Alla Finestra

E resti alla finestra e intanto in strada
luci e rumori l’assorda e l’abbaglia
e preghi ch’il deseo mai più t’invada;

sordo timore di vita si scaglia
su te, nel vuoto temi che si cada,
ma speri in quell’amor ch’ormai si staglia.

Amor ch’ormai sovrasta ogni clausura,
che spinge fuor di sé, verso l’ignoto,
permeabile non più, qual fior di loto
e cuce ogni ferita, la sutura.

Straniero in Patria

Straniero in patria, per strade deserte
d’un borgo torrido, vaghi rinchiuso
e sfuman rimembranze già sofferte.

E tutto è fermo, dal mondo ormai escluso,
non è più terra di maestranze esperte,
neppur la nostalgia ti rende illuso.

Eppur ti manca, quel nulla infinito,
dolor che fa da dolce sottofondo,
si spenge quel passato, resta sfondo
del tuo carattere dolce ed inasprito.

Confessioni

Quest’oggi mi sono recata in metropolitana, fermata Precotto, presso una di quelle cabine per fototessere. Non ne avevo mai parlato prima, ma credo sia arrivato il momento di farvelo presente: la mia casa non ha mai avuto specchi. Ho visto solo di rado il mio volto riflesso in qualche vetrina, sfuocato e abbagliato dalla riflessione della luce solare. Oltre a questo, non esistono fotografie del mio vero volto. Sono nata e cresciuta in una famiglia molto protettiva, la quale ha pensato bene che non fosse opportuno, forse per non ferire la mia sensibilità, forse perché si vergognavano di me, che io stessa venissi a conoscenza delle mie reali fattezze.

Bene, inevitabilmente, oggi ho deciso di affrontare la verità, capire quale fosse la mia vera faccia, chi si cela in realtà dietro la squallida mascherata di Dino Veniti, la mascherina igienica che uso per proteggermi dal virus della mia stessa miseria, dalle mie pulsioni di morte, dalle mie nevrosi e dalle mie psicosi. Sono entrato in cabina, ho inserito cinque euro, ho chiuso gli occhi e ho lasciato che la macchina fotografica acquisisse l’immagine del mio volto. Sudavo freddo, intanto che la cabina si accingeva a stampare il risultato di quella seduta fotografica. Al termine della stampa, sono uscito e ho tirato fuori quanto realizzato da quella macchina infera. Con coraggio ho aperto gli occhi e ho finalmente guardato, trepidante, le mani tremanti.

Quanto emerso mi ha fatto gelare il sangue, anche se in fin dei conti l’ho sempre sospettato. Sì, è così, ho sempre saputo che le cose stavano in questo modo. Mi sono tornati alla mente gli sguardi preoccupati di mia madre, le urla di mio padre e i loro litigi, i tempi dell’orfanotrofio e la prima volta che ho fatto all’amore con suor Paola e padre Pellegrino, la famiglia Veniti che mi adotta e mi porta a Lavreotiki, le dieci cinghiate quotidiane di mio padre adottivo Giánnis Kyriakos, i capitali spesi in psicoanalisi e le dieci cinghiate settimanali del mio psicoanalista, una fiammata di rimembranze che ardevano nel mio petto.

È stato lì che ho visto, ho visto quattro volti, tutti e quattro differenti, quattro figli di puttana disposti in una matrice due per due, orribili, inquietanti. Indistinguibili, per età, sesso ed etnia.

Forse è meglio che non sappiate cosa si cela dietro questo blog, dietro questa pagina. Non abbiate desiderio di incontrarmi, di conoscermi, il solo incrociare il mio sguardo potrebbe tramutarvi in statue di sale. È bene che continui a muovermi nell’ombra, nell’oscurità, ove non vi è spiraglio alcuno di luce. È lì che mi sento a mio agio, è lì che posso attingere alla cloaca del mio inconscio e sublimare il letame della mia anima corrotta in forma scritta.

Quest’oggi ho visto l’orrore in faccia, l’orrore di chi incarna tutti i mali della società liquida.

E quell’orrore sono io.