tendenza alla lamentela e al vittimismo, e generalmente suscita risa, ma isteriche, o nella gran parte dei casi, costringe chi lo ascolta ad alzare gli occhi al cielo pregando un dio qualsiasi che lo fulmini all’istante.

A questo proposito, si vuole rimandare alla memoria uno dei casi più eclatanti. Si era in gruppo, studiando alcuni temi aberranti relativi ai sistemi hamiltoniani, corso tenuto da un docente fortemente effeminato e con un fastidiosissimo difetto di pronuncia concernente la consonante esse. Anch’egli, come il nostro richeo, era contraddistinto da un pessimo gusto nel vestire. La sua immagine rimandava difatti a quella di un becero cameriere da bar, a seguito della sua abitudine di indossare un panciotto nero sulla sua camicia bianca. Eclatante fu, a tal proposito, l’episodio che lo etichettò per sempre in tal guisa. Avvenne infatti che, nel corso di una sua soporifera lezione, egli redarguì due studenti in quel mentre distratti e sorpresi a chiacchierare e ridere tra loro, con la seguente frase : – Volete che vi porti un caffè? -, dandosi definitivamente la zappa sui piedi e scatenando le risa sommesse dell’autore e dei suoi compagni. In un’altra circostanza, nel corso della correzione di una delle due prove scritte del suo esame, lo stesso docente, riferendosi al compito svolto dall’autore, gli si rivolse con la seguente frase, a rimarcare per l’ennesima volta più di un dubbio sui suoi gusti sessuali:
– Faccia bene la seconda prova, così glielo tiro un po’ più su.
Tale frase provoca tuttora angosce e turbamenti all’autore di quest’opera.

Ma non divaghiamo. A un certo punto, il richeo amico, leggendo parte di un paragrafo del libro, scritto dal docente di cui sopra, saltò fuori dicendo:

– Ragazzi, scusate se vi interrompo, che cos’è l’ampliezza?

– Eh?

E il richeo, imponendo ancor più vigore al sarcasmo del suo tono di voce:

– Sul serio ragazzi, che cos’è un’ampliezza? E’ scritto qui. E’ un concetto del quale non ho mai sentito parlare, sapreste illuminarmi?

Il nostro si riferiva ad un semplice errore di battitura relativo al lemma ampiezza. Il docente aveva di fatto commesso il grave errore di aver aggiunto una elle di troppo. Fatta notare la cosa con questo tocco di ironia, vagamente piena di livore, il richeo si lanciò in un’invettiva contro la mancanza di serietà e rigore del personale docente dell’Università degli Studi di Milano, suscitando le risa nervose dei suoi compagni di studio, concludendo la sua arringa con uno dei suoi tormentoni più noti:

– Vabbè, si sa che siamo in Italia!