Ferragosto

Attendo sempre con gran fermento l’arrivo delle festività comandate, in particolare questo cosiddetto “ferragosto”, nel corso del quale resterò a casa a contemplare il soffitto e a riflettere profondamente sul senso della mia esistenza e delle mie scelte, a continuare a elaborare il lutto dell’esilio e di quella persona perduta che ha deciso di non seguirmi in questa avventura, ricordando le lacrime da fichettina versate reciprocamente esattamente un anno fa, nel giorno in cui ho annunziato che avrei lasciato il nostro un tempo glorioso e decadente paese per altri lidi, intanto che qui sopra si celebra il morto del giorno per fare il pieno di “likes” e “reactions” o al contrario lo si denigra, forse per cercare di apparire diversi dalle masse, ma ribellione e accondiscendenza altro non sono che due facce della stessa medaglia e trovo molto più appagante, anche se faticoso, cercare di non cadere nella trappola dei fanatismi del momento e cercare di lasciar riposare in pace i morti senza scomodarli per infarcire i nostri miseri egocentrismi e la nostra vanità e probabilmente sto facendo la stessa cosa anche io in questo momento, con questo post che verrà letto da quattro gatti, di cui tre lo fraintenderanno, ma in fin dei conti scrivere ha un valore catartico ed è per me forse un modo per non dimenticare la mia adorata lingua italiana, mentre fatico come una bestia a metabolizzare questo tedesco maledetto che non ne vuole sapere di entrarmi in testa, ma forse è meglio guardare in faccia a tutto questo, anziché domani buttare soldi e tempo nel traffico per distrarmi dalla verità e rimandare ancora una volta i miei miseri dolori esistenziali fingendo un’esistenza felice e serena come acque calme e, per questa ragione, torbide, tappeti di vite sotto cui si cela una montagna di polvere.

Insomma, cari italiani e care italianesse, a voi tutti buon Ferragosto e buone vacanze, il più lontano possibile da voi stessi, senza imparare mai un cazzo di niente dai vostri errori.

San Valentino

Un mio pensiero non poteva mancare nel giorno di San Valentino. Vedo un gran parlare di questa ricorrenza, qui sulle reti sociali, vedo grande esperienza da parte degli utenti e delle utentesse in merito a questo cosiddetto “amore”, coppie felici, single altrettanto felici, insomma, qualunque sia la vostra condizione, mi fa molto piacere che siate così lieti. Davvero, ve lo dico con sincerità: le vostre manifestazioni di giubilo in merito al vostro stato sentimentale sembrano davvero spontanee e autentiche. Chiunque abbia dei dubbi e pensi che la vostra sia solo un’opera di autoconvincimento, rafforzata dal miserabile consenso ottenuto dai vostri “amici” mediante i loro “likes” e le loro “reactions” è senza meno in malafede.

Cari utenti e care utentesse, qualcuno dovrà pur dirvelo, ma, ahimè, invero vi sono ben pochi motivi per esser lieti. La vostra ostentazione di giubilo presenta probabilmente una proporzionalità quadratica, per non dire cubica, al grado di disperazione che provate quotidianamente, al pozzo nero della vostra miseria che ignorate e cercate di anestetizzare qui in rete, nella convinzione di vivere delle vite meravigliose e di successo. La verità è che la vostra vita fa schifo esattamente come la mia. Se siete celibi o nubili, non siete liberi, non state ricominciando da voi stessi o da voi stesse, siete solamente soli come cani e state negando a voi stessi quanto abbiate disperato bisogno di un abbraccio, di una carezza, di un bacio. Bene, sappiatelo: quelle attenzioni non vi giungeranno mai. Nel momento in cui qualcuno proverà ad avvicinarsi a voi, lo farete scappare a gambe levate nel giro di una settimana, nel momento in cui lo utilizzerete come valvola di sfogo su cui riversare tutti i vostri conflitti irrisolti con vostra madre e con vostro padre.

Per quanto riguarda le coppie, invece, sarò sintetico: non prendetevi per il culo, si vede lontano un miglio che non vi amate. Lui cerca un surrogato di sua madre in cui infilare, sempre più di rado con il passare del tempo, il proprio uccellone. Lei cerca solo un mezzo per procreare e per utilizzare il proprio stato interessante o la propria prole per dimostrare alle sue odiate “amiche del cuore” di avercela fatta.

Insomma, cari utenti e care utentesse, buon San Valentino del cazzo. 🥰😍😘

Ritornare

Fa’ dunque del tuo meglio, fammi male,
avvolgimi ristretto alle tue spire,
un peso sul mio petto ora m’assale;

ormai conosco bene le tue mire,
mi lascio scivolar nella spirale,
finché non giunga l’or di risalire.

E ritornare infine a respirare,
scegliendo d’ascoltarti, darti spago,
e, dunque, così ucciderti, mio drago,
per scegliere di vivere e di amare.

Aprire

Ingolli vino, che i sensi stordisce,
lo sai che per amar devi dar fede
a chi ti s’avvicina e ciò non lede,
ma riempie? Eppur timor già s’inasprisce.

Che cosa, dunque ancora t’incupisce?
Perché fuggire via da chi ti chiede
chi sei, che nella porta infila il piede,
e del riserbo tuo già s’invaghisce?

È giunto il tempo di cedere, aprire,
distruggere quest’alte roccaforti,
deporre l’armi, di traversar l’uscio,

di romper questo soffocante guscio,
di respirare, spogliarti ed esporti,
di smettere ogni giorno di morire.

Parlar d’Amore

Vedo un gran parlar d’amore qui sulle reti sociali, in forma di aforismi, poemi, grandi discorsi su questo sentimento del quale trasuda a quanto pare una grande esperienza degli autori in merito e una notevole nobiltà d’animo. A quanto sembra, codesti guru del romanticismo sanno spiegarci con semplici parole in cosa consista questa emozione così complessa. Mi soffermo su questi scritti, credetemi, mi sforzo di trovarci qualcosa che mi colpisca, ma, complice un eccesso di malizia cagionato dall’età avanzata, ho la strana sensazione che buona parte di voi profeti dell’amore voglia sottilmente spiegare agli altri come si ama, quali debbano essere le modalità con cui interfacciarsi a un altro da sé affinché quest’ultimo sappia esattamente di cosa abbiate bisogno per rendervi felici.

Ahimè, cari sentimentali e care sentimentalesse, ancora una volta non avete perso l’occasione per elemosinare la benevolenza altrui. Quello di cui parlate, senza sforzarvi di utilizzare un minimo di metrica e adoperando l’enjambement senza criterio alcuno, è patetico accattonaggio emotivo. Lasciatemi dire, cari sognatori e care sognatoresse, che siete solamente innamorati dell’amore, romanticismo a buon mercato, l’ennesima proiezione su un fantasma inesistente, un’idealizzazione di un qualcosa che non ha nulla a che vedere con la vita reale. Lo sapete bene come andrà a finire, quando avrete finalmente trovato questo benedetto amore: nel migliore dei casi voi utentesse vi troverete al vostro fianco un noioso pantofolaio anaffettivo, che metterà su una decina di chili in tre o quattro anni, ossessivo-compulsivo e maniaco del controllo e, viceversa, voi utenti un’isterica dispotica che si sente sempre in diritto di qualcosa, pretenziosa, permalosa, incapace di darsi completamente, ancora legata morbosamente a sua madre e innamorata di suo padre, che vi ha trasformato nel suo schiavetto personale. Tutto questo vi darà comunque stabilità e sicurezza, quella sicurezza nevrotica e piena di dolore che in qualche modo però vi tiene al caldo e lontani dalla vita, che tanta paura vi fa. E intanto, mentre vi gettate reciprocamente sale sulle ferite, cercando di cambiarvi a vicenda perché vi siete resi conto che fondamentalmente vi fate schifo, siete lì alla finestra, a sognare l’amore vero, l’amore romantico che vi renderà definitivamente felici e completi, quel paradiso perduto che finalmente porrà la parola fine a tutte le vostre sofferenze. Amore vero che, una volta su un milione, busserà alla vostra porta, ma che manderete via perché inizierete a cagarvi addosso, perché avrete una paura fottuta di mettervi davvero in gioco e di amare davvero, dando voi stessi, dimenticandovi di voi e senza avere troppe pretese nei confronti dell’altro.

Invece no, vi sperticate di citazioni, aforismi, poesie banali, versi nostalgici e passivo-aggressivi, mentre siete sposati davanti a Dio, vi fate la comunione la domenica, strizzando l’occhietto alle isterie femministe e tenendovi in caldo le vostre amanti, pur di mostrare al mondo di essere bravi cristiani e onesti cittadini, repressi che galleggiano in un mare di menzogne che nel migliore dei casi vi causeranno gastriti, diarree e orticarie. – Dino – direte voi – ma l’amore con il tempo cambia, si trasforma! – sbattendomi in faccia l’ennesimo stereotipo, l’ennesima balla che raccontate a voi stessi, quando dentro di voi sapete benissimo che un amore che si tramuta in affetto non è amore: siete diventati fratello e sorella, siete diventati amici. Le selvagge cavalcate sulle grandi praterie dei vostri materassi cigolanti sono ormai un lontano ricordo. E ne soffrite.

Ma non importa,
se il tuo profumo mi
ricorda i mandorli in fiore
sulle iridi vitree
mentre respira
il vento dei tuoi baci.

Cristo santo…questo è l’orrore, buon Dio…

Verso il Monte

Davvero pensi d’osservare il mare,
che lieve ti lambisce e si ritira,
che scuro un po’ t’inquieta, un po’ t’ispira
a prendere il coraggio d’affrontare?

Non credi sia terribile restare
a riva, mentre il suono che sospira
dell’onda, senza meta un po’ t’attira,
e attende che ti possa ormai tuffare?

E, intanto, all’orizzonte, v’è un tramonto
di giorni ormai remoti e di valori
vetusti, ch’ora pesan come scogli;

consigli, ch’assomiglian ad imbrogli,
già storni, e vai lontano da quei cori,
su il manto, verso il monte, da ogni affronto!

In Quegli Occhi

Vedo in quegli occhi di donna introversa
quei desideri e quei sogni svaniti
di gioventù che è da tempo dispersa;

e t’assomiglio, nei modi compìti,
nell’ampio mondo ch’ormai m’attraversa,
di cui già più non temo i bui, schiariti.

Oggi ti penso con cuore sereno,
son molti i nodi sciolti e son assenti
sgradevoli ricordi e tradimenti;
nel sangue mio non scorre più veleno.

La Pandemia degli Addii Al Nubilato

Questo post vuol essere una dedica a noi donne, naturalmente e geneticamente superiori e migliori delle nostre controparti di sesso non femminile, delle quali al momento mi sfugge la definizione. Sarà un post un po’ irriverente e caustico, facendo un’eccezione, dato che come ben sapete sono generalmente una fanciulla molto posata, usa a dir le cose con un certo tatto, quel tatto che si confà a una damigella di buona famiglia, cordiale ed educata come la sottoscritta.

Davvero, care utentesse, è bene che qualcuno ne parli e sarò io la prima a farlo: ma quanto ci ha rotto le ovaie questo vaiolo, questa cazzo di peste nera degli addii al nubilato? È cosa buona e giusta che qualcuna vi dia uno scossone. Avete finito di sperperare i soldi di vostro padre direttore di banca in queste cazzo di limousine, vestite tutte allo stesso modo, nella convinzione di partecipare a un party unico e speciale, quando in realtà siete solo delle replicanti scontate e banali, la copia di mille riassunti, per dirla con Samuele Bersani e farvi bagnare tutte? Ma è possibile che queste feste siano poi tutte uguali? Indossate tutte una maglietta rosa che recita generalmente uno slogan banale e stereotipato sul matrimonio, mediante il quale fingete che la futura sposa, che si distingue da voi unicamente per via del velo bianco in testa, stia subendo una sorta di condanna. Vi prego, smettetela con questa pagliacciata, piantatela di andare in giro per la città a bighellonare e a coprirvi di ridicolo, richiedendo foto buffe generalmente ai più morti di fica del quartiere, ai quali donerete un briciolo di speme facendogliela annusare, facendogli credere che siate in giro alla ricerca di poderosi uccelloni quando, non appena Mariarita, la bruttarella del gruppo, riceverà un invito a uscire da parte del nerd Gwencàlon che ha appena scattato la foto, sarà soverchiata dal timore atavico e isterico di essere pisellata e si tirerà indietro. A fine festa poi, tornata a casa, nella solitudine della sua cameretta, prona sul suo lettino, piangerà lacrime di rabbia e di dolore con la faccia sommersa nel cuscino, sapendo che Naomi, l’odiata migliore amica, ha sempre avuto più uomini di lei e finalmente convolerà a nozze con quel fustacchione di Michelangelo, l’unico che ha saputo tenerle testa, ché stare con lei non è mica semplice, oh! Non sono mica tutti capaci di combattere per lei, bellissima, complessa e dolcemente complicata com’è.

Care utentesse, un consiglio da amica: lasciate perdere la voce interiore di vostra madre e di vostro padre, che vi hanno instillato un sacco di complessi e di traumi, in base ai quali non siete degne di essere chiamate donne se non convolate a nozze. Emancipatevi sul serio, guardatevi dentro, scavate in fondo alla cloaca della vostra cazzo di interiorità, guardate bene in faccia i vostri demoni, i quali sono lì per una precisa ragione, guardate quella mezza sega del vostro compagno o di vostro marito, il cui sguardo spento è degno certificato di garanzia della sua castrazione causata da altrettanti, seppur differenti, condizionamenti sociali, della sua vitalità ormai soffocata dal grigiore di una routine mortifera. Guardatelo bene e, per fare un’altra altissima citazione, ricordatevi della serie tv Scrubs. Ricordate bene cosa dice il Dr. Cox a Elliot Reid, prima che quest’ultima stia per sposare Keith Dudemeister: – Elliot, vuoi sposare Keith o vuoi semplicemente sposarti?

Bene, care utentesse, se dopo la vostra autoanalisi, la risposta è che volete semplicemente sposarvi, se il vostro obiettivo è semplicemente quello di mettere su famiglia con un brav’uomo che non disturba troppo, ma vi irrita profondamente esattamente per questo motivo, se dunque l’idea è quella di portare avanti un progetto che fondamentalmente interessa solo a voi, perché fidatevi, a pochissimi uomini interessa davvero metter su famiglia, allora è quello il segnale: fate le valigie, scappate a gambe levate e non guardatevi più indietro.

Questa mia missiva è valida naturalmente anche per gli utenti ammogliati, ai quali mi tocca enunciare un’amara verità: cari uomini, noi donne amiamo in pochissimi casi, stiamo con voi per paura della solitudine e del giudizio altrui. Se amiamo qualcuno, senz’altro non siete voi, al massimo possiamo provare nei vostri confronti un po’ di tiepido e insipido affetto.

Prendetene atto.

Massimo Recalcati Puro Amore

Sono davvero eccitata come una scolaretta di quarta ginnasio che ha incrociato per la prima volta lo sguardo sornione di Jonathan Mirko, il bellone di prima liceo il cui sorriso candido contrasta magnificamente con la pelle abbronzata del suo viso.

Davvero, signore e signore di sesso contrario a quello femminile, mi sono appena imbattuta in un post del mio caro amico Massimo Recalcati e debbo riconoscere che codesto profondo conoscitore dell’anima è davvero capace di mettere nero su bianco tutte le sfaccettature dell’amore. Costui sa parlare di questo sentimento dimostrando una femminile gestione della complessità, muovendosi armonioso e sinuoso, a guisa d’una foglia che libra nell’aere trasportata da un vento autunnale, attraverso le innumerevoli sfaccettature di codesta emozione.

Leggere tutto questo mi causa inevitabilmente un devastante inumidimento della mia passerotta squirtotta e tracagnotta. Debbo condividere con voi tutto quest’ardore che mi soverchia e mi fa le gote di bragia ogni qualvolta ho l’onore e il privilegio di leggere le sue righe. Dunque, a detta del nostro fine psicoanalista, l’amore è “ripetizione di un calco”, quindi un ricalco. L’amore è, dunque, “recalcato”. Da ciò non possiamo che concludere che Recalcati è egli stesso puro amore, l’archetipo dell’amore, anzi, oserei dire che Recalcati è l’idea dell’amore nell’iperuranio di Platone.

Finalmente abbiamo la risposta a un quesito che forse attanaglia un po’ noi tutti, anche i più duri di noi che fingono d’ignorare codesto sentimento: che cos’è l’amore? L’amore è un intellettuale che adopra parole ricercate per non dire assolutamente un cazzo, che strizza l’occhietto ai progressisti usando la psicoanalisi come arma di regime, indossa un dolcevita e una giacca nera, occhiali quadrati, capelli brizzolati con la riga al centro, non ride mai e pronuncia “Lacan” alla francese per autoconferirsi il titolo di maggiore esperto italiano dello psicanalista transalpino.

Cristo Santo, se l’amore è questo, vi do un consiglio da amica: disfatevi di manovelle fino alla morte.

Alla Finestra

E resti alla finestra e intanto in strada
luci e rumori l’assorda e l’abbaglia
e preghi ch’il deseo mai più t’invada;

sordo timore di vita si scaglia
su te, nel vuoto temi che si cada,
ma speri in quell’amor ch’ormai si staglia.

Amor ch’ormai sovrasta ogni clausura,
che spinge fuor di sé, verso l’ignoto,
permeabile non più, qual fior di loto
e cuce ogni ferita, la sutura.