Ricordo d’Oltre Decade Trascorsa

Ricordo, d’oltre decade trascorsa,
un tempo ora remoto,
nel qual al prio travaglio m’accingevo.
Ristretto in una morsa,
manipolo d’ingente gente noto
io ventilar solevo.
Sì ingenuo mi ponevo!
Protetto d’intemperie fui cresciuto,
ignoti m’eran giuochi della vita
ben poca sofferenza aveo patita,
per quanto l’alma mia v’ebbi pasciuto
d’un mal di viver che m’attanagliava
e spine il cor straziava.

Ed ivi tu, di pelle oliva fosca,
ricorri, che m’osservi  
con l’occhi grandi e scuri d’acque specchi.
Ch’in me tu riconosca
gli stessi fini aculei che conservi
a cui non porgi orecchi?
Ragione per cui pecchi!
Tu stessa poc’avvezza a questa valle
di lacrime, esistenza parca viva
e fiori e piante in te non si coltiva
ma ài ricco spirto tuo di fertil falle
e dunque nosci in me che l’acque chiare
dissetan gole amare.

E’ buio e siam in due, l’argenteo carro
s’accinge alla dimora.
Insisto, alfin mi schiudo e manifesto,
a orgoglio fo uno sgarro,
i gravidi tormenti, giunge l’ora
a rilasciar m’appresto.
Da qual torpor mi desto!
Silente ora ti poni, ascolti attenta, 
benevolo ‘l tuo riso s’apre muto,
infin d’amor deseo stanotte incuto,
a lungo ebbi sentito l’alma spenta,
ma un vento dentro soffia e la riaccende
e verso te protende.

Dapprima, in un complesso dolce sciolti,
calore ci elargiamo.
Dedotti, udiam profondi i nostri unguenti
su’ voluttuosi volti,
coi spiri dalle labbra ci sfioriamo
di baci assai impudenti.
Amanti impenitenti!
Sapori e pelli e lagrime e memorie
mesciamo nelle notti fin all’alba
pugnando contra un’esistenza scialba,
librandoci di quell’antiche scorie,
dimentichi di noi nell’incendiarci
e al tempo dissetarci.

Fu breve e tosto t’ebbi persa, amore
vetito, assai bramato.
Quand’ecco, colpa che di te s’avvalse
e giunse il mio dolore
bruciante nel mio petto sì infiammato
pretendere rivalse.
Quant’odio in me prevalse!
Mai senso d’abbandono più violento
eriger alte mura ben protette
mi fece, e dalle torri quelle vette
lontane, che toccai, rimirai spento.
Ad òpra di me stesso, fui recluso,
dall’orbe ‘sterno escluso.

Ti veggo ancor, canzon di rimembranze,
con animo disteso,
vi narro di vicenda già sin peso.
Con fede m’ergo pigro dalla rocca,
d’istanti, la novella via s’imbocca.

 

 

Fanciullo

Muta improvvisa la notte sull’urbe
chiusa, blindata, ristretta nel guscio.
Speme impaziente, fissando quell’uscio
s’apra e ci libri le menti ormai orbe.

Soffio dell’aere, le pelli solinghe,
ante tangevano simil sorelle,
spire di talco, ormai dalle celle
luoghi distanti già volgon raminghe.

Mira, Fanciullo, compagni di giuoco
ombre del nido che scacci crudele.
Volgi, rabbioso, quell’occhi alla vita,

chiama imperiosa, con forza t’invita,
Fato tremendo. Rilascia quel miele,
dolce veneno, t’annienta nel fuoco!

Ira Motrice

L’antico nido ch’impugna il suo sale,
sulla cesura manciata vi versa
d’origo antica, da nebbia sommersa,
brama dominio, severa vestale.

Brucia, la bruma dà luce a rimorsi
d’odio e d’offese, su l’ignaro schiavo,
secutor cieco talvolta anch’ignavo,
nel petto urla e grugniti e poi morsi.

Ira motrice
forza mi doni,
fuga m’imponi
cubil vindice.

Vestre maestati,
l’urbe mia attende,
core, riprendi
batti e levàti.

Alle Stelle Piangente

Equa ed annienta il crociato recente,
strazio silente ch’acuto impigrisce,
questo perduto legame esperisce
lume di Venere fioca a ponente.

Paca il profluvio dell’acque ch’immote,
torbide e ferme, imago che schiaccia,
mostransi fusche, non soffia bonaccia,
parche di vita e letizie remote.

Mite silenzio frastuono diviene,
ira funesta che scuote tremante
l’ossa e le carni, libido imperante
di guerra bruta dal ventre suvviene.

Rogo che l’ira s’in lacrime volga,
pace e sollazzo al cor mio porga in doni,
dilanin greggi coi denti i leoni,
che questo grave dall’alma distolga.

Sciogliti, librati, strazio invadente,
stràppami via quelle vesti sudate,
da queste membra lontane volate,
opto star ‘gnudo alle stelle piangente.

Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Tremula Era

Tremula Era,
teso contegno,
cede all’impegno,
di star intera.

Tremule mura
le sue certezze,
sin interezze,
di ragion pura.

Tremule gote,
tonde, scarlatte,
soffici, intatte,
Ella ebbe in dote.

Tremuli occhi,
pieni di rabbia,
dune di sabbia,
le vie ch’imbocchi.

Tremula alma,
l’odio e l’amore,
strozzan un cuore,
che brama calma.

Tremula Dea,
maestà Pagana,
nutrice arcana,
d’ego si bea.