Sensi

A K.

Sàrcina grave sull’armi ripongo,
ove riposte le vesti, compresso,
monde, desudo nell’aspero gresso
giacché all’ariste ed al sole m’espongo.

Lungo il mio corso m’osserva compìta
domina, a volte silente, che mira
quei molimenti severi, e m’attira,
mentre sé specchia, qualcosa l’invita.

Resto e la miro a mia volta, suadente,
sotica dama, vestita di fiori,
sguardo perduto in vetusti dolori,
di rimembranze soavi splendente.

L’omeri volge in un agro deserto,
“Chi sei?”, dimando, stupita contesta:
“Sento quel senso tra i sensi in tempesta,
in quei ricordi che’l cor m’hanno aperto”.

Eccoti, Incontro, ch’effici catarsi.
Vita, energia che riemergi sovrana.
Donna Fatica, giammai sarai vana,
a Te, che sproni l’audaci a donarsi!

 

Ora

Resto sospeso sin fissa dimora,
logoro e perso, viandante perenne,
passi leggeri che portan per ora
rivoluzione da cui volgo indenne.

Cascan le ciglia, in caligin cinereo
casco, sognante un giaciglio ospitale,
in un complesso benigno ed etereo
donde annegare e lo spirto vitale

già ritrovare e lasciarmi agitare
lève una volta levato, invenito
quel meritato ristoro e sperare
che il corso perga ostinato, infinito.

Laura

Un transito incombente mette fine
al tempo del pusillo ed arto spazio,
per plaga dare al tempo in cui m’ingrazio
la volontà d’un Padre a me ora affine.

E penso a te, mia Laura, a quei tuoi occhi,
nel mentre che il mio corpo resta in quiete,
epistole e parole dolci e liete
che come di campana dei rintocchi,

nel fragile mio marmo fecer crepe
che la tua gentil forza ebbe scalfito.
Aperse danze al crollo delle mura

di quel fortino che, sol per paura,
erigo per rinchiudermi ferito,
in quella tana, ch’anche angusta tepe.