Ti Amo Mamma

Il vento sussurra
morbidi segreti d’estati
remote, su arbusti ingialliti
d’eterni ritorni autunnali
e vivo permane
lo sguardo tuo
perso
d’aromi agrodolci
il sapore.


Ho deciso di inaugurare questa mia missiva con uno scialbo e squallido poema da rete sociale, le cui regole si basano generalmente sulla totale assenza di metrica, enjambement adoperati con criteri del tutto aleatori e altrettanto casuali sentimenti che emergono da una certa inconcludente passione degli autori e delle autoresse nel fissarsi l’ombelico e nel restare a cuocersi nel brodo dell’indolenza e dell’inazione. Sia chiaro: qui si parla anche di me, forse le mie orrende poesie sono più strutturate, ma si tratta degli stessi inutili contenuti. L’utilizzo che faccio della metrica è un chiaro sintomo di un disturbo ossessivo compulsivo conclamato, per cui trovo nell’endecasillabo, nel sonetto e nel madrigale una sorta di senso di sicurezza, alla stessa stregua di chi ha bisogno di lavarsi le mani sette volte prima di pranzo o di controllare settanta volte sette di aver chiuso la porta di casa o dell’auto a chiave.


Ma non divaghiamo, ho bisogno di un chiarimento e mi rivolgo soprattutto a voi adolescenti di quarant’anni: si può capire che bisogno avete di avere vostra madre e vostro padre o peggio, i vostri suoceri come amici sulle reti sociali? Ma possibile che alla vostra età abbiate ancora la necessità di compiacerli e siate totalmente incapaci di mettere dei paletti e di farvi avvelenare il sangue dai loro continui inconsapevoli tentativi di venire a pisciare nel vostro territorio e di seminare zizzania tra voi e il vostro partner? Badate bene e lo sottolineo, il tutto è inconsapevole: i vostri vecchi lo faranno sempre in buona fede, la loro apprensione cronica sarà solo un maldestro tentativo di proteggervi dai mali del mondo che loro stessi hanno contribuito a causare e a perpetuare, mediocri che proteggono altri mediocri, oltre a una totale incapacità di accettare il fatto che siate diventati dei presunti adulti, ma tutto quell’amore che sa di cibo scaduto vi causerà solo irritazione e dolore, in quanto sarà il chiaro segnale che vi considerano giustamente ancora dei ragazzini incapaci e imbecilli, la prova evidente che non hanno alcuna fiducia nella vostra capacità di cavarvela da soli.


Cari utenti e care utentesse, forse la rete ha ragione, forse gli animali sono davvero meglio delle “perzone”, giusto? Com’è che dite voi? Personalmente non ho mai visto un fottuto gatto adulto obbligato a tornare a pranzo da mamma e papà gatto la domenica. Quei figli di puttana di felini hanno capito tutto e conquisteranno il mondo, con la loro calma olimpica e il loro incedere snob, con la loro autonomia e indipendenza e, ahimè, forse sono un esempio da seguire affinché questa squallida e nevrotica umanità faccia qualche passo in avanti. Mi rivolgo ora soprattutto agli utenti di sesso non femminile, ai quali tocca dare l’ennesima delusione: credetemi, non troverete mai più, in nessuna donna, i dolci occhi e il sorriso di vostra madre mentre vi rimboccava le coperte, vi preparava le lasagne, le stesse lasagne che hanno contribuito a rendervi dei grassi tricheconi sedentari, culacchioni e scoreggioni, non troverete più in nessuna donna quella signora che credeva in voi e vi faceva sentire unici e speciali, capaci di ogni impresa e di conquistare il mondo.


So che la pillola è molto amara, al massimo, nei primi tempi, troverete un’illusione di quell’antico amore con una nuova donna, finché l’incantesimo non si interromperà e sarete a quel punto declassati alla stregua di animali da compagnia e cavalieri serventi, donatori di sperma invischiati nel liquame color pece del senso del dovere e manipolati costantemente dal senso di colpa, bravi cristiani di facciata, bravi progressisti dalla parte delle minoranze, pronti a tramutarvi negli stalloni dal cazzetto piccolo e dal culo stretto che si imboscano nei cessi delle stazioni di servizio delle peggiori strade provinciali italiane scrivendo sulle porte, in un’orribile ortografia, il loro numero di telefono.

Dimenticatevi di vostra madre, di quell’ingombrante custode del focolare dalla fica dentata, disfatevi di questo cazzo di totem, imparate a cucinarvele da soli, le vostre lasagne del cazzo.

Credetemi, è doloroso, ma funziona di gran lunga meglio delle vostre adorate pillole blu.

Sconfitte

Siamo in pieno positivismo, abbiamo ormai una totale e cieca fiducia nel progresso e nella scienza, ogni scoperta scientifica ci fa sentire degli dei, autentici padroni del mondo, mentre un eventuale vero creatore, qualora ci fosse, con buona probabilità si fa grasse risate alle nostre spalle, ci osserva singolarmente e ride, ride di gusto, istericamente, ride della banalità delle nostre scoperte e delle nostre vite, narrate come straordinarie, ma in verità assai mediocri, sapendo che, dal suo punto di vista, abbiamo i secondi contati. Siamo solo fastidiose mosche di passaggio, ci posiamo sulla merda senza odore dei soldi e del potere, con lo scopo di dare un senso deviato alle nostre insignificanti esistenze, alla stregua di tenui scoregge emesse nell’infinità spazio-temporale dell’universo. Ci prefiggiamo mete, siamo ambiziosi, vogliamo essere ricordati, nel bene o nel male, vogliamo lasciare un segno, ricerchiamo compulsivamente un pubblico che ci ammiri, partner e amici che ci adorino, anziché amarci e volerci bene e sgomitiamo ossessivamente, malati come siamo di un narcisismo amplificato dalle reti sociali e dalla scomparsa dei padri, reali o simbolici che siano, ma comunque in grado di mettere dei sani limiti. Siamo divenuti totalmente incapaci di ammettere la sconfitta, di fare un passo di lato, contraddistinti da una tenacia che ai più può apparire come audacia, coraggio, caparbietà, ma invero ci rende semplicemente dei pericolosi psicopatici. Mi rivolgo ai più giovani di voi, nello specifico a voi adolescenti di quarant’anni, che vi sentite così indispensabili, così dinamici, incapaci di conoscere la vergogna, convinti che si possa rimpiazzare l’esperienza con una ricerca su Google. Penso a voi rampolli, penso a te, Ilario, al tuo volto inespressivo, alla tua ipocrisia e gentilezza che trasuda odio, rancore, desiderio di rivalsa, dolore, al tuo caschetto nazista del cazzo, ai tuoi sguardi omicidi, alla tua incapacità di ricevere un no come risposta, alle tue ascelle che sanno di cipolla, penso al me stesso di vent’anni fa, che considerava gli adulti come un ostacolo, penso alle urla cariche di rabbia verso quei presunti oppressori, in verità vittime del mio malessere e destabilizzati dai miei comportamenti fuori luogo. Penso ad Andrea Scanzi, fatto al novantasette percento di pene, alla sua sindrome da Peter Pan che occulta in realtà una profonda paura di morire, di non esistere più, di invecchiare. Penso a Lorenzotosa, a Delprete, a Mattia Santori, a Renzi, a Salvini, penso a costoro per non guardare ai miei difetti, penso a chiunque usi questa piattaforma per imporre la propria visione, alle guerre tra poveracci che si scatenano per una lieve divergenza di opinioni, alla presunzione di voler cambiare il mondo sapendo che ci penserà la natura a spazzarci via con un leggero soffio, a imporre un ricambio d’aria, da cui emergerà la stessa, o forse una differente società, ma comunque disturbata e nevrotica.

Rileggo al solito minuziosamente quanto scritto, sentendomi per la prima volta davvero sereno. Non vi è alcun astio nelle mie parole, ma un senso di compiutezza mi pervade, c’è davvero qualcosa di dolce nel perdere qualche battaglia, nel fallire, nel prendere atto della propria insignificanza, nel fare schifo.

Forse è questa la strada per la felicità, essere lungimiranti, avere una visione di lungo periodo, iniziare a pianificare con largo anticipo un’inevitabile uscita di scena e gioire se qualcuno ti cercherà con sincera attenzione nei tuoi riguardi, con affetto, con amore.

In sintesi, farsi, cristianamente ed evangelicamente, merda.

Ehi, Dino, figlio di puttana, questo post non fa ridere! Facci divertire, brutto stronzo!

Stasera no. 🙂❤

All’Altare

Seguo ramingo, sin fissa dimora,
randagio vago inquieto e ancor ricerco,
remoto ormai da qualsivoglia alterco,
mia Itaca promessa, disti ancora.

Una ferita antica in me lavora,
son pianta che, sommersa dallo sterco,
levarmi per dar frutto almeno cerco,
e tollero il dolor ch’in me dimora.

In marcia! Si riparte, in alto mare,
la ciurma si rinnovi e m’accompagni
nel mio peregrinare senza fine

per chi si sente a viver vita incline
e dentro la palude non ristagni,
del darsi me sacrifico all’altare.



E Veggo è Sera

Rientrato nella polvere invadente,
d’inospital magione ancor informe,
di lei, Maestà, non più perseguo l’orme,
ma a un Dio, già sibilante, impenitente,

prostrato sto. A quel suo voler sigente,
per tale vocazione, or ora enorme,
ed io, lo sa, mi piego alle sue norme,
m’avvio seduta stante, ed è imminente

l’angoscia tenue d’incerto dimani,
ch’in gola stringe e le nebbie infittisce,
ma seggo e spero il loro diradarsi.

E veggo è sera; né più dimandarsi
s’è un vol che spinge alle sabbie e inasprisce
chi lascia quanto certo, a basse mani.

Virgilia

L’istante che recorre ancora caro,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia spenta d’un finale amaro.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto ch’una lagrima s’intinge
sul viso, il lutto mio non più respinge,
giacché la nave ormai s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!

La colpa dei colpi tuoi inferti

La colpa dei colpi tuoi inferti,
non placa di darti tormento,
rimembra il dolore violento,
che causi e nel mentre diverti

quel pubblico vile e servile,
ch’a quel tergo tuo si dispone,
cachinna vigliacco, guascone,
è parte d’un unico ovile.

Sol ora realizzi quel male
causato per puro diletto,
per gloria, sentirti l’eletto,
o peggio, per atto banale.

Sia grato tu dunque al perdono
di chi taciturno t’osserva
e sine sentenza riserva
per te grande amor e quel trono

sul quale ora siedi, lo avverti,
a render condono t’invita,
perché non sia rinvigorita
la colpa dei colpi tuoi inferti.

Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.