La Ficamorfosi

È ormai un dato di fatto che il mio processo di passerificazione sta volgendo al termine. Gli aggiornamenti al blog divengono sempre più sporadici, forse perché il sarcasmo che contraddistingueva i miei soliloqui va lentamente dissolvendosi, si sta tramutando in qualcos’altro, forse addirittura in comprensione e tolleranza nei vostri confronti. Sovente vi guardo con questo stato d’animo placido, con questa calma olimpica che ha preso il sopravvento sulle mie antiche nevrosi e inquietudini e mi domando che cosa cazzo mi stia succedendo, non potendo più attingere alle abbondanti acque un tempo torbide del pozzo nero del mio inconscio. Sento che il mio corpo stesso si sta trasformando in una fica, il mio cranio a guisa di un clitoride. L’altro giorno avevo un gran mal di testa, ho cominciato a massaggiarmi le tempie e ho avuto un orgasmo devastante, l’intero mio corpo, ormai completamente ficamorfo, ha cominciato a sentirsi squassato da molteplici ondate di piacere, al termine delle quali mi sono sentita in colpa e mi sono bloccata da sola su Whatsapp e su tutti i social.


Davvero, cari utenti e care utentesse, questo luogo non sarà più quell’antico ristoro in cui potevate sentirvi al sicuro. La politica non scatena in me più alcun interesse, non riesco più a irritarmi per le miserie della nostra classe dirigente e per l’indignazione a comando dei nostri giornalisti e presunti tali. Osservo questi fuochi di paglia e riesco a percepire, in fin dei conti, la fatica enorme di chi ha ottenuto successo, consenso, visibilità, il peso di dover mantenere tutto questo, giustificare ogni scoreggia fatta in ascensore, riesco a percepire quel confine sottile e indeterminato tra il delirio di onnipotenza e la pulsione di morte che contraddistingue questi personaggi, soffocati dai loro ego ipertrofici e da vite tutto sommato aride, perennemente sotto i riflettori.


Penso a tutto questo e penso a quanto siate fortunati, cari utenti e care utentesse. Godetevi le vostre famiglie, le vostre vite semplici che incarnano un po’ quelle antiche tradizioni, quei valori d’un tempo andati ormai perduti che sono forse tutto quello a cui una persona sana dovrebbe ambire e state alla larga dalle false sirene del successo, dalle luci della ribalta. Restate nell’ombra, se volete campare felici.


Nel frattempo, farò i conti con la mia ficamorfosi e, novello Gregor Samsa, capirò che cosa fare di questo blog.


Intanto, per iniziare potreste fare una bella cosa: togliere il like e segnalarlo.

Terra

Si giunga stanchi e sereni al tramonto,
saper ch’il dì seguente è un nuovo inizio,
che non ci esimerà da alcuno sconto.

O Dei, che non forniate alcun indizio;
son pronto a ogni sorpresa, ormai l’affronto,
so star sull’orlo del mio precipizio.

È giunta l’ora: la vita mi afferra,
saper cosa ci faccio sulla Terra.

Sconfitte

Siamo in pieno positivismo, abbiamo ormai una totale e cieca fiducia nel progresso e nella scienza, ogni scoperta scientifica ci fa sentire degli dei, autentici padroni del mondo, mentre un eventuale vero creatore, qualora ci fosse, con buona probabilità si fa grasse risate alle nostre spalle, ci osserva singolarmente e ride, ride di gusto, istericamente, ride della banalità delle nostre scoperte e delle nostre vite, narrate come straordinarie, ma in verità assai mediocri, sapendo che, dal suo punto di vista, abbiamo i secondi contati. Siamo solo fastidiose mosche di passaggio, ci posiamo sulla merda senza odore dei soldi e del potere, con lo scopo di dare un senso deviato alle nostre insignificanti esistenze, alla stregua di tenui scoregge emesse nell’infinità spazio-temporale dell’universo. Ci prefiggiamo mete, siamo ambiziosi, vogliamo essere ricordati, nel bene o nel male, vogliamo lasciare un segno, ricerchiamo compulsivamente un pubblico che ci ammiri, partner e amici che ci adorino, anziché amarci e volerci bene e sgomitiamo ossessivamente, malati come siamo di un narcisismo amplificato dalle reti sociali e dalla scomparsa dei padri, reali o simbolici che siano, ma comunque in grado di mettere dei sani limiti. Siamo divenuti totalmente incapaci di ammettere la sconfitta, di fare un passo di lato, contraddistinti da una tenacia che ai più può apparire come audacia, coraggio, caparbietà, ma invero ci rende semplicemente dei pericolosi psicopatici. Mi rivolgo ai più giovani di voi, nello specifico a voi adolescenti di quarant’anni, che vi sentite così indispensabili, così dinamici, incapaci di conoscere la vergogna, convinti che si possa rimpiazzare l’esperienza con una ricerca su Google. Penso a voi rampolli, penso a te, Ilario, al tuo volto inespressivo, alla tua ipocrisia e gentilezza che trasuda odio, rancore, desiderio di rivalsa, dolore, al tuo caschetto nazista del cazzo, ai tuoi sguardi omicidi, alla tua incapacità di ricevere un no come risposta, alle tue ascelle che sanno di cipolla, penso al me stesso di vent’anni fa, che considerava gli adulti come un ostacolo, penso alle urla cariche di rabbia verso quei presunti oppressori, in verità vittime del mio malessere e destabilizzati dai miei comportamenti fuori luogo. Penso ad Andrea Scanzi, fatto al novantasette percento di pene, alla sua sindrome da Peter Pan che occulta in realtà una profonda paura di morire, di non esistere più, di invecchiare. Penso a Lorenzotosa, a Delprete, a Mattia Santori, a Renzi, a Salvini, penso a costoro per non guardare ai miei difetti, penso a chiunque usi questa piattaforma per imporre la propria visione, alle guerre tra poveracci che si scatenano per una lieve divergenza di opinioni, alla presunzione di voler cambiare il mondo sapendo che ci penserà la natura a spazzarci via con un leggero soffio, a imporre un ricambio d’aria, da cui emergerà la stessa, o forse una differente società, ma comunque disturbata e nevrotica.

Rileggo al solito minuziosamente quanto scritto, sentendomi per la prima volta davvero sereno. Non vi è alcun astio nelle mie parole, ma un senso di compiutezza mi pervade, c’è davvero qualcosa di dolce nel perdere qualche battaglia, nel fallire, nel prendere atto della propria insignificanza, nel fare schifo.

Forse è questa la strada per la felicità, essere lungimiranti, avere una visione di lungo periodo, iniziare a pianificare con largo anticipo un’inevitabile uscita di scena e gioire se qualcuno ti cercherà con sincera attenzione nei tuoi riguardi, con affetto, con amore.

In sintesi, farsi, cristianamente ed evangelicamente, merda.

Ehi, Dino, figlio di puttana, questo post non fa ridere! Facci divertire, brutto stronzo!

Stasera no. 🙂❤

E Tacque e Valse

E val la pena di fermarsi a volte,
per un fratello che cerca sollievo
dal suo dolore improvviso coevo
a un male collettivo cui siam colte,

anime piene, può darsi risolte,
dal lor fardello sovente in rilievo
per un amore reciso, e tacevo
a un tale assai invasivo vie sepolte.

A quanto pare non tutto è perduto,
quando le fiamme divampan è ora
di spengerle con fiumi d’acque salse;

il pianto amaro dà un frutto cresciuto,
spandonsi gemme che vita divora:
“Aspergimi di lume!”. E tacque e valse.

Fatica

Fatica, invadi l’alme e anche le membra
d’erranti cavalier cui nomadismo,
distanti, mai legger, senza lassismo,
pervade antica chiama e i cocci assembra

di parti tra lor scisse, è quanto sembra,
che ottenebran il corso con cinismo
che genera una morsa d’egoismo.
Che scarti inutil fisse, ciò rimembra!

Tra decezioni e pavori perseguon
la via d’un demone già sussurrata
nel mentre il tedio del mondo l’assale

e al ventre assedia un’immonda vestale
mai pia, sin remore, castra efferata,
salve eccezion: coi timori, proseguon!

Saulo

Lo scifo all’orlo ricolmo sancisce,
fervente d’un amaro liquor nero,
la fine della mane,
e i sorsi lievi, nel mentre appassisce,
pasciuta da un pensier che non fu vero,
angustia un tempo immane,
attrice alquanto infame!
Di scelte erronee passate fautrice,
discernimento, che stolto, ignorato,
giacché d’ira annebbiato,
di te facea uno spirto assai vindice.

D’onnipotenza, eran giorni, ricordi?
Inconscia era l’idea d’esser mortale.
Di giovenil passioni,
tu preda ingenua, appena eri all’esordi,
e forza in te imperava, ben vitale,
pur atta a distruzioni,
lontan da elevazioni!
E di que’ demoni scuri, fantasmi,
ch’invero il corso t’han sempre mostrato,
fanciul perseguitato,
vilmente rifuggivi quei miasmi.

E mentre corri il sentier si dirama,
forcella si dilata e già dirime,
la via della passione
dal corso molle d’affetti. E ti chiama
la prima, per difesa, che reprime
lavoro e contrizione,
per pur dilettazione!
In quel cammino prosegui segiunto,
alte le mura circondan il lime,
e l’umbra te comprime,
il sasseo core tuo giammai compunto.

E giunge niveo d’un tratto, veemente,
la fuga s’interclude, al suol decidi,
un Lume che t’accieca,
mio Saulo, all’altro ramo di repente
rinvieni te, e vai verso l’altri lidi
lasciando la via bieca
ch’alla clausura reca!
Procedi dunque e pavore or conosci
che nelle fauci sì urgente s’annoda,
il pianto infin approda,
discioglie il meto e già meno t’angosci.

E volgi il guardo, or che giunge schiarita,
ceruleo all’orizzonte d’ampi spazi,
le vie si ricongiungon.
Cupidità, lenità già l’invita,
che di postrèmi avversi furon sazi,
mutuali ora si ungon,
le sommità s’ottungon!
T’adegui pronto, ad amar or t’appresti
già che condurre alla meta ti lasci,
al Fato sol t’accasci,
non sull’umane genti più ora investi.

O versi, per te, o Saulo,
che seme siate e frutti un dì doniate,
che speme diate, e tutti qui inebriate!

 

 

 

Tu Voli

Crassa caligine, densa qui accorre,
cinerea lungo il labbro dello iato;
spesse fuliggini, intense zavorre
fulminee, giungi ebbro di peccato.

Fallaci colpe, puerizia ricorre,
trascendi e conti il tempo ormai arrivato;
mendaci volpi, tristizia ad esporre,
soffrendo spunti, lento, mai avventato.

Dall’agro qui in pianura ammiri i colli,
sui qual permangon, minuti e più soli,
Titani antichi, eroici ed immortali,

e, magro per l’abiura, aggiri folli
villani e ricchi, all’indice, banali,
di mal non tangon, canuti. Tu voli.

Dai Colli il Sole

Sì forte spinge l’acqua sulla diga,
stagnante, pregna, e scura, di risposte,
intanto segni median forze opposte,
la tela intingon vacua e tutto intriga.

Sì lenta crea le crepe sulla pietra,
paziente, degna, e pura, d’esser spressa,
già monda ‘gegni e cure dà a chi in essa
sé merge, idea gli scopi, e non arretra.

Del gaudio il Lume alfin farà ritorno,
il fuoco infiammerà quel sangue nostro,
liquor proromperà, salso e bruciante.

Dai colli il Sole infin verrà un bel giorno,
nel cielo splenderà, quel pingue mostro
dolor più non darà, mia dolce amante.

La Posta di Dino – Paturnia di una sorella affettuosa

Caro Dino,

mi chiamo B., e ho 34 anni. Ho iniziato a leggere il tuo blog e ti confesso che non riesco ancora a capire se tu sia completamente fuori di melone oppure hai capito tutto dalla vita.
Visto che inviti le persone a scriverti per raccontarti le loro paturnie, come le chiami tu, vado direttamente al dunque e ti metto alla prova. Hanno diagnosticato un tumore a mio fratello di 38 anni. Per il momento è incapsulato e dovrebbe essere rimovibile con una rapida operazione chirurgica. Ciò nonostante, la notizia mi ha colta totalmente alla sprovvista e mi ha destabilizzata. Mi sento in colpa perché la vita mi sta portando altrove, lo sento di rado e non ho la più pallida idea di come stargli vicino. Non oso neppure telefonare ai miei genitori, che ormai pronti a godersi la vecchiaia e la pensione, con due figli sistemati, si sono trovati di fronte a questa incombenza inaspettata.
Questo apparente cinismo con cui ti approcci alla vita, nasconde dal mio punto di vista una grande sensibilità, per cui sono davvero curiosa di leggere la tua risposta. Non cerco buoni consigli, solo un segno. Grazie.

Ciao B.,

cerchi un segno da me? Non sono né un profeta e né un guru. Ribadisco innanzitutto un concetto: io non esisto. Qualora esistessi, sarei il più miserabile essere umano mai apparso sulla faccia della terra, un egoista, un vigliacco, un bullo, un traditore, un ambizioso assetato di potere, un manipolatore, un esibizionista, un istrione, un narcisista e un peccatore.

Veniamo ora alla tua paturnia.

Queste cose non dovrebbero mai accadere, eppure succedono. Nonostante questi tempi caramellosi da paese dei balocchi, la gente continua ad ammalarsi, ma pensa un po’. Nonostante ci si affanni a ricercare istante per istante la felicità, girovagando di festa in festa, ostentando i nostri sorrisi tirati, fino ad avere le mandibole indolenzite, in compagnia di gente della quale non ce ne frega un beneamato cazzo, ma che frequentiamo per non sentirci soli, senza sapere che stiamo vivendo solo una parte della vita, visto che il dolore e la gioia si integrano e si completano armonicamente a vicenda. Sono millenni che provano a spiegarci questo concetto, ma siamo così bravi e testardi nel prenderci per i fondelli che l’umanità non ci arriverà mai a comprendere e metabolizzare questo aspetto elementare della vita.

Ma non divaghiamo.

Posso ben immaginare cosa sia accaduto una volta ricevuta la notizia. Il colpo arriva in pieno petto e scoperchia il vaso di Pandora. Ricordi, gioie, dolori, sensi di colpa di qualsiasi tipo iniziano ad emergere. “Se solo avessi telefonato a mio fratello una volta in più, se solo fossi andata a trovarlo più spesso!”, avrai pensato, vero? E’ una cosa estremamente destabilizzante. D’altro canto, questi eventi sono anche opportunità di riflessione e cambiamento, che però dobbiamo essere in grado di cogliere. Siamo noi a dover decidere di fare questo passo.

In certi casi, la prima scelta che istintivamente e impulsivamente siamo portati a fare, in una situazione di questo tipo, è quella di mollare tutto quello che stiamo portando avanti con fatica e sacrificarci per il bene della persona amata. In realtà, una decisione di questo tipo, apparentemente mossa dall’amore, nasconde una velata forma di esibizionismo, di esercizio del potere e di compiacimento verso noi stessi e gli altri, ed è scaturita, principalmente, dal senso di colpa. Una scelta di questo tipo serve a sentirci a posto con la coscienza, ma è fatta alla cieca, ignorando ciò di cui ha bisogno la persona amata e soprattutto non fermandosi neppure per un momento a pensare se questa possa essere la decisione più importante e giusta per noi. Il grosso rischio è quello di cadere nell’ottica del sacrificio ostentato, con il serio rischio di ritrovarsi invischiati nelle sabbie mobili del rimpianto e del rancore verso la persona stessa che soffre.

Purtroppo, che piaccia o no, non esiste nessuna persona più importante di noi stessi e innanzitutto, in una situazione simile, occorre tutelarci. In che modo, mi chiederai? Rispettando il nostro dolore, guardandolo in faccia, vivendolo, buttandolo fuori a suon di lacrime, quando e se ci riusciamo, perché non è così scontato, e cercando di cavalcarlo, perché senz’altro ci condurrà da qualche parte, a capire qualcosa in più di noi e del mondo che ci circonda.

Ti dirò di più. Non è solo dolore, quello che dobbiamo guardare in maniera oggettiva, ma qualsiasi forma in cui quest’ultimo si manifesta: rabbia, rancore, rimpianti, odio. Perché potrà succederti, di sentirti incazzata con tuo fratello e di sentire di detestarlo, nonostante la circostanza non lo consenta. E lo sai perché? Perché ti ha distratto dalla tua vita e dalla tua serenità, con la sua malattia.

A quel punto, se vuoi far qualcosa per lui, devi iniziare a fare qualcosa per te. I tuoi genitori, a loro volta, dovranno fare i conti da soli con questa terribile incombenza, e non è tuo compito consolarli. Tu, nel frattempo, tutelati e aiutati, in qualsiasi modo.

Ogni sofferenza è profondamente personale. Ed è questo il motivo per cui, purtroppo, credo che il dolore in molti casi non riavvicini le persone, ma le allontani ancora di più. Gli eventi dolorosi come questo, nei casi peggiori, possono addirittura distruggere famiglie e amicizie. Non sempre, ovviamente, ma capita. E’ la vita. Ognuno elabora le cose con i suoi tempi, che vanno rispettati.

Abbi cura di te. Inaspettatamente e improvvisamente, troverai il tuo modo personalissimo di stare vicina a tuo fratello, anche a distanza. Credimi. Te lo dice uno che di lutti ne ha superati parecchi, incluso il fatto di non esistere.

Infine, ti rassicuro su una cosa: ami profondamente tuo fratello. Non mi avresti scritto altrimenti.

In bocca al lupo.

Dino Veniti