Ferragosto

Attendo sempre con gran fermento l’arrivo delle festività comandate, in particolare questo cosiddetto “ferragosto”, nel corso del quale resterò a casa a contemplare il soffitto e a riflettere profondamente sul senso della mia esistenza e delle mie scelte, a continuare a elaborare il lutto dell’esilio e di quella persona perduta che ha deciso di non seguirmi in questa avventura, ricordando le lacrime da fichettina versate reciprocamente esattamente un anno fa, nel giorno in cui ho annunziato che avrei lasciato il nostro un tempo glorioso e decadente paese per altri lidi, intanto che qui sopra si celebra il morto del giorno per fare il pieno di “likes” e “reactions” o al contrario lo si denigra, forse per cercare di apparire diversi dalle masse, ma ribellione e accondiscendenza altro non sono che due facce della stessa medaglia e trovo molto più appagante, anche se faticoso, cercare di non cadere nella trappola dei fanatismi del momento e cercare di lasciar riposare in pace i morti senza scomodarli per infarcire i nostri miseri egocentrismi e la nostra vanità e probabilmente sto facendo la stessa cosa anche io in questo momento, con questo post che verrà letto da quattro gatti, di cui tre lo fraintenderanno, ma in fin dei conti scrivere ha un valore catartico ed è per me forse un modo per non dimenticare la mia adorata lingua italiana, mentre fatico come una bestia a metabolizzare questo tedesco maledetto che non ne vuole sapere di entrarmi in testa, ma forse è meglio guardare in faccia a tutto questo, anziché domani buttare soldi e tempo nel traffico per distrarmi dalla verità e rimandare ancora una volta i miei miseri dolori esistenziali fingendo un’esistenza felice e serena come acque calme e, per questa ragione, torbide, tappeti di vite sotto cui si cela una montagna di polvere.

Insomma, cari italiani e care italianesse, a voi tutti buon Ferragosto e buone vacanze, il più lontano possibile da voi stessi, senza imparare mai un cazzo di niente dai vostri errori.

A chi resta

Seggo in un pub sorseggiando della tiepida birra, mentre in sottofondo ascolto “The power of love” dei miei amici Huey Lewis and The News, con i quali negli anni ottanta abbiamo stretto un sodalizio artistico del quale sono l’unica ad averne rimembranza. Mi piace ostentare, fingere di avere amicizie importanti nel mondo della politica e dello spettacolo, soprattutto perché nessuna di voi si accorgerebbe di nulla. Non vi è più alcuna differenza tra verità e menzogna, tra passato e futuro, tra destra e sinistra, tra uomini e donne, io stessa vivo unicamente nel presente, dimenticando da dove vengo, incurante di chi sarò, di cosa mi aspetta, avendo rinunciato a qualsivoglia progettualità, avendo gettato la spugna, rifugiandomi unicamente nel mio mondo fantasmatico, galleggiando tra simboli e archetipi, lasciando tutto alle spalle, compreso il mio antico titanismo romantico, che ha fatto posto a una placida serenità, nella quale ondeggia un segnale sinusoidale d’ampiezza sempre più ridotta, tra picchi di gioia e dolore sempre meno intensi.

Un tempo ero giovane e forte, sculettavo baldanzosa e strepitavo per cambiare le cose, ero esattamente come voi, giovani sognatori e idealisti con la voglia di conquistare il mondo, ma con il tempo mi sono resa conto che fondamentalmente riuscire a realizzarsi equivale a farsi potere, imporre un nuovo status quo e invecchiare di colpo, divenire politicanti da quattro soldi e manovrare la gente sottilmente, alternando bastone e carota, vivendo in uno stato di noia perenne. Si raggiunge la vetta e vi è solo il vuoto cosmico, si sgomita, si combatte finché malauguratamente i propri desideri si realizzano e ci si domanda:”Tutto qui?”

Cari utenti e care utentesse, lasciate perdere il potere, Hegel lo aveva capito benissimo: è lo schiavo ad avere il vero potere. Quando ho lasciato l’Italia ho dato il benservito a un superiore idiota e dispotico che ha continuato a scrivermi per chiedermi ancora supporto su alcuni miei vecchi lavori. Quando ho visualizzato la sua missiva, ero indecisa se rispondergli inviandogli la foto di un uccellone, di un cesso o semplicemente ignorarlo.

Ho optato per la terza opzione, mi ha scritto ancora e l’ho ignorato ancora, e ho potuto percepire, toccare con mano la sua disperazione e impotenza, il sentirsi perduto, ho potuto assaggiare con soddisfazione il dolore del suo sentirsi abbandonato, vederlo in ginocchio, monarca di un regno decadente al quale hanno tolto improvvisamente il trono da sotto il culo.

Insomma, non invidiate i vostri superiori, amici e amichesse, siete voi ad avere il vero potere. E a chi resta comunque, tutta la mia amicizia e la mia stima. Siete voi i veri eroi, io sono fuggita come una vigliacca.

Viva il proletariato, viva Stalin!

Genitorialità Sana

Nel mio navigare tra altri “blogs” e pagine più o meno blasonate nell’ambito delle reti sociali più note, mi capita talvolta d’incappare in autori e autoresse che raccontano della propria esperienza di genitori, delle ansie e delle preoccupazioni tipiche di chi si ritrova quotidianamente, o si ritroverà a breve, a dover intraprendere il mestiere più difficile del mondo. Posso ben capire lo stato d’animo di costoro: come ben sapete, sono madre e padre di due bellissimi bambini, e vi posso assicurare che anche alla sottoscritta tocca convivere con un carico emotivo che ai tempi delle superiori, i tempi in cui ero l’ape regina del Liceo, gli anni in cui mi circondavo del mio harem di mezzi uomini con al fianco la fedelissima e scodinzolante Mariarita, non avrei mai sospettato di dover affrontare.

Credetemi, tra le varie ansie che noi madri ed eroine multitasking del terzo millennio ci troviamo ad affrontare vi è quel costante senso di inadeguatezza, quel timore di non essere perfette agli occhi dei nostri figli, quella paura di non farcela, quei momenti in cui l’anima si fa cupa e le nostre fragilità e i nostri conflitti irrisolti riemergono con prepotenza, quegli attimi in cui non vogliamo che i nostri figli percepiscano tutto questo, quei momenti in cui facciamo di tutto per non scaricare addosso alle nostre creature il male di vivere e il dolore che ci portiamo dentro, noi donne trascurate da padri assenti e da madri narcisiste e invidiose, legate a uomini ignavi e privi di cuore e spina dorsale che abbiamo sposato accecate da chissà quale abbaglio, ma la loro stupidità ci torna utile per sentirci migliori di loro, ben sapendo che il loro ruolo all’interno della famiglia è ormai totalmente marginale, ma per fortuna la società ha finalmente capito la nostra reale superiorità e non c’è cosa più grande dell’amore e della riconoscenza che un figlio può provare nei nostri confronti, l’amore più grande che esista, un amore totalizzante che nessun elemento di disturbo esterno dovrà osare turbare, affinchè questo legame duri in eterno rendendo la famiglia nucleare un blocco monolitico inscalfibile che non consenta più alcun progresso, alcun passo in avanti, nessuna ulteriore evoluzione dell’umanità.

Fatta questa premessa, cari utenti e care utentesse, con il mio solito fare sculettante e malizioso, ci tengo a chiarire una volta per tutte quello che penso in merito a tutte queste psicociancie che si trovano in rete, in merito a come essere dei bravi genitori e come costruire dei rapporti solidi con i propri figli. Ci terrei, nello specifico a fornire un punto di vista alternativo, che forse si discosterà leggermente da quanto affermato dal cosiddetto “mainstream”, ma naturalmente cercherò di esprimere la mia opinione in maniera delicata e attenta a non ferire l’altrui sensibilità.

Cari genitori e care genitoresse, se i vostri figli vi amano, vi adorano, vi considerano i vostri migliori amici, tutto questo è degno certificato di garanzia del vostro totale fallimento. Avete incatenato i vostri figli per sempre al vostro fianco con l’arma del compiacimento e della seduzione, non consentendo loro di fare esperienza, di attraversare il dolore, di capire quanto voi facciate realmente schifo affinchè acquisiscano quella puntina di disincanto che serve ad affrontare il mondo con un sano realismo per entrare finalmente nel mondo degli adulti. Siete responsabili per aver messo al mondo dei mediocri che saranno perennemente terrorizzati dal mondo esterno, schiavi del vostro compiacimento e del compiacimento altrui.

Ecco perché questa mia missiva vuol essere un elogio ai genitori di merda. Mi riferisco ai padri assenti e scorbutici che umiliano i figli maschi, alle casalinghe sessualmente frustrate e ciccione che si alleano con i figli contro i mariti gettando tonnellate di merda su quest’ultimo, alle insegnanti isteriche che tirano ciabatte contro la loro prole, a quei papà distratti e pelandroni che passano il tempo sul divano, ma i migliori sono senza dubbio i genitori depressi e alcolizzati che costringono i figli a prendersi cura di loro. Loro sì che sono i migliori di tutti, grandissimi, porca troia!

Sapete perché vi dico questo? Le persone più interessanti che ho conosciuto, più realizzate, più sincere, più autentiche, più “individuate”, per non parlare dei grandi artisti, vengono tutti da famiglie problematiche, da genitori terribili che sono stati capaci di farsi detestare dalla loro prole che se l’è data a gambe da quei pazzoidi frustrati figli di buona donna, andando a conoscere il mondo, ricevendo stimoli nuovi e utilizzando quella rabbia come motore per lasciarsi alle spalle il passato e costruire qualcosa di proprio.

Per cui, cari utenti e care utentesse, se avete prole, il mio consiglio non richiesto per fare il loro bene è il seguente: trattateli male, quei piccoli rompipalle dei vostri pargoli, rompetegli i coglioni ed esasperateli con le vostre nevrosi fino a quando non vi urleranno addosso il loro schifo nei vostri confronti e vi daranno il ben servito. Fuggiranno da quella galera della vostra casa e troveranno il loro posto nel mondo, felici e realizzati.

A quel punto, ormai colmi di esperienza, saggi e maturi, vi perdoneranno e voi non potrete che essere fieri di quanto avete fatto, con i vostri limiti e la vostra pochezza, che in fin dei conti appartiene a noi tutti.

O no?

Viva l’ignoranza

Quanto ridere, cari utenti e care utentesse, quanto ridere. Ho appena finito di visionare la versione britannica di “Sister Act – Una svitata in abito da suora”. Non so per quale motivo il regista di questo rifacimento del 2002, Peter Mullan, abbia deciso di cambiare il titolo in “Magdalene”, ma vi posso assicurare che anche questo cosiddetto “remake” sa il fatto suo e con la sua visione passerete un paio d’ore in compagnia di musica e frizzanti “gags” che vi faranno sbudellare dalle risa.

Conclusa la visione di questa brillante e spensierata pellicola, che consiglio soprattutto ai più piccini, ho iniziato una delle mie introspezioni da fichetta, quelle riflessioni profonde nel corso delle quali passo la giornata intiera a fissarmi l’ombelico e a nuotare nel mare magnum delle mie seghe mentali, senza concludere nulla, senza ottenere alcuna risposta, creando al contempo ulteriori domande, ulteriori dubbi che contribuiscono a rendere la mia esistenza sempre più inafferrabile e ambigua, financo a me stessa. Durante questo mio ennesimo viaggio introspettivo, riflettevo nello specifico sulla cultura e sull’intelligenza, che vengono generalmente osannate come strumento di emancipazione e di elevazione. Tutto giusto e sacrosanto, per carità, ma è da un po’ di tempo che mi interrogo sui lati oscuri dell’essere troppo svegli, che porta inevitabilmente a un elevato livello di solitudine esistenziale, ma anche di pessimismo, di sospetto, di sfiducia nei confronti del prossimo, come se questo eccesso di consapevolezza porti ad arroccarsi sulle proprie posizioni, a disprezzare spesso il resto del mondo, a diventare severi e rigidi nei confronti della mediocrità, rendendoci aridi, eccessivamente selettivi e, in certi casi, anche spietati, senza cuore. Il tutto degenera poi nel momento in cui gli intelligentoni di cui sopra decidono di frequentare solo gente del loro livello, divenendo tutti soci del grande club dei bocchini vicendevoli, un posto in cui tutti si danno ragione e nessuno osa contraddire l’altro, finché non nasceranno dissapori su dettagli, piccolezze sul modo di concepire la vita, divergenze di opinioni che si faranno sempre più insanabili e porteranno gli intelligentoni di cui sopra a ritenersi vicendevolmente stupidi e a provare rabbia reciproca, incapaci di ammettere a loro stessi che si sentono traditi e comunque soffrono per aver perso delle amicizie importanti, ma l’eccesso di intelligenza non consentirà loro di esprimere alcun tipo di sentimento a causa dell’orgoglio. 

Insomma, cari utenti e care utentesse, tutto questo per invitarvi caldamente a non mandare i vostri figli a scuola. Fateli fermare alle elementari, al massimo alle medie e mandateli subito a lavorare, fate in modo che non si interessino minimamente di politica, non leggano giornali, non leggano libri, non si facciano un’opinione personale sui fatti del mondo. Creerete solo dei mostri crudeli che si sentiranno onnipotenti e che si sopravvaluteranno, a caccia unicamente di ammirazione, ma incapaci di provare alcun tipo di tenerezza, pur facendo in svariate circostanze le vittime, alla ricerca disperata di un amore presuntamente non ricevuto, con il serio rischio che possano aprire una pagina Facebook o un blog di merda come questo in cui riversare la propria miseria intossicando la rete di livore, forti del sostegno di altri livorosi, con l’ingenua convinzione di poter cambiare il mondo e, guarda caso, a volte ho la sensazione che sia proprio così che nascono le dittature.

L’invito è dunque il seguente: siate ignoranti, ma abbiate almeno un cuore.

E soprattutto: togliete il like a questa pagina e segnalatela.

All’amico Berto

Saltuariamente ripenso agli anni delle superiori e mi torna in mente il mio vecchio amico Berto, il quale è un gran bravo ragazzo, per carità, ma ogni volta che ho l’occasione di vederlo, a distanza spesso di mesi, se non anni, tenta in tutti i modi di riportare il discorso su antichi tormentoni, battute e situazioni avvenute oltre vent’anni fa. A volte ci penso a Berto, sposato e con prole, ma ho come la sensazione che per lui, come per molti altri, il tempo non sia mai passato. Vedo sempre nei suoi occhietti il rimpianto del tempo che fu, le scuole superiori considerate come una sorta di età dell’oro, un mondo ideale, un paese dei balocchi in cui il dolore sembra non esistere, in cui ci si accompagna, secondo Berto come per taluni altri, dei migliori amici che possano essere mai capitati in tutta la nostra squallida vita. Davvero, cari utenti e care utentesse, la vita per taluni di noi sembra essersi fermata ai diciotto anni, divenuta ormai un’orrenda minestra riscaldata, ma mai sia far saltare il tavolo e mandare a fare in brodo delle persone con cui forse non si ha più nulla da raccontarsi, che passano il tempo a punzecchiarsi sul passato per non pensare a un presente tutto sommato grigio e squallido e a un futuro che ci terrorizza, verso il quale ci avviamo sempre più ingrigiti, irrigiditi, ingobbiti, tristi e pieni di rimpianti.

Insomma, il povero Berto spera sempre di passare nuovamente una serata tutti quanti insieme, per invitarmi a prendere per il culo nuovamente il grasso e sudaticcio Clemente, oggetto del nostro bullismo, adoperato come capro espiatorio per non pensare a quanto noi facessimo schifo, a quanto tutt’ora facciamo schifo, nel patetico tentativo di rimettere su “il gruppo” ancora una volta, in una sorta di trapianto forzato di organi totalmente incompatibili in un corpo che, giustamente, si ribellerà e non potrà che causare reazioni di rigetto.

Insomma, cari utenti e care utentesse, liberatevi di quelle palle al piede dei compagni delle superiori, di quel nostalgico sentimentale e rompipalle di Berto, come della vostra migliore amica che però controllate sulle reti sociali, terrorizzate dall’idea che ci stia provando con il vostro ex.

Insomma, questa la dice molto lunga sulla qualità di queste amicizie, ma la cosa che mi stupisce di più è che il tono dei miei post si fa meno livoroso da un po’ di tempo a questa parte.

È proprio vero che la Germania mi sta trasformando definitivamente in una fica.

Ciao Milano

Non sono molto ispirata negli ultimi tempi, sarà che aver lasciato la nostra vecchia Italia mi ha concesso di staccarmi dai quotidiani online. Sul serio, cari utenti e care utentesse, non ho la più pallida idea di cosa stia accadendo nel nostro Belpaese, sono venuta indirettamente a conoscenza di un referendum sulla giustizia, sul quale vi è stata una massiccia astensione, ma questo distacco dalla politica nazionale mi consente in generale di ritrovare una certa pace dei sensi, che mi permette nuovamente di fichettare come se non ci fosse un domani, sculettando in questa gloriosa Repubblica Federale parlando un buffo tedesco maccheronico che suscita l’ilarità delle mie nuove amiche bavaresi, che ho già conquistato con i miei capezzoli puntuti e il mio italico brio. Sono nuovamente eccitata come una scolaretta alla vista di Hans-Dieter, con quel suo capello biondo e quel suo occhio azzurro teutonico, che faceva bagnare le passerine di noi tutte ai tempi del Gymnasium.

In verità, sovente provo nostalgia, in particolare mi manca Milano, che ho lasciato come si lascia una relazione che ormai ha esaurito il suo scopo, una città che ho molto amato, nonostante le torride estati, la puzza del Parco Lambro e le fottute zanzare, le zanzare più ingorde e ciccione mai comparse su tutto il territorio nazionale. L’ho voluta salutare degnamente lo scorso anno, ripercorrendola da cima a fondo, in auto di sera in Tangenziale Est con Radio Millenium in sottofondo, entrando poi in città da Rubattino, attraversando Lambrate, Piola, Loreto, Corso Buenos Aires, Corso Venezia, per poi svoltare a destra in Via Senato verso Brera, per perdersi sulla circonvalla, figa, in quella città deserta in una sera d’estate che da ragazzina mi sembrava una metropoli, una città che ho letteralmente divorato in compagnia delle mie amiche, a caccia di piselloni neri tra l’Alcatraz, il Bobino, quel buco di culo del Birrificio di Lambrate e ritrovarla così piccola, così svuotata del suo scopo, con i locali chiusi a causa del covid, io sempre più vecchia e sola, lasciata in balia dei miei fantasmi anche dalla fedele Mariarita, convolata a nozze con Maicol pisellone, in una città divenuta sempre più invivibile per via di un costo della vita sempre più elevato e dei salari che continuano a comprimersi, una città che ho divorato per quasi vent’anni, ma dove lentamente ho perso pezzi importanti della mia vita, amici che prendono strade diverse, promesse non mantenute sul posto di lavoro, aspettative deluse, situazioni idilliache che diventano sempre più soffocanti e ingabbianti, amori profondi, scappatelle, temporanei ritorni di fiamma e amori di passaggio.

Insomma, cari utenti e care utentesse, non esiste un’unica ragione per cui si decide di cambiare vita, a volte va fatto e basta, per andare altrove e guardare con maggiore distacco alle cazzate che si fanno nella vita, per farsi sempre un po’ più schifo e rendersi conto, solo dopo, di essere stati patetici ed esagerati in certe circostanze, di aver commesso una valanga di errori, che, a Dio piacendo, non commetteremo più in futuro, ma ne commetteremo senz’altro di nuovi, forse addirittura peggiori dei precedenti, ma sempre sculettando e fichettando a destra e a manca, non conoscendo vergogna e perdendo rigorosamente e inconsapevolmente la nostra dignità.

Cambiare è difficile e c’è davvero da cagarsi nei pantaloni quando si decide di mollare tutto. I giorni prima della partenza ho provato momenti di acutissimo terrore, mi sono fatta più volte la cacca addosso, sovente piango ancora come una puttanella per la nostalgia e mi rendo conto che bisogna guardare con comprensione a chi decide di restare quarantadue anni nello stesso posto di lavoro del cazzo, tutta una vita in un matrimonio fallimentare dove le scappatelle sono l’unico momento di evasione, perché le nostre potranno essere anche delle prigioni, ma il problema è che sono comode.

Non so che altro dire, potrei minacciare per la terza o quarta volta di chiudere il blog, solo per il gusto di sentirmi dire che qualcuno di voi potrebbe sentire la mia mancanza.

Via dall’Italia

È da un po’ di tempo che non vi mando uno dei miei affettuosi saluti e infatti mi avete scritto in tanti per chiedermi che fine avessi fatto. Ovviamente non è vero, siete in pochi a sollecitare un mio segnale, quasi sempre indirettamente, e va bene così. Qualcuno vorrebbe sapere chi si cela realmente dietro questo faccione rassicurante, ma posso assicurarvi che chi è venuto in contatto con le mie reali fattezze è impazzito a causa dell’orrore che è capace di scaturire dal mio vero volto, un orrore in grado di causarvi una tale disperazione da farvi rimpiangere i tempi del pentapartito.

Ma non divaghiamo, ho lasciato da qualche tempo la nostra amata Italia. Ho trovato un cliente in Germania e sono qui da qualche mese in questa Repubblica Federale efficiente, ma a suo modo mattacchiona e scalmanata. La gente del posto parla un tedesco biascicatissimo, quando non parla in dialetto bavarese, e sono dunque alle prese con una lingua infera che piazza il participio passato alla fine della frase principale, utilizza quattro casi per tre declinazioni, spezza i verbi in due e conta nel suo vocabolario una montagna di sinonimi. Questa è una delle ragioni per cui ho poco tempo per aggiornare questo schifo di pagina, come se poi ve ne fregasse davvero qualcosa degli sproloqui di un frustrato che fa prediche sull’Italia, con l’aggravante di starsene ora con il culo in caldo in un’altra nazione.

Ripenso a questa scelta, ripenso all’idea di aver lasciato i miei vecchi clienti, il mio vecchio capo Sorriso e il giovane Ilario. In particolare, mi manca quest’ultimo, con il caschetto da nazista, mi manca la sua ambizione patologica, la sua totale mancanza di empatia, il suo trattare i colleghi come amiconi a cui piantare la fatidica coltellata alla schiena. Mi mancano gli sguardi omicidi che mi lanciava quando lo facevo cadere in contraddizione, le contraddizioni del Millenial ingestibile che vuole cambiare il mondo, ma non sa da che parte cominciare, ossessionato com’è dal diventare migliore di suo padre palazzinaro, mentre lecca i culi di chiunque sia un gradino sopra di lui nella scala gerarchica, mentre sua moglie ingrassa e sfiorisce e attende solo una carezza, una tenerezza, una sguardo e un sorriso che non giungeranno mai, sedotto completamente dalla sua volontà di potenza e dai suoi desideri narcisistici che, sul lungo periodo, lo lasceranno con un pugno di mosche, con due figli ormai adulti che non se lo cagheranno di striscio e, con buona probabilità, non si presenteranno neppure al suo funerale.

Ripenso a Ilario, ripenso a tutti coloro che restano in Italia convinti di riuscire a cambiare un paese governato nel pubblico e nel privato da cariatidi e da tromboni mai sazi della loro ambizione, identificati unicamente nel loro cazzo di lavoro, che fanno prediche ai più giovani perché incapaci di guardarsi allo specchio e intanto stanno là con il culo in poltrona fino a ottanta, novant’anni, a fingere di agire per il bene delle loro famiglie, dei loro figli, quando in realtà sono solo mossi dalla paura, sarebbero disperati, perduti, dimenticati, sbattuti nel dimenticatoio se mollassero tutto, e si aggrappano a qualcosa che non c’è più, a un ruolo obsoleto e decadente, incapaci di accettare che il tempo sta per scadere, che nel giro di qualche mese dopo il loro trapasso non si ricorderà più nessuno di loro, mosche di passaggio, meglio ancora, zanzare che succhiano il sangue altrui per colmare il vuoto cosmico che hanno dentro, figli di genitori retrogradi a loro volta figli di genitori altrettanto retrogradi e vigliacchi, che gli hanno resi sospettosi e paranoici nei riguardi del mondo esterno e agiscono solo nel bene della famiglia, ed è proprio il familismo, il cazzo di cancro di questo paese, una società di sette dove si viene educati alla diffidenza verso il prossimo, quando è proprio di quei burattinai dei vostri genitori che dovreste diffidare, se volete vivere una vita libera da condizionamenti e capire che al contrario il mondo là fuori non fa così paura come sembra e, se davvero volete fare “impresa”, non occorre essere dei cazzo di Steve Jobs, ma potreste cominciare semplicemente ad avere uno sguardo più ampio verso il mondo e verso il prossimo, senza divenire amici di tutti, naturalmente, altrimenti correreste il rischio di trasformarvi anche voi in un giovane Ilario dal caschetto nazista e impotente, ma santo Dio, trovate qualcuno di cui fidarvi fuori da casa vostra con cui condividere un’idea, un sogno, un desiderio, Cristo santo!

Nessuno leggerà questo post, è troppo lungo. Meglio così, è bene che questa roba non abbia troppa visibilità, non verrebbe capita.

Pasqua

Mi chiedo per quale motivo tantissimi di voi si ostinino ad augurare buona Pasqua a chi vi circonda. A prescindere dalla fede di ognuno, questo augurio è un invito alla rinascita e al rinnovamento, totalmente fuori luogo da parte vostra, possessori di facce perennemente da morti, che a guardarle viene in mente solo il venerdì Santo e la commemorazione dei defunti, o per meglio dire “il giorno dei morti”. Ecco, vi guardo in faccia e vedo un perenne due novembre, senza alcuno scampo e via di fuga.

Davvero, posso anche augurarvi buona Pasqua, ma non avete alcuna speranza di resurrezione dalla vostra non vita, altro non siete che barche rimaste nel porto a consumarsi, mentre là fuori il mondo è pieno di opportunità e di treni che avete perso e che perderete ancora, ancora, ancora, fino a quando il tempo non sarà scaduto e in quell’ultimo istante la vostra intera non vita vi si parerà davanti e un acuto senso di rimpianto vi coglierà e vi perseguiterà in eterno.

Sarà questo il vostro inferno, un’eterna amarezza spesa a compiacere gli altri, schiavi del giudizio altrui, buoni cittadini repressi, cristallizzati nei loro ruoli che camminano appoggiati alle stampelle della loro autostima di cartapesta, identità fatte di castelli di carta pronti a crollare al primo soffio di vento.

Va bene, mi sembrava giusto scuotervi un po’, per iniziare bene la giornata, dopo una colazione ricca di fibre.

Sovranità Nazionale e Difesa

Spezzerò senza meno il cuore degli amici sovranisti che seguono immeritatamente questa pagina, ma sono proprio le guerre a mostrare la debolezza del nostro paese.

L’Italia resta un bellissimo museo e giardino per noi tutti, un paese che va avanti grazie a circa il trenta, massimo il quaranta percento di lavoratori infaticabili che si fanno il culo solo per la gloria, portandosi dietro il restante sessanta percento di lamentosi e pigri, questi ultimi magari pagati anche profumatamente, ma intoccabili, perché in fin dei conti il sistema lo consente, non premia e non punisce, non vuole scontentare nessuno e, generalmente, chi sta in alto non vuole fastidi e lascia le cose come sono per quieto vivere e, fondamentalmente, mancanza di palle.

Quindi, cari sovranisti e care sovranistesse, se le cose stanno così nel mondo del lavoro, immaginate cosa possa essere un esercito governato in questo modo, ove occorre coesione, disciplina e, forse, meritocrazia.

Ahimè, c’è poco da fare, ma avere un esercito europeo sarebbe una buona soluzione e ormai bisogna arrendersi all’evidenza: la sovranità popolare italiana tanto decantata non esiste più, d’altro canto quest’ultima dovrebbe essere esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, il che implica, a mio modesto avviso, che anche un governante con grande legittimità popolare non è autorizzato a fare il cazzo che gli pare. Il caso di Putin è l’esempio più calzante: leader amato in patria, ebbro di tanto amore, si lancia in un conflitto autodistruttivo per il suo popolo e per sé, nella convinzione di avere in mano una superpotenza che lo è, nei fatti, solo come estensione territoriale. E mi sento di aggiungere: l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, come recita l’articolo 11 della Costituzione.

Insomma, ma dove cazzo vogliamo andare da soli? Altro non possiamo fare che confluire mestamente nel grande progetto Europeo, capitanato dalla Germania, che finalmente, dopo anni di mutismo e di autocensura dovuta a quel marchio d’infamia causato dalla fine del secondo conflitto mondiale, caccia i suoi coglioni biondi sul tavolo e inizia a investire cento miliardi di Euro all’anno nella difesa, il due percento del Prodotto Interno Lordo, porca puttana troia. 😍

Coraggio, non siate tristi, sapremo dare il nostro contributo come provincia della Repubblica Federale Europea, non vedo l’ora.

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E segnalatela.

Guerra Nucleare

Qualora dovesse concretizzarsi la minaccia di un olocausto nucleare, almeno potrò dire di non avere rimpianti. Ho sculettato a lungo come una fichetta in questo pazzo mondo, ci siamo fatti assieme una valanga di risate, possiamo senza meno lasciare questo pianeta mattacchione con il sorriso sulle labbra, mentre svariati megatoni sganciati da quegli scalmanati birichini dei russi radono al suolo l’intera Unione Europea, riportandoci all’età della pietra, divenuti nuovamente prede inermi di bestie ben più adatte a sopravvivere alle radiazioni, in una Terra arida e desolata, fredda, priva di vegetazione, sormontata da un cielo permanente grigio e bagnato da piogge nere e tossiche.

Sì, se tutto questo dovesse accadere, temo che dovrò chiudere il blog.

🥰😍😘