Verso il Monte

Davvero pensi d’osservare il mare,
che lieve ti lambisce e si ritira,
che scuro un po’ t’inquieta, un po’ t’ispira
a prendere il coraggio d’affrontare?

Non credi sia terribile restare
a riva, mentre il suono che sospira
dell’onda, senza meta un po’ t’attira,
e attende che ti possa ormai tuffare?

E, intanto, all’orizzonte, v’è un tramonto
di giorni ormai remoti e di valori
vetusti, ch’ora pesan come scogli;

consigli, ch’assomiglian ad imbrogli,
già storni, e vai lontano da quei cori,
su il manto, verso il monte, da ogni affronto!

Ardire

Son specchi d’acqua quell’occhi di cielo,
lucide stelle sommerse dal sale,
sotto una volta di ciglia, d’un velo,
celan le tinte d’un’alma che vale.

Lattea la cute, perman sullo sfondo,
per quelle labbra infocate sostegno,
crine scarlatto sul viso rotondo
se ne sta lì in voluttuoso contegno.

Moti di spirito suo fondamenta
per la dimora pensata accogliente
donde distendersi priva di veli

ed esibir i suoi frutti, i suoi mieli,
che ben adopra quiescendo silente,
muta, sensuale, l’ardire mi tenta.

Dama Palindroma

Posa serena, le spalle rivolta
al mare blu, mentre indugia sul viso
mestizia d’occhi sul dolce sorriso,
la bruna chioma su spalle disciolta.

Cerule veste sul petto s’induce,
nivea la cute, ch’a guisa di spuma,
tarda s’alterna, mergendo da bruma,
sfugge dall’alma nostalgica luce.

Attenta osserva composta in lettura,
l’uso, scrivendo, d’un cavalier ‘gnoto,
il volto suo s’è occultato già in toto,
per un riserbo a cui pone assai cura.

L’antica pugna tra meti e desei,
nell’alma inflamma vetusti conflitti,
scioglier, quantunque da piaghe trafitti,
l’arcan, ché d’omessa fede siam rei.

Dama palindroma attende cupìda
videndo nome ed orìgo già ‘strusi,
del vir nascosto, dei tratti suoi inclusi
di nobil cor o di creatura infìda?