Tramonti

Erano forse mesi che non uscivo il venerdì sera. Il rientro in Italia di Angelo dalla penisola iberica ha fatto sì che sia io che l’ammogliato con prole Antonio, forse uno dei pochi uomini sposati che conosca a cui non è stato vietato di uscire con i suoi vecchi amici di tanto in tanto, partecipassimo a questa scarna rimpatriata. Adopero l’aggettivo scarna perché un tempo, forse quasi quindici anni fa, si era in tanti, si usciva più spesso, si beveva più spesso, mi accompagna sovente quella falsa sensazione che la vita ai tempi fosse più leggera e meno problematica di adesso, ma mi rendo conto che la nostalgia edulcora i ricordi e in quell’epoca ero fondamentalmente uno sporco alcolizzato, di conseguenza qualsiasi dolore esistenziale era totalmente anestetizzato da quantità ingenti di birra e di Negroni. Il giorno in cui il medico mi impose di smettere di bere fu un giorno assai duro: fu allora che, per la prima volta, dovetti fare i conti con la mia miseria, con i miei fantasmi orribili, guardarli in faccia a uno a uno evitando di farmi sopraffare, senza l’alcol, prezioso anestetico e amico di gioventù. Lentamente, realizzai che buona parte di quelle amicizie altro non erano che una buona compagnia, intrattenimento, accomunati unicamente dall’idea di buttare via il tempo alle ortiche, di zoppicare insieme e di sentirci meno soli, dandoci ragione nell’antico e mai defunto rituale dei bocchini vicendevoli. Ma questa è un’altra storia di cui non vi parlerò mai, o forse sì, chissà.

Va bene, ci diamo appuntamento alle ore 21 presso quello che un tempo era uno dei miei pub preferiti, ove godermi la mia rossa media e la mia piadina al crudo, mozzarella e rucola, per concludere quel pasto frugale con un bretzel e già una nota di amarezza ha cominciato a farsi strada in quella che doveva essere una serata di risa e rimembranze: il pub ha cambiato gestione da un anno, pur mantenendo lo stesso nome e, come nuova politica, non servono più piadine. Sono questi i lutti più difficili da elaborare. Quel pub era per me un luogo più sacro di una chiesa, porca troia, era il tempio presso cui incontravo casualmente il professor Miami, pronunciato all’americana, con il quale tra una sua sigaretta e l’altra, tra una sua birra media e l’altra, la sua lunga barba ingiallita dalla nicotina, si disquisiva amabilmente di modelli matematici, di filosofia, di psicologia, si discorreva insomma di massimi sistemi. Difatti sono quel tipo di persona, mi trovo a mio agio solo se si fanno discorsi profondi, ho sempre detestato parlare di convenevoli e della qualunque, piuttosto tengo la bocca chiusa e non proferisco verbo. In effetti, in una compagnia folta, mentre tutti parlano del più e del meno, noterete che sono il tipo taciturno che si guarda attorno e studia con l’occhietto acuto dello scienziato le dinamiche umane che si vengono a creare, cercando di tracciare profili psicologici con lo scopo di trarre vantaggio personale per la mia personale scalata al potere.

Ma non divaghiamo, amo sognare e dare sfogo, almeno qui, alla mia volontà di potenza di stampo Nietzschiano, ormai sempre più smussata dagli anni che passano e da una consapevolezza che si fa sempre più ampia e prepotente e vede ormai tutto questo come superfluo. Sedevo con Angelo e Antonio, rendendomi conto che erano solo le nove di sera e avevo già un sonno orribile e li ho guardati a lungo, quei due lì, che sono stati e forse annovero ancora tra i miei migliori amici. Li osservavo, Antonio con la pancia tipica del paparino che si avvicina ai quarant’anni e ha messo da parte lo sport, Angelo con la barba che si fa via via più bianca. Ascoltavo i loro discorsi e per la prima volta mi sono sentito davvero lontano da loro. Li osservavo e ho visto il passato, ho visto un tentativo maldestro di rievocare dei tempi palesemente finiti, ho visto tre strade diverse, quella di Antonio padre di famiglia, ormai stanziale e deciso a restare nel nostro Belpaese pieno di orrendezze, ma impossibile da odiare, quella di Angelo che raccontava le sue avventure lavorative e personali a Valencia, che fa coppia con Giulia e non vogliono figli e amano viaggiare per il mondo e giocare a beach volley sulla spiaggia. Sedevo, li osservavo e li ascoltavo, assonnato e già mezzo ubriaco dopo già un paio di medie, rendendomi conto di quanto sia puttano il tempo che avanza, di quanto io non sia più in grado di reggere l’alcol, di quanto stiamo divergendo e di quanto ormai vi siano ben pochi interessi comuni, pensando anche al mio di percorso e alle pieghe inaspettate che ha preso diverse volte la mia vita ridicola.

Perché scrivo questo, cari utenti e care utentesse? Diffidate da tutti quegli stronzi che raccontano quanto sia bello cambiare vita all’improvviso, che mollano tutto per trasferirsi in Australia e che finalmente hanno trovato la felicità. Cambiare fa bene, aiuta a scrollarsi la polvere di dosso e a tirarsi fuori da situazioni che non portano a nulla, ma costoro omettono un dettaglio molto importante, mentre magnificano sulle reti sociali quanto sia meravigliosa la loro vita: l’elaborazione del lutto. Gli addii silenti a contesti che non ci appartengono più sono comunque dolorosi e, ahimè, è necessario attraversarli.

– Ehi, Dino, questo post fa schifo, facci ridere, buffone del cazzo!

Oggi no, buon fine settimana.

Un Mare di Nostalgia

Non avrei mai detto che sarebbe accaduto, ma sto passando delle giornate impregnate di nostalgia, un sentimento che ho sempre rimosso, rifuggito, un’emozione considerata dalla sottoscritta alla stregua di un virus da cui proteggersi. La nostalgia è tipica dei falliti, solevo dire a me stesso qualche tempo fa, di coloro che guardano al passato per non fare i conti con un presente miserabile e un futuro privo di prospettive, la nostalgia vista come una vecchia casa, arredata di ricordi edulcorati di un passato idealizzato a cui sono stati rimossi gli aspetti negativi, i difetti.

Galleggio in questo mare di rimembranze, ripensando con intensità agli anni delle superiori, quando mi facevo beffe del grasso e sudaticcio Clemente per mettermi in mostra con quei pavidi eunuchi dei miei compagni, comportandomi da carnefice per evitare di diventare io la vittima. Mi viene in mente il mio trasferimento a Milano all’età di diciannove anni e alla mia lunga permanenza nel capoluogo lombardo, mi sovviene la quantità di gente che è entrata nella mia vita, a quanto fossi convinta che costoro sarebbero rimasti al mio fianco fino alla fine dei tempi, a come invero siano lentamente e inesorabilmente usciti dalla mia esistenza, per loro scelta, ma forse il più delle volte per mia scelta. È così che va, purtroppo è necessario chiudere tante parentesi, ma il più delle volte, ahimè, non abbiamo il fegato di farlo. Ci trasciniamo in situazioni stantie, amicizie e amori arrugginiti, finiti chissà quanto tempo fa, zoppi che vanno con altri zoppi che imparano a zoppicare sempre meglio, a odiarsi e a essere in perenne competizione tra loro, in un coacervo di dolore e di incomprensioni che in ogni caso fungono da riempitivo, perché oh, bisogna imparare a tollerare i difetti degli altri, bisogna essere comprensivi e indulgenti, altrimenti si rischia di rimanere isolati, quando la verità è che la maggior parte di noi altro non fa che ingoiare rospi tutti i giorni, in un continuo compromesso al ribasso con la famiglia, con il lavoro, con gli amici, mediocri circondati da altri mediocri.

Cari utenti e care utentesse, cambiare fa paura, anzi, vi dirò di più, cambiare causa letteralmente il panico, si rischia veramente di impazzire se non si ha la tempra giusta. Se sentirete la necessità di un cambiamento importante, vi piscerete e cagherete nei pantaloni. Tutti i vostri vecchi fantasmi saranno lì a solleticare i vostri timori più atavici, ricordandovi che state facendo una stronzata, che tutto sommato è bene che rimaniate dove siete, nella miseria e nello squallore, che tutto sommato presenta il vantaggio di trasmettere il calore asfittico di un contesto prevedibile e conosciuto.Insomma, ho usato questo blog per non mandarle a dire a nessuno e per mettere nero su bianco tutto il mio disprezzo nei vostri riguardi, ma mi sento di dire che, tutto sommato, un po’ vi capisco. Capisco che non sia facile mollare quella palla al piede di vostro marito e quell’isterica frigida di vostra moglie, capisco che il vostro odiato lavoro vi dà comunque uno stipendio alla fine del mese. Guardo a tutto questo e tutto sommato avete la mia comprensione, se vogliamo anche un po’ di tenerezza.

Forse dovrò cambiare il registro di questo blog, o forse no. Forse dovrei mostrare, di tanto in tanto, i miei reali sentimenti, ma non vorrei trasformarmi in una fichettina smielata e piagnucolona. Ne va della mia reputazione, perdiana!

E Finché Vivo

È un canto seducente d’usignolo,
d’altrui debilità e cupidità,
intanto, è già esauriente e spicca il volo.

Diffido dello sponsio autoritario,
di cui, in prosperità, fatto viltà,
è infido ed il responso è ben precario.

Miei demoni, mia vita, o grande Divo,
egemoni, m’affido; e finché vivo.




Promesse

Promesse di potere seduttrici,
malcelano posticce libertà,
promesse di sirene ammaliatrici
trapelan da maestri d’omertà;

repressi i lor voleri, meretrici,
non svelano gli impicci, in sicurtà
repressi gli ori e averi, schernitrici,
già belano, senz’estro, in povertà.

E son terribili giorni di lotta,
e scontri senza sconto contro l’ombra
che veggo e che progetto fuor di me,

ma seggo da reietto, e dunque, ahimé
m’incontro e poscia affronto quanto ingombra.
Mi sento orribile, torno alla grotta…

Novello Ardore

Novello ardore, ch’infiammi, divampo,
ai polsi le caten di cortigiani,
dettami che al parer non danno scampo;

espelle odori d’infami sfuggenti,
accolsi le promesse alquanto immani,
reclamo dell’orror di certe genti.

Le nebbie si diradino, è ormai ora
di rifuggir chi vita mi divora!



Schegge

Sospeso siedi, vegliardo canuto;
del gregge stolto, esecutor prudente,
già nell’estrario tace l’urlo muto,
sopra vivente.

E un cinguettare, sol sòno di vita,
l’aere ora riempie e i muri vitri frange;
gente dissolta che tra sé s’addita
nel mentre piange.

Ove aderire, secrete mie schegge?
Per quale tramite invenir lucente
dalla caligine cinerea legge
d’un conte assente?


Ancora Al Chiuso

Attesa, nella gravità ch’è assente
nel qui, bambagia grigia che, sospetta,
così, m’adagi, bigia, ma sei infetta;
ottusa, dell’oscurità servente.

Ripresa di speciosità, si mente
a chi, qui, indugia ligio, ma rifletta
al dì che già al prestigio s’erge eretta
la resa alla viltà, ad un espediente.

Chiudici a chiave, docente vigliacco!
Hai tra le mani dei nastri di seta,
intento, mozzi le gole a conigli,

unici schiavi, lo ostenti e dai scacco;
sia mai il domani, siam mostri di creta,
ordente, insozzi le suole ai tuoi figli!

All’Altare

Seguo ramingo, sin fissa dimora,
randagio vago inquieto e ancor ricerco,
remoto ormai da qualsivoglia alterco,
mia Itaca promessa, disti ancora.

Una ferita antica in me lavora,
son pianta che, sommersa dallo sterco,
levarmi per dar frutto almeno cerco,
e tollero il dolor ch’in me dimora.

In marcia! Si riparte, in alto mare,
la ciurma si rinnovi e m’accompagni
nel mio peregrinare senza fine

per chi si sente a viver vita incline
e dentro la palude non ristagni,
del darsi me sacrifico all’altare.



Fatica

Fatica, invadi l’alme e anche le membra
d’erranti cavalier cui nomadismo,
distanti, mai legger, senza lassismo,
pervade antica chiama e i cocci assembra

di parti tra lor scisse, è quanto sembra,
che ottenebran il corso con cinismo
che genera una morsa d’egoismo.
Che scarti inutil fisse, ciò rimembra!

Tra decezioni e pavori perseguon
la via d’un demone già sussurrata
nel mentre il tedio del mondo l’assale

e al ventre assedia un’immonda vestale
mai pia, sin remore, castra efferata,
salve eccezion: coi timori, proseguon!

Palma

Di te il ricordo ancor suscita pianto,
dell’amor tuo paziente, mai invasivo,
quel dar del qual giammai facesti vanto.

Quel fare allegro tuo, così incisivo,
che scosse l’acque mie, ch’allor stagnanti,
repente il lor fluir tornò massivo.

Ripenso ancor a pochi intensi istanti,
e senza men lo so: mai più rimpianti.