Ilario

– Ho appena donato venti euro per Wikipedia!

Ilario, giovane informatico, era seduto alla sua scrivania, come di consueto, mentre digitava freneticamente codice C++. Si sentiva euforico ed entusiasta. Era solito esserlo, amava condividere e ostentare con i suoi colleghi la sua produttività, la sua propositività, il suo ottimismo e la sua volontà di “fare squadra”, mostrandosi costantemente disponibile e servile verso i suoi superiori. Aveva compiuto da poco trent’anni. Cattolico praticante, di bell’aspetto, era sposato con una donna bellissima, secondo però canoni estetici basati sul sentire comune e non sul suo. A volte faceva fatica a fare l’amore con lei, ma ciò nonostante, avevano concepito un bimbo che adesso aveva due anni. Ilario non voleva dare peso alle ombre della sua esistenza: sentiva di avere una vita perfetta e questo lo faceva sentire onnipotente. Nella convinzione di avere il mondo in mano e una protezione speciale da parte del Signore, era sicuro che il suo stile di vita lo avrebbe portato lontano.

Il primo giorno di lavoro, in ufficio, pesando attentamente le parole e ostentando una fine diplomazia, dichiarò di non essersi mai arrabbiato in vita sua e di essere stato sempre politicamente corretto nei confronti degli altri, in particolar modo in ambito professionale. Seguiva alla lettera e in maniera didattica il Vangelo, accompagnando al contempo le sacre scritture a manuali di miglioramento personale, che divorava con voracità cannibalesca. Rientrato a casa, soleva chiudersi per ore in bagno, dove preparava una collezione di discorsi da fare in ufficio, in modo da fare bella figura con i suoi colleghi, inerenti a tematiche professionali, economiche, politiche e sociali, senza naturalmente prendere una posizione chiara in merito. Era solito registrare questi discorsi sul suo smartphone, per poi riascoltarli in modo da modulare il tono di voce affinché risultasse il più persuasivo e convincente possibile. Oltre a ciò, pronunciava i suoi monologhi dinanzi allo specchio, in modo da perfezionare al contempo la gestualità delle mani e la postura. Sua moglie, cristianamente, sopportava l’idea di avere un giovane marito preso esclusivamente dal lavoro. Era un buon partito, in fin dei conti, e anche un bell’uomo, ma lei cominciava a sentirsi malinconica e spenta, trascurata.

Dino era il suo vicino di postazione. Disilluso, disincantato, realista, era in ogni caso il collega più stimato del suo dipartimento. Un colpo e un centro era la sua filosofia: lavorava nella giusta misura e soprattutto, si occupava unicamente di quello che lo interessava davvero. Con questo spirito, era riuscito a portare all’azienda pochi, ma interessanti progetti e anche un po’ di fatturato, nonostante il suo apparente distacco nei confronti delle cose. Questo atteggiamento aveva dato una sincera credibilità agli occhi dei suoi superiori, che gli davano piena fiducia e incarichi prestigiosi.

Dino aveva capito immediatamente chi era Ilario, fin dal primo giorno in cui gli aveva stretto la mano. Dal suo arrivo in ufficio, non aveva fatto altro che studiarlo e osservarlo mentre recitava la sua parte. Aveva immediatamente captato la sua irritante tendenza a non prendere mai nessuna posizione precisa e a cercare di dare ragione a chiunque, vittima com’era della sua stessa ambizione e della sua dipendenza dal compiacimento altrui.

Un po’ con fare malizioso, un po’ per dargli una svegliata, in risposta all’entusiasmo del giovane collega relativo alla sua donazione, proferì poche e semplici parole, con tono autenticamente solenne:

– Credo che Wikipedia non possa essere considerata attendibile come fonte d’informazione.

Ilario percepì quella frase come una scudisciata sul ventre, come una scarica elettrica che all’improvviso, lo fece vacillare. Senti le carni strapparsi dalle ossa. Si girò e squadrò Dino con occhi indemoniati e pieni di odio, reclinando la testa e incrociando le braccia, cercando di darsi autorevolezza in base a quanto appreso dai manuali di auto-miglioramento, ma risultando agli occhi di Dino semplicemente miserabile e ridicolo. Dino si divertiva a farlo cadere in contraddizione, ma al contempo provava una certa tenerezza nei suoi confronti.

– In che senso? – Proferì Ilario. Lo diceva spesso, in tono irritato, quando si sentiva colto in castagna. Pronunciava quelle tre parole socchiudendo gli occhi con fare fintamente investigativo e con aria vagamente minacciosa. Lo faceva nella speranza di mettere in soggezione l’interlocutore, sperando di avere la meglio nella discussione. Ilario non concepiva la possibilità di un dialogo costruttivo, doveva averla vinta sempre e comunque. Non poteva permettersi che qualcuno avesse la meglio su di lui. Questo faceva vacillare le sue certezze, la sua immagine perfetta, il suo essere un soldato di Cristo. Non tollerava che qualcuno potesse contraddirlo, portando con fierezza quella variante al femminile del nome Ilaria, che gli dava un tocco così dandy. Non poteva deludere inoltre le aspettative di sua madre, verso la quale aveva un complesso di Edipo irrisolto che, in alcune circostanze, si tramutava in una vaga fantasia sessuale nei confronti di quest’ultima. L’immagine di lei che lavava i piatti ogni tanto ancora lo eccitava, ma Ilario reprimeva con durezza questo pensiero, ingoiandolo come un rospo amaro.

– Dico che mi sembra assurdo che un’enciclopedia online venga riempita da utenti anonimi i cui inserimenti vengono valutati da altri utenti a loro volta anonimi in base a non si sa bene quali competenze. Chi c’è dietro gli articoli di filosofia? Di letteratura? Di psicologia? Di matematica? Di fisica? Persone competenti del settore o gli stessi che votano sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle?

A quelle parole, Ilario impallidì e cominciò a farfugliare. Sapeva che stava per andare in corto circuito. Provò un lieve senso di vertigine e una leggera nausea. Dino dentro di sé gongolava: aveva fatto centro anche stavolta, lo aveva smascherato. Si sentiva però un po’ in colpa per aver umiliato il suo giovane collega.

– Ma è gratuita!

– Siamo d’accordo, la considero anche io una grande invenzione. Dico solo che quello che c’è scritto va preso cum grano salis e che non la userei mai per fare una ricerca scientifica o per scrivere un articolo su Primo Levi.

Dino amava infarcire i suoi discorsi con dei latinismi. Gli piaceva ostentare la sua cultura da Liceo Classico, sapendo che Ilario aveva frequentato l’ITIS. Non lo faceva per sentirsi superiore o migliore di Ilario. Lo faceva per farlo sentire inferiore, un po’ per divertimento, un po’ per insegnargli la realtà, che Dino conosceva ormai piuttosto bene.

– Come tutte le cose, del resto! – replicò Ilario con una frase stereotipata e qualunquista, della quale non era convinto minimamente e che aveva sentito chissà dove. Si espresse con voce tremante, mentre gli occhi gli si fecero lucidi, pieni di rabbia e dolore. Chissà, quella frase, da dove proveniva davvero: se da lui, da sua madre, da suo padre, da sua sorella, dal suo confessore e padre spirituale Don Egidio. Dentro di sé, Ilario provava sentimenti ambivalenti per Dino. Da un lato lo considerava una sorta di mentore, un fratello maggiore irraggiungibile, che seduceva con il suo disincanto e la sua aria malinconia, il più delle volte usata strategicamente al solo scopo di evitare rotture di scatole. D’altro canto, Ilario odiava profondamente Dino, verso il quale, senza esserne del tutto consapevole, provava una grande invidia, che gli causava spesso notti insonni. Questo non lo avrebbe mai riconosciuto pienamente: Ilario non era in grado di ammettere a sé stesso di provare rabbia e odio per qualcuno, imprigionato com’era nelle fitte maglie di un Cattolicesimo anni cinquanta di stampo meridionale e intimorito com’era dall’idea di finire all’inferno.

Dino chiuse la conversazione. Era un tipo pragmatico che non amava sprecare energie in discussioni inutili e si rimise a lavorare.

Anche Ilario si rimise a lavorare, ingoiando il suo violento e silente rancore e rivolgendosi a un altro collega con il consueto finto ottimismo frutto di interpretazioni sbagliate dei testi sacri e di anni e anni di letture di manuali tossici.

Ma quella rabbia lo logorava come un tarlo, e si faceva, giorno dopo giorno, sempre più insistente.

Anche quella notte, Ilario non chiuse occhio.

Il giorno dopo, la recita sarebbe cominciata di nuovo.

 

Antiche ferite

D’alma sfregiata contrita ed inerme,
apre il suo cuore, traversa l’ignoto,
di vita sua presso un viso ch’è immoto,
si spoglia ‘gnuda, alla stregua d’un verme.

D’alma graffiata d’antiche ferite,
conta, tirata a diritta e a mancina,
de’ numi estranei che oscuran, bambina,
ori del mondo suo interno, pepite.

D’alma d’amor per poeti, poetessa,
narra passione profonda, incantata,
d’autori cerca risposte, spossata,
verbi che dentro le restino impressa

D’alma pentita d’aversi concessa,
poscia si cinge ad un volto maschile,
chissà, per colpa, per giuoco un po’ vile,
brama il potere per gioia repressa.

D’alma ch’è ricca di umbre e di luci,
ebbi l’onore d’un mondo esplorare,
torno al veliero, si possa salpare,
t’ascolto, Padre, che tutto conduci.

Messaggio nella Bottiglia

Scrivo, perché mi piace.

Scrivo, perché ho delle idee.

Scrivo, perché sento di avere qualcosa da dire.

Scrivo, perché, lo riconosco, mi sento davvero molto solo a volte.

Scrivo, perché ciò che scrivo sia segnale utile che prima o poi emerga da tanto rumore gaussiano.

Scrivo, perché ciò che scrivo sia un messaggio nella bottiglia, che viaggia nell’oceano dei nostri tempi dispersivi.

Scrivo, perché questo messaggio nella bottiglia, prima o poi raggiunga la riva della Terra Promessa.

 

 

La Posta di Dino – Ricominciare alla grande

Caro Dino,

mi chiamo R., ho 35 anni. La mia vita fa schifo. I miei mi trattano ancora come un ragazzino, mi sono sposato con una donna scontenta che non si concede mai sessualmente e mi fa sentire un fallito, i miei amici sono una manica di patetici superficiali, i miei colleghi mi assillano con le loro frustrazioni lavorative, il mio capo mi tratta come uno stagista di primo pelo. Avrei una gran voglia di mandare tutti al diavolo. Non sopporto più nessuno. Persino quando cammino, ho l’impressione che gli sconosciuti vogliano approfittarsi di me. Aiutami.

R.

Caro R.,

se pensi che persone che non conosci possano avercela con te, ti dirò l’esatto opposto di quello che ti direbbe chiunque: non è un impressione, la gente ti odia davvero. Tu non piaci a nessuno. Anche a me non piaci. E lo sai perché? Perché sei una vittima degli eventi e ti crogioli masochisticamente nel tuo vittimismo da quattro soldi, per scelte tra l’altro che hai fatto tu, perché sei fondamentalmente un pigro del cazzo, un mollusco e un pecorone, per usare degli eufemismi.

Ti darò comunque un metodo infallibile per uscire da questa situazione. Inizia a uscire di casa e mentre cammini, in solitudine, ferma la gente che incontri per strada, fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue:

Io sono il Messia.

Fallo costantemente e con convinzione, mi raccomando, tutte le volte che incontri qualcuno. Ferma la gente di proposito, unicamente per pronunciare questa frase.

Successivamente, inizia a farlo anche in famiglia, tra amici, al lavoro, insomma, in tutti i tuoi abituali contesti.

Tua moglie ti assilla di richieste assurde, non è mai contenta di te e si nega sessualmente? Fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue: Io sono il Messia. Il tuo migliore amico ti sta raccontando nuovamente che si è lasciato per l’ennesima volta con la sua compagna e si è rimesso insieme dopo averti garantito che avrebbe dato definitivamente un taglio netto? Fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue: Io sono il Messia. In ufficio, i colleghi si lamentano con te degli stipendi troppo bassi, della qualità del caffè delle macchinette? Fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue: Io sono il Messia. Il tuo capo ti riempie di lavori ripetitivi, alienanti, che umiliano la tua professionalità e in tutto questo ti riempie anche di insulti? Fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue: Io sono il Messia.

Per fartela breve, d’ora in avanti, a chiunque voglia interloquire con te, dopo aver fatto un bel respiro, con occhi spalancati, solennemente, non dovrai rispondere altro che questo:

Io sono il Messia.

Nel giro di una settimana, vedrai che ti lasceranno tutti in pace. Anche a casa dal lavoro. Se avrai ancora una casa ovviamente, visto che tua moglie sicuramente ti lascerà e se la terrà e tu, alla veneranda età di trentacinque anni, dovrai di nuovo tornare a casa dei tuoi genitori, anche se sicuramente e con buona ragione non avranno nessuna voglia di ospitarti.

Sorridi comunque, perché potrebbe essere una buona occasione per ripartire da zero. Qualcuno potrebbe prenderti sul serio, iniziare a seguirti e tu potresti provare a minacciare uno scisma all’interno della Chiesa Cattolica, se non addirittura, se l’ambizione non ti manca, tentare di fondare una nuova religione.

In bocca al lupo.

Dino Veniti

La Posta di Dino – Una scomoda rivelazione

Ciao Dino,

mi chiamo M., ho venticinque anni e vengo da Bema, un paese di pochissime anime in provincia di Sondrio.
Vado dritto al sodo, senza spiegarti i retroscena, per non annoiarti: ho scoperto da poco che mia madre e mio padre sono fratelli.
La vita è stata generosa nei miei confronti, al punto che sono perfettamente sano e non ho nessun tipo di malformazione. Ciò nonostante, la notizia mi ha scosso profondamente, ora non so più chi sono e ho bisogno del tuo aiuto. Puoi darmi una risposta?

Sei tuo cugino.