E Veggo è Sera

Rientrato nella polvere invadente,
d’inospital magione ancor informe,
di lei, Maestà, non più perseguo l’orme,
ma a un Dio, già sibilante, impenitente,

prostrato sto. A quel suo voler sigente,
per tale vocazione, or ora enorme,
ed io, lo sa, mi piego alle sue norme,
m’avvio seduta stante, ed è imminente

l’angoscia tenue d’incerto dimani,
ch’in gola stringe e le nebbie infittisce,
ma seggo e spero il loro diradarsi.

E veggo è sera; né più dimandarsi
s’è un vol che spinge alle sabbie e inasprisce
chi lascia quanto certo, a basse mani.

Assolto

Ingenuo dal pavore finalmente
collustro intento, la cura ritengo,
le tenebre fittizie tardo spengo;

e strenuo, sin livore, amabilmente,
mentre austro vento depura i miei lutti,
mai funebre, letizie diano frutti.

E si concluda il dì di requie degno,
diman volgiam all’usitato impegno.