Fendente

Iniquo mondo, qui in bolle distanti,
ognuno ch’ormai mira i suoi fantasmi
mutevoli e cangianti ad ogni istanti;

quale destino ci resta sperare,
immersi ormai solinghi nei miasmi
d’un claustro ch’imminente s’ha da fare?

Ché la salvezza si fa nel presente,
parando della vita ogni fendente!

Sagitta

Ove l’amor sorgerà com’un sole
dietro le verdi colline ed i campi,
ecco, disperdi, qui giungono i lampi,
ove il timor prevarrà, tra noi sole

anime, ch’ergono mura di cinta,
chiuse all’ignoto dal fosco ch’invita,
di ragion pura ch’occide la vita,
aridi conti, sapienza dipinta.

Fallo, Sagitta, t’ascolto e ti rendo
grazie per essermi guida discreta,
assieme al cuor ed il capo, t’erigi

verso il Destino, perché non mi vendo,
neppur mi chino alla Patria, profeta
di cui non son, vo a novelli prestigi.

Spine

Non son rosee, ma oscure membranze,
degli atroci crociati causati
ch’io per mezzo di dimenticanze
nella nebbia rimossi schiacciati

quei peccati di chi governava
con la boria di chi giammai erra,
mentre infìda la sposa sua dava
dolci frutti e frattanto sotterra

ogni indizio che mostra il sentiero,
per uscire dalla cittadella,
per distoglier da cerca del vero
mentre un tiepido pasto cesella.

Liberarmi di quelle catene
ebbi il compito ingrato quel giorno
coi miei occhi di lacrime piene
feci al mare un gradito ritorno.

Era gelida notte e permasi
in balia di quell’acque salate,
della spuma gli scogli ormai invasi
e di quelle mie gote rigate.

Eran lì che fluivan brucianti
traboccando e sciogliendo ogni laccio
che m’artava in paludi stagnanti
di quel gregge recluso all’addiaccio.

E fu allora che vidi me stesso,
proiettato in avanti, deciso
di lasciar tutt’indietro indefesso,
pur da vecchi compari ormai inviso.

E mi veggo quest’oggi più forte,
vincitore di tante battaglie,
pur afflitto da spine contorte
che nel cuore mi fan rappresaglie.

Viandante

Primi compagni di gioco,
pargoli ben educati,
metto quei tempi ora a foco,
che paion tanto ormai andati

quando per mano vestiti
per Carnevale sì antico,
per primi amici compìti,
ci scondavamo nel vico.

Ora lontano il dolore
m’assedia eneca e mi strozza,
ancor non veggo il colore,
regna un cinereo che sgozza.

Con il respiro carente
che non s’emana, egoista
mi sento ed impenitente
procedo lungo la pista

della missione a me imposta,
lasciando tutto alle spalle.
Voltarmi addietro mi costa
per non cader nella valle,

perché la vetta a fatica
tento di prender spossato
perché nessuno mi dica
d’aver cammino sbagliato.

Tenace seguo pertanto
in questo vol tormentoso,
nessun me ne farà vanto
per tanto agir oltraggioso.

Ma giunge or ora il momento
di quietar tosto quel moto,
accedo in me mesto e lento,
consesso a guisa di loto,

per osservar quel tormento
e fare spazio a quel vuoto.
Poscia a disfarmi ci tento
di quel dolore ormai noto,

d’aver discesso chi m’ama,
per vocazione imperante.
Per quanto affondi la lama.
son ciò che sono, un viandante!

Cocci

Pronta battaglia che a breve m’attende,
contro quel regno sì ingiusto e vigliacco,
ch’egual riserva al solerte e al bislacco
dedica e ignora chi al Fato protende.

Giudici iniqui, novelli Pilati,
lavano e sfregan le mani pelose,
onde vitare infezion venenose
da quelle gran selezioni stremati.

Quale destino mi spetta pertanto?
Quali manovre io possa condurre?
Star giù seduto alla riva e dedurre
di ritrovarmi con un sogno infranto?

E questi cocci, rimetterli assieme?
O fare sì di lasciarli alle spalle?
Rinnovar tosto il cammin dalla valle,
ai colli, in su, con la Vita che preme?

Ira Motrice

L’antico nido ch’impugna il suo sale,
sulla cesura manciata vi versa
d’origo antica, da nebbia sommersa,
brama dominio, severa vestale.

Brucia, la bruma dà luce a rimorsi
d’odio e d’offese, su l’ignaro schiavo,
secutor cieco talvolta anch’ignavo,
nel petto urla e grugniti e poi morsi.

Ira motrice
forza mi doni,
fuga m’imponi
cubil vindice.

Vestre maestati,
l’urbe mia attende,
core, riprendi
batti e levàti.

Sakè

Sakè, questa sera. Piccolo. Tre ochoko e mezzo. Quanto basta per inebriarsi.

Sakè, questa sera. Per vincere l’inevitabile noia della solitudine.

Sakè, questa sera. Per spegnere la fiamma del mio ardente desiderio, almeno per un po’.

Sakè, questa sera. Perché la domenica volge al termine.

Sakè, questa sera. Per mettere a tacere la voce sussurrante del mio daimon, che mi spinge incoscientemente verso il mio destino.

Sakè, questa sera. Per trasformare la paura in dolore.

Sakè, questa sera. Per essere grati a Dio.

Sakè, questa sera. Per celebrare la vita.

Sakè, questa sera. Per dimenticarsi dei sensi di colpa.

Sakè, questa sera. Per sciogliere il nodo che ho in gola e tramutarlo in lacrime.

Sakè, questa sera. Per dimenticare, almeno per un po’, che prima o poi la festa finisce.

Sakè, questa sera. Il sangue di un Cristo orientale. Per non perdere la speranza del Dopo.