Riflessioni Pisellone

Sono davvero contenta di aver messo su questa piccolo spazio personale. Avevo un incessante bisogno di recuperare lo spirito giocondo e goliardico degli anni che furono, quando, da liceale sbarazzina, giravo per i corridoi della scuola esibendo la mia vis comica, al contempo sculettando, fiera delle mie sode terga e delle mie tettine puntute e gonfie di boria, per esercitare il mio fascino e potere sugli uomini, sempre in compagnia di Mariarita, la mia migliore amica, per gli amici “bidone”, nomignolo affettuoso attribuitole in virtù della stazza di costei, con la quale mi accompagnavo in modo che non mi facesse ombra e apparissi sempre e comunque la più bella del reame. In verità, per quanto ostentassi sicumera e beltà, a quei tempi avevo la fica secca come una noce, talmente arida e asciutta che al confronto il fiume Po in agosto risulterebbe balneabile. In verità, debbo fare una confessione: ho sempre avuto una paura fottuta degli uomini ed è uno dei motivi per cui, ormai sulla soglia dei cinquant’anni, sono una donna sola e disperata, incapace di amare, con all’attivo poche squallide scopate nel corso delle quali non ho mai avuto il minimo accenno di godimento, dato il mio interesse esclusivo verso il potere e il dominio sugli altri, mentre Mariarita, con il tempo, ha perso un po’ di peso, è diventata quella che si definisce “un tipo” e, a quanto pare, sotto le coperte ne combina di cotte e di crude con il suo nuovo compagno. È diventata una di quelle rare donne che se lo introducono da sole con disinvoltura, come se stessero indossando un pregiato capo di abbigliamento, e arriva al punto da lasciare al suo uomo fortunato la sola lisca del pene al termine delle loro lunghe sedute amorose.

Cari lettori, mi rivolgo a voi uomini in questo momento e un monito mi sovviene, al termine di questa storia, ricca di archetipi e di simboli. Vi invito caldamente ad abbassare i vostri obiettivi, dato che la gran parte di voi è brutta come la morte, dentro e fuori. Lasciate perdere le bellone come me, il più delle volte frigide e glaciali. Per quanto il tutto possa essere impiattato in maniera impeccabile, a guisa d’un piatto gourmet, vi troverete ad assaporare invero una pietanza amara e indigesta. Puntate a donne che vi piacciono davvero, donne che ve lo fanno venire duro come il marmo, anche se “brutte”, rispetto ai canoni standard. Smettetela di vergognarvi con i vostri amici se volete scoparvi un cosiddetto “cesso” e ascoltate l’unica parte del corpo che ragiona più del vostro cervello bacato: il vostro uccellone imbizzarrito.

Il vostro pisellaccio zuzzurellone è una sorta di freccia che vi indica la strada: seguite le sue indicazioni.

E concludo: smettetela di sposarvi con un surrogato di vostra madre, in cerca di una serenità che è sinonimo di morte.

Buon fine settimana.

Scende La Maschera

Scende la maschera stretta sul viso,
or, ch’aderente, mi mozza il respiro,
riprende la fiducia all’improvviso.

Lì, sorridente, mai rozza, t’ammiro,
sostieni il mal, ma larga t’elargisci,
stando silente, ed abbozzi un sospiro;

t’esponi al sol, pur parca, t’esibisci
nel pieno mar che solchi, rinverdisci.

A Un Passo Da Te

E resto a un passo da te nella tana,
t’osservo, mentr’accenni la tua pelle,
immagini a sé stanti, sin favelle
per brame della carne; ancor non stana

me, appresto un po’ distante; è cosa vana
mostrar te solo oggetto, alquanto imbelle,
rivolta verso chi guarda le stelle,
con fame d’osservanze, e sei lontana.

Mia Viola, quanti corpi tutti uguali,
anonimi dipinti senz’odori,
un’infinita scelta, mai venuta.

Mio amore, mostra te per quel che vali,
accoglimi. Siam spinti a far l’attori,
ma è vita ch’è divelta, non cresciuta.

Giocondo

Serena siedi col capo reclino,
defessa dal pavore tormentoso,
impresso sta il color perspicuo, acquoso,
negli occhi tuoi cerulei e m’avvicino.

In pena cedi al volere divino,
oppressa dal terrore assai morboso,
ossessa da dolor iniquo, ombroso,
di vecchi guai, d’aculei d’un crespino;

ma incendia in te l’ardor di vita piena,
ch’ancor ignori, velato di meto,
pur tuttavia ti pare cosa aliena.

E solitaria, m’irrompi nel mondo,
guardi e languori ch’effondi al me inquieto
e già rivivo, mi riempi, giocondo.

Onde

Nell’acque gelide e scure, disperso,
alte son l’onde minacciose e cupe;
vi tacqui intrepido e duro, qui immerso,
sagitte van da nebulosa rupe.

Nel mar di crimini fasti, sì avverso,
mi trascinaron quell’immonde lupe;
per re di vimini infausti ebbi perso,
ché derubaron le mie tonde drupe.

Allor ch’intanto ch’esanim demergo,
persici e amigdale mi porgon mani
le tue. Dall’occhi tuoi, respiri emani.

Di baci ammiro, lì piangon gioiosi,
qua giue più imbocco guai, Sire maestosi,
d’amor sì tanto, ma immane, riemergo.

Sensi

A K.

Sàrcina grave sull’armi ripongo,
ove riposte le vesti, compresso,
monde, desudo nell’aspero gresso
giacché all’ariste ed al sole m’espongo.

Lungo il mio corso m’osserva compìta
domina, a volte silente, che mira
quei molimenti severi, e m’attira,
mentre sé specchia, qualcosa l’invita.

Resto e la miro a mia volta, suadente,
sotica dama, vestita di fiori,
sguardo perduto in vetusti dolori,
di rimembranze soavi splendente.

L’omeri volge in un agro deserto,
“Chi sei?”, dimando, stupita contesta:
“Sento quel senso tra i sensi in tempesta,
in quei ricordi che’l cor m’hanno aperto”.

Eccoti, Incontro, ch’effici catarsi.
Vita, energia che riemergi sovrana.
Donna Fatica, giammai sarai vana,
a Te, che sproni l’audaci a donarsi!